L’Udc lancia la lista unica dei Popolari per europee e amministrative

L’Udc lancia la lista unica dei Popolari per europee e amministrative
Il Congresso dell’Unione di centro dovrà sciogliere i nodi del rapporto con il governo, con il centro-destra, con Mauro e Alfano. E scegliere il segretario.

“Il coraggio di decidere. La forza per vincere”. È lo slogan che campeggia nel 4° Congresso nazionale dell’Unione di centro iniziato nell’Auditorium della Conciliazione di Roma. Un partito che, dopo il tracollo elettorale del 2013, sembra aver riacquistato vitalità come rivela il lusinghiero 7,6 per cento ottenuto in Sardegna. Appaiono ancor più rilevanti, dunque, le scelte che l’UDC è chiamata a compiere all’indomani del preannuncio di Pier Ferdinando Casini dell’abbandono dell’orizzonte terzo-polista e del rientro nel centro-destra.

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LE INCOGNITE

La formazione nata nel gennaio 1994 dal tramonto della Democrazia cristiana dovrà eleggere il nuovo segretario e rinnovare il gruppo dirigente, visto che Lorenzo Cesa non ripresenterà la sua candidatura. Entro le 14 di sabato, termine per presentare liste e mozioni congressuali, sapremo se gli aspiranti leader saranno Antonio De Poli e Gianpiero D’Alia – favorevole il primo al ritorno dell’UDC nell’alleanza conservatrice e moderata, molto più critico il ministro della Pubblica amministrazione – o se emergerà una figura di compromesso tra due linee antitetiche. Tutto ruota attorno a un interrogativo di fondo: è possibile trasformare il centro-destra italiano nell’aggregazione popolare protagonista di un bipolarismo di stampo europeo?

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LE PAROLE DEL SEGRETARIO USCENTE

Accolto dagli applausi della platea e visibilmente commosso, il segretario uscente Lorenzo Cesa rivendica i risultati della “lunga traversata nel deserto”. Ripercorre 6 anni di lotta nella trincea dei valori democratico-cristiani, della vita, della famiglia, dell’Europa. Principi in nome dei quali abbraccia “il popolo ucraino oppresso dal presidente Viktor Yanukovich” invitando l’Ue a battere un colpo. Parla di congresso vero, sano, partecipato, animato dal confronto fra proposte alternative: “Ben diverso dalla politica ridotta a un clic sulla tastiera, prigioniera di un capo comico dominato dalla rabbia e di parlamentari dediti all’invettiva reciproca e contro Giorgio Napolitano, autentico uomo di Stato”. Ma riconosce che i 6 anni trascorsi dalle ultime assise sono troppi per una forza che ha bisogno di maggiore democrazia interna, dell’ascolto delle esigenze territoriali, della valorizzazione del merito.

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Ai critici che oggi accusano l’Udc di aspirare al ruolo opportunistico di ago della bilancia il segretario ricorda come in completa solitudine il partito abbia messo in luce per primo la follia del “federalismo all’italiana” nella versione progressista del Titolo V e in quella egoista e distruttiva del Carroccio. Combattendo per abrogare le province e contro gli allevatori disonesti, per adottare misure concrete a favore di famiglie e imprese, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, contro il bipolarismo fondato sull’odio e su coalizioni multiformi costruite contro il nemico: “Causa del declino economico dell’Italia un tempo locomotiva europea”.

IL RAPPORTO CON MONTI E LETTA

L’Unione di centro, spiega Cesa, ha contribuito a salvare l’Italia promuovendo un governo tecnico di larghe intese per avviare un processo di pacificazione: “Tuttavia Mario Monti si è rivelato incapace alla prova della politica con la sua arroganza elitaria. E seguirlo è stato il nostro più grave errore”. Per le stesse ragioni il partito ha appoggiato l’esecutivo guidato da Enrico Letta, “un servitore dello Stato pugnalato alle spalle dal PD, che aveva raggiunto il 3 per cento nel rapporto deficit-PIL creando le premesse per gli investimenti, risparmiato risorse rilevanti con la riduzione dello spread, avviato la restituzione dei debiti della PA alle aziende creditrici”.

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CHI VA VERSO LA CASA POPOLARE

Confluire nel versante progressista, osserva il segretario uscente, equivarrebbe a scomparire. Ma ciò non implica il ritorno nella Casa della libertà “poiché essa non esiste più”. L’alveo naturale resta il Partito popolare europeo e la stella polare è la costruzione della sua proiezione italiana. E i partner privilegiati di tale percorso si chiamano Popolari per l’Italia oggi impegnati in un progetto “terzista” ma a fianco dei quali l’UDC aveva promosso a novembre un cantiere comune con Centro democratico, Nuovo Centro-destra, cattolico-popolari presenti nel PD.

IL NUOVO BIPOLARISMO

Il progetto popolare va a inserirsi nella cornice del nuovo meccanismo elettorale. Ai suoi artefici principali, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, l’UDC lancia un monito: “Non potete cancellare la rappresentanza di milioni di cittadini penalizzando le realtà diverse dai grandi aggregati. E basta con le liste bloccate, vogliamo le preferenze!”. Riguardo al rapporto con Forza Italia, un incontro è impensabile se prevarrà il populismo anti-Ue e filo-leghista.

Tutte le realtà che si richiamano al PPE, rimarca il segretario, devono invece cogliere l’attimo e lavorare subito per preparare, in vista del voto europeo e amministrativo, una lista unitaria popolare con candidature forti rinunciando alle alleanze a macchia di leopardo: “Così saremo protagonisti del bipolarismo maturo ed europeo, perno dello schieramento popolare contrapposto a quello socialista”.

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IL RAPPORTO CON IL PREMIER IN PECTORE

Molto problematica la relazione con il governo Renzi. Ricordando al leader del PD la sua formazione nei valori democratico-cristiani, Cesa indica le priorità dell’UDC. Una riforma al mese? Bene, ma non si parta dalla legge elettorale, “che non dà da mangiare”. La gerarchia prospettata dalla formazione cattolica vede ai primi posti il lavoro, le imprese, il fisco, la burocrazia semplificata e i tagli agli sprechi, gli investimenti pubblici, l’abrogazione effettiva delle province e non la moltiplicazione delle città metropolitane.

Le nuove regole di voto arrivano a valle. Al termine del percorso di revisione costituzionale: “La fretta nell’approvare l’Italicum mi fa temere che si voglia tornare presto alle urne. E in tal caso noi non daremo fiducia al governo”. Anziché correre, conclude il segretario, Renzi si ispiri all’insegnamento di tenacia, umiltà, ascolto di Giorgio La Pira: “L’unico grande sindaco di Firenze”.

ultima modifica: 2014-02-21T16:21:36+00:00 da Edoardo Petti

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