Perché la medicina tradizionale è destinata a crescere

Perché la medicina tradizionale è destinata a crescere
Secondo di tre estratti dal paper "Medicine tradizionali e loro relazioni con le tecniche attuali" di Giancarlo Elia Valori, Honorable des Academie des Sciences de l’Institut de France

In questo brodo di coltura, l’Occidente della raison éclairée non ha più alcun prestigio maggiore rispetto alle culture periferiche, orientali, africane, “primitive”. Le masse oggi hanno compiuto lo stesso passaggio che compirono gli artisti “fauves” quando scoprirono la linearità della maschere rituali africane.

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Ed infatti, il mercato delle “medicine personalizzate”, in cui è primario l’apporto delle medicine tradizionali indiana e cinese, vale oggi almeno 2 miliardi di Usd nei soli Stati Uniti, con una previsione di crescita dell’11% annuo, e di circa 310 miliardi di Euro nell’Eu a 27.
E’, questa, come anche le medicine tradizionali, una terapia “a catena lunga”, che, sempre per tornare alla metafora suddetta, non è taylorista, ma, appunto, opera con il criterio della “qualità totale” e del Toyota model.

Il primo segmento delle medicine tradizionali e di total quality personalizzata è in gran parte comune a quella “razionalista” e la PWC calcola che si tratti di un settore che vale negli USA 23 miliardi di Usd e in UE-27 28 miliardi di Euro.
E’ la diagnostica e il settore della prima terapia, che molto spesso anche nella MT opera con farmaci e strumenti di tipo tradizional-occidentale.
L’area della terapia personalizzata propriamente detta, dove c’è molto di Medicina Tradizionale, vale 12 miliardi/Usd in USA e 12,9 in UE-27, con previsioni di crescita addirittura quintuplicate, per gli Stati Uniti, se venisse utilizzata massicciamente la telemedicina. Vale più o meno lo stesso per l’Unione Europea “larga”.

Ma quello che cresce stabilmente è il settore nuovo, che la medicina occidentale ha sempre del tutto trascurato, che è quello del cibo terapeutico, dei supporti post-terapia naturali, del food&beverage “ecologico” e “naturale” se non propriamente terapeutico, di tutto il comparto, quindi, che ai tempi di Fechner o di Murri nessuno pensava di inserire nel ciclo totale della Medicina.
Essa allora era anzi “scientifica” in quanto nettamente separata dalla empiria volgare del mondo vitale, della Lebenswelt quotidiana: così come la scienza occidentale si separa dall’empiria e addirittura la rifiuta per scegliere equazioni perfette e armoniche o corpi ideali senza peso nè attrito, sempre “trascurabile” in Fisica, così la Medicina da Basedow a Ehrlich nel XIX secolo fino alla prassi clinica della penicillina postbellica nel XX secolo identifica i suoi “atomi” nella cellula (Bichat) e nel batterio, (Pasteur) che è la cellula “cattiva” contro quella “buona” che si compone, come la società, in un organismo gerarchico e armonico.

Le Medicine tradizionali e quelle “personalizzate” sono invece terapie della lebenswelt, del continuum della vita e del nesso tra uomo e ambiente, nesso anche psichico e simbolico, e quindi sono di fatto interminabili e comprendono tutti gli aspetti del “mondo vitale”, dalla sessualità ormai “liberata” di massa al cibo salutare, dalla dieta, appunto, alle pratiche di meditazione yoga o “trascendentale”, come la chiamava Maharishi Mahesh Yogi, il famoso guru dei Beatles (che era laureato in fisica) fino al tipo di vestiario.

La terapia come vita, la cura come universo simbolico totalizzante per il malato e per il suo gruppo di riferimento.
Se si pensa alle reazioni feroci che la psicanalisi freudiana generò nel panorama culturale e scientifico viennese, si può immaginare anche con quale attitudine la scienza “ufficiale” oggi reagisca alle nuove (sembra una contradictio in adiecto) medicine tradizionali olistiche: in parte ripudiandole come opere di Dulcamara usurari (il che talvolta accade) o assorbendole, e quindi giustificandole, nei loro protocolli “scientifici” e poi imponendole in un contesto di medicina empirista, sezionatrice e analitica.

Quando Sigmund Freud con Josef Breuer lessero al Verein der Medizin viennese la loro memoria sull’isteria (ed è da notare che l’isteria è uno dei primari effetti di un disturbo psicosomatico) inferendo che l’isteria sia reperibile anche nei maschi, il cattedratico di Psichiatria viennese sorridendo gli chiese se avesse fatto il Liceo e, alla risposta positiva di Freud, ironizzò dicendo: “allora dovreste sapere, dottor Freud, qual’è l’etimologia di isteria!”.
Che è legata, la malattia psichica, al termine greco hysteron, ovvero “utero”.

Come si vede, nihil sub sole novi, dato che la medicina occidentale è un prodotto della Ragione occidentale, ed oggi essa è minoritaria rispetto sia alle culture tradizionali dei popoli nuovi e antichissimi che premono alle frontiere, sia ai nuovi paradigmi critici che lo stesso Occidente sta sviluppando.
E’ il problema che Samuel Huntington studiava, da geopolitico, nel suo “Scontro di Civiltà” notando che la relazione The West vs. The Rest non ha niente a che fare con la diffusione delle tecnologie e dei modi di consumo occidentali.
Il notissimo panino con la polpetta non modifica l’universo percettivo del candidato al “martirio” jihadista che lo consuma, vestito con i blue-jeans dei giovani globali, in un locale di Beirut.

Il telefono satellitare dei Taliban pakistani-afghani non determina una trasformazione culturale che ponga dei dubbi, nella mente dello “studente coranico” che forse non troverà la settantina di urì dagli occhi neri, rigorosamente vergini, che lo accoglieranno nel Paradiso dopo la sua morte in battaglia.
Il fatto è che i nostri consumi e le nostre tecnologie sono pensate e costruite in una logica analitica e parcellizzante, che non può penetrare insieme all’oggetto nella mente e nell’uso di chi non è occidentale-razionalista.
Invece, tornando al nostro oggetto di studio (e lo studium è “cura”, attenzione”, vicinanza alla cosa studiata nella sua interezza, nel sapere classico) la Medicina Tradizionale e quella personalizzata sono veicoli naturali e, diremmo, automatici di nuovi e diversi modelli di vita e di percezione del mondo.

Il caso della Cina, lo abbiamo già notato, è un fenomeno unico nel settore della farmacopea tradizionale globale.
E’ ovvio: mentre la Cina entra nel mercato-mondo da protagonista, sull’onda lunga delle “Quattro Modernizzazioni” di Deng Xiaoping (e di Zhou Enlai, che ne parlò addirittura nel 1973) e diviene la seconda economia del globo, anche la sua scienza medica, probabilmente la più antica del mondo, diviene insieme oggetto di rispetto scientifico, che viene sempre portato ai vincitori, e strumento di sviluppo dell’economia di tutto il mercato-mondo, non solo della Cina.

L’accettazione da parte del Partito Comunista Cinese della praxis medica tradizionale e trimillenaria dell’Impero Celeste, è d’altra parte parallela allo studio, obbligatorio nelle scuole militari e di Partito, del Taoismo e delle pratiche di meditazione che il buddhismo portò in Cina, mischiandole con le credenze mistiche locali.
Il che non è estraneo al nostro discorso sulla medicina tradizionale cinese: essa nasce da una analisi dei singoli casi e da una osservazione teorica che però, diversamente da quello che accade con il metodo filosofico-scientifico dell’Occidente, è sempre legata al caso empirico.
Il “trattamento in accordo con le condizioni locali e soggettive” è il vero cardine del cerchio epistemologico cinese nella medicina: dal caso particolare alla sua teorizzazione, che è poi circoscritta alla cura e rubricata a “memoria” quando si presenta un altro caso.

Peraltro, lo abbiamo già notato, la quota di Medicina Tradizionale rimborsata dal Servizio Sanitario di Pechino è di circa il 7% sulla spesa totale, mentre la Cina esporta, anche come strumento di power projection culturale, la sua medicina trimillenaria in 164 Paesi, con aumenti dell’export in media di oltre il 15% l’anno.
Uno dei problemi è la qualità dei composti: alcuni ricercatori dell’Occidente hanno rilevato, in una percentuale significativa su 247 preparazioni tradizionali cinesi, che c’erano parti di arsenico (5-15%) piombo (5%) e mercurio (65%).
Inoltre vi sono tracce di veleni vegetali (aconito, cicuta) batteri, muffe e talvolta la combinazione, evidentemente truffaldina, delle sostanze tradizionali con i farmaci scientifici dell’odiato “cane straniero” occidentale.

Anche la big economy da esportazione della Cina nel settore sanitario e terapeutico, quindi, è sottoposta alla regola generale di quel Paese, dove la contraffazione arriva a costituire il 2% di tutto il flusso commerciale mondiale.
Per il mercato indiano della Medicina Tradizionale, la crescita delle preparazioni antiche, soprattutto vegetali, è parallela a quella cinese, si tratta qui di un +25% di quota di mercato in più l’anno, mentre in tutto il mondo la medicina ayurvedica vale 3 miliardi di Usd, mentre l’India, possedendo il 40% della biodiversità mondiale, parteciperà en masse alla crescita del mercato globale delle preparazioni tradizionali vegetali, che il WHO calcola varrà 5 trilioni di Usd nel 2050.
I prodotti vegetali sono non mutuabili e fanno parte, in tutto l’Occidente, dei prodotti farmaceutici “da banco”, i cosiddetti OTC, over the counter.

Il mercato OTC vale, negli USA, il 20% dell’intero valore del comparto sanitario americano, che è di circa 165 miliardi di Usd.
In Europa-27, i farmaci OTC hanno reso 41,354 milioni di Usd, nel 201212.
Paradossalmente, il mercato indiano è poco legato, forse per il tipo di distribuzione e l’organizzazione delle sue assicurazioni sociali, al farmaco OTC, che è solo il 5% del venduto farmacologico nazionale.
Il mercato globale dei rimedi vegetali-naturali (le due cose non sono sempre equivalenti, si pensi a quel farmaco tibetano composto dalla muffa delle pietre himalayane poste al sole) vale dunque, secondo le ultime analisi disponibili, 62 miliardi di Usd.

L’Europa fa la parte del leone, dato che assorbe il 45% del totale della produzione annuale del mondo, il Nord America acquisisce l’11% di detto mercato, il Giappone il 16%, il resto, in piccole percentuali, va alle regioni periferiche del globo.
In Cina, comunque, la distribuzione demografica degli utenti delle medicine tradizionali è piuttosto prevedibile, date le osservazioni che abbiamo fatto finora.
A “consumare” Medicina Tradizionale cinese sono soprattutto a) i malati cronici (reumatismo, bronchite, asma, malattie nervoscheletriche) b) gli anziani, i poveri, gli abitanti nelle aree agricole, gli immigrati nelle grandi conurbazioni della costa, sono più sensibili all’uso della farmacopea e della praxis medica tradizionale, e comunque c) quelli che sono o si sentono marginalizzati dalla medicina ufficiale, ospedalizzata, costosa e culturalmente aliena, dei “cani stranieri”, usano preferibilmente la medicina Tradizionale cinese.

In India, tra le varie scelte mediche possibili per la popolazione, le pratiche magiche, le Offerte al Dio, l’automedicazione con le erbe, il ricorso al medico tradizionale/ayurvedico, l’utilizzo della medicina occidentale, solo il 12% ricorre al personale qualificato, ayurvedico o “occidentale”, e il rimanente si distribuisce paritericamente tra le opzioni che abbiamo sopra elencato14.
L’India ha oggi (2012, ultimo censimento nazionale ) una popolazione di 1,237 miliardi di esseri umani. La crescita del PIL è al 3,2%, il 65% della popolazione dipende dall’agricoltura per la sua sopravvivenza, in 600.000 villaggi circa vivono 722,8 milioni di indiani, le città ospitano 277,8 milioni di persone.
Quindi possiamo calcolare che oltre il 34% di 722 milioni di indiani ha un rapporto stabile con la medicina tradizionale ayurvedica, dato che la fonte primaria della terapia, come peraltro narrava Karoly Kerenyi per l’antica religione dei greci, è il rapporto con il Dio attraverso la preghiera.

Naturalmente, non dobbiamo dimenticare la sovrapponibilità culturale, antropologica e sanitaria tra gli abitanti delle periferie nelle megalopoli indiane (e cinesi) e le masse contadine maggiormente diseredate, e quindi possiamo calcolare, non del tutto induttivamente, che, dato che la popolazione indiana che vive negli slum è di circa 65 milioni, e che il 44% della popolazione urbana vive in queste condizioni, allora diviene facile indurre che almeno il 50-60% della popolazione urbana dell’India ha accesso, volontario o involontario, alle cure tradizionali di tipo magico-divinatorio e una quota di questo comparto demografico, sempre induttivamente il 25% del 50% -60% di cui sopra, utilizza anche l’ayurveda e, in quota sempre minore, la medicina degli “occidentali”.

Quindi, in India come in Cina, a parte la reperibilità e la diffusione dei medici tradizionali, si verifica un trend nettamente contrario a quello che accade in Occidente: da noi la medicina tradizionale indiana o cinese è di fatto un lusso per i ricchi e il ceto medio, in India e Cina la stessa tipologia di sostegno medico è, di fatto, finalizzata ad una parte minima della popolazione, mentre il resto rimane legato ai maghi e ai doni rituali al Dio di riferimento.
A Delhi, in tutto lo stato-città, sono per esempio attive solo 17 ospedali ayurvedici, per una disponibilità di 718 letti e un numero di operatori della terapia di 3488, il tutto per uno stato dalla popolazione di 16.750.000 persone, che hanno un reddito medio di 210.000 rupie per anno.

A Pechino, malgrado la difficoltà di reperire dati affidabili, vi sono circa 12.000 esperti di medicina tradizionale registrati presso gli uffici per una popolazione di 20.693.000 persone.
E pensare che Mao Zedong riteneva la medicina tradizionale cinese una questione “di propaganda” e dichiarava, in privato, di non crederci affatto!
In India, infatti, alcuni medici “occidentali” sono stati assassinati nelle campagne, mentre vi sono casi di magia “nera” a scopo, per così dire, terapeutico (uccidere il sano per curare il malato con l’anima dell’innocente) che hanno messo in moto gli organi pubblici indiani. (continua)

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Giancarlo Elia Valori
Honorable des Academie des Sciences de l’Institut de France

ultima modifica: 2014-02-24T18:48:56+00:00 da Giancarlo Elia Valori

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