Ecco come Netflix rivoluzionerà la tv in Italia. Parla Preta (ITMedia Consulting)

Ecco come Netflix rivoluzionerà la tv in Italia. Parla Preta (ITMedia Consulting)

E’ ufficiale. A ottobre il colosso americano della tv in streaming, Netflix, sbarcherà anche in Italia. L’annuncio è arrivato dal fondatore e amministratore delegato, Reed Hastings, in un’intervista all’edizione italiana del magazine Wired.

L’esplosione dei video e il successo di Netflix nei Paesi dove il servizio è già presente stanno rimettendo in discussione le posizioni di forza di broadcaster, telco e produttori di contenuti nel mondo delle comunicazioni.

Partendo dal Rapporto di quest’anno di ITMedia Consulting che sarà presentato il 9 giugno, Augusto Preta, analista di mercato, docente di economia dei media e fondatore di ITMedia Consulting, spiega in una conversazione con Formiche.net dinamiche e prospettive di questo fenomeno destinato anche in Italia a rivoluzionare il mondo dei media audiovisivi.

Intitolato “Il video on demand in Europa: 2015-2018. L’esplosione dei contenuti video a banda (ultra) larga”, lo studio si concentra sulle trasformazioni dell’industria dei contenuti prodotte dall’esplosione dei servizi video a banda larga, e in particolare del video streaming e del mobile.

L’AVANZATA DI NETFLIX

Ecco come si stanno muovendo i maggiori operatori in vista dell’ingresso di Netflix e di altri operatori simili: “Di qua e di là dell’Atlantico ci sono stati tentativi di consolidamento in diretta concorrenza con gli Ott attraverso fusioni e acquisizioni, da parte dei grandi operatori di telecomunicazioni e via cavo (es. Vodafone, BT, Orange, Telefonica e Liberty Media) attraverso l’offerta quadruple play, integrando voce, dati con accesso a internet fisso e mobile e video”, spiega Preta.
Con qualche differenza: “In Europa queste operazioni solitamente non rappresentano un problema per l’antitrust, mentre negli Stati Uniti, essendo un mercato di per sé più concentrato, è più complicato. Per esempio la Federal Communications Commission (FCC) sta guardando con attenzione la fusione tra AT&T e Direct tv. Determinerà problemi simili anche l’offerta da 55,3 miliardi di dollari di Charter Communication per l’acquisizione di un altro gigante delle telecomunicazioni statunitensi: Time Warner Cable. E a non ricevere il benestare dell’Antitrust americano è stata ancor prima la tentata acquisizione di Time Warner da parte di Comcast”.

LA DISTRUZIONE DEL BROADCASTING: NETFLIX VS HBO

Il successo di Netflix negli Stati Uniti e la sua espansione alla conquista di nuovi mercati (Canada, America Latina, Europa, Asia, Australia) sta mettendo in discussione le posizioni di forza di numerosi operatori. Nel 2011 si è verificato ad esempio il sorpasso dello Svod (Subscription video on demand, un canone fisso mensile che permette di accedere ad un catalogo) rispetto al Tvod (Transactional Vod), la pay-per-view, il primo modello ad affermarsi. Tale tendenza – si legge nel rapporto – è stata favorita dall’ingresso di Netflix sul mercato online Usa nel 2010.
“Oggi Netflix ha più abbonati della più grande pay TV al mondo, HBO, e da aprile di quest’anno anche più ricavi. Questo vuol dire che non è più un modello complementare, ma si sostituisce alle pay tv tradizionali. HBO ha ormai realizzato che Netflix non è più soltanto un distributore video ma il suo maggiore concorrente nei servizi a pagamento, sempre più diffusi in streaming. Tanto è vero che la stessa HBO sta entrando nel mercato dell’Ott un po’ come Sky e Mediaset hanno fatto in Italia con offerte in streaming e video on demand, allo scopo di competere direttamente con Netflix”, commenta il professore.

LA ROTTURA DEI MODELLI TRADIZIONALI

Nel rapporto però emergono elementi che non fanno pensare solamente ad una evoluzione ma anche ad una rottura dei modelli tradizionali. “Ci sono elementi distruttivi che impongono ai broadcaster, all’industria tradizionale, di ripensare il proprio business”. Ma c’è anche un secondo aspetto: “Tanto più ci sono dei prodotti che fanno da traino a questo tipo di offerta (come le serie tv) e tanto più c’è un rischio di cambiamento anche dei modelli tradizionali di finanziamento della televisione”, spiega Preta.
Ecco perché: “Le serie, uno dei punti di forza dei broadcaster generalisti, vengono adesso realizzate anche da operatori a pagamento, i quali non sono interessati a sviluppare la pubblicità, per il semplice fatto che la fruizione avviene in modalità del tutto diverse da quelle tradizionali (a partire dal cosiddetto binge viewing). La sottoscrizione di un abbonamento si va quindi a sostituire alla pubblicità come fonte di finanziamento di questi contenuti”, spiega l’esperto.
Conclusione? “Se operatori Vod nativi come Netflix sono diretti concorrenti ormai a pieno titolo degli operatori tradizionali di pay tv, la loro presenza sempre più invasiva rimette in discussione anche il modello generalista da sempre basato sulla pubblicità. Non è quindi più solo un problema tra pay tv e over the top, ma un problema di competizione (e possibile distruzione) con la tv nel suo complesso così come l’abbiamo conosciuta finora e come si è sviluppata per decenni”, osserva il direttore di ITMedia Consulting

TENDENZE DI MERCATO

Di cosa stiamo parlando: “Quello del video on demand è un mercato che in alcune aree europee si è già sviluppato. Francia, Germania e Inghilterra rappresentano da sole circa il 60% del mercato totale. Si tratta di cifre che in ciascun Paese valgono in media quasi 400 milioni di euro”, spiega Preta.
Fino a qualche tempo fa si parlava invece di un mercato quasi sommerso. Cosa è accaduto?
“C’è stata l’esplosione dei servizi in abbonamento Svod (Subscription video on demand), tipo Netflix, destinati ad essere il 50% dei ricavi di tutti i servizi on demand”.
ITMediaConsulting stima che il totale delle entrate da servizi Vod in Europa Occidentale raggiungerà €2.140 milioni alla fine del 2015 con €823 milioni generati da abbonamenti Svod e €760 milioni da pubblicità AVOD (audio and video on demand). Il resto da servizi di TVOD (pagamento per singolo prodotto e acquisti video on line).
Ecco invece le previsioni alla fine dei tre anni considerati dalla ricerca di ITMedia Consulting: “L’offerta a pagamento in SVOD continuerà ad acquistare rilevanza e nel 2018 i ricavi complessivi raggiungeranno €3.580 milioni, con una crescita media annua del 22% e lo SVOD rappresenterà la componente a maggiore sviluppo del comparto, con oltre il 50%”, spiega l’esperto.

QUALE DESTINO PER ITALIA E SPAGNA

“L’elemento interessante è che contribuiranno a questa crescita prevalentemente i Paesi dove questi servizi sono meno sviluppati, come l’Italia e la Spagna”, osserva Preta.
Una stima? “A partire dal 2016, anno in cui si prevede una media di crescita annua compresa tra il 20 e il 25%, in Italia e Spagna questo tasso dovrebbe raddoppiarsi, recuperando parzialmente il gap esistente”.

A cosa si dovrà tutto ciò? “Il ritardo di questi paesi è evidente, ma in questi mercati una spinta allo sviluppo dovrebbe derivare oltre che dalla presenza di obiettivi a livello politico, come quelli fissati dall’Agenda digitale, soprattutto dal fatto che gli operatori per loro iniziativa stanno cominciando a investire nella fibra ottica e a sviluppare offerte di questo tipo, come è avvenuto nel caso dell’accordo Telecom e Sky. Nel periodo considerato questi Paesi non si raggiungeranno sicuramente le dimensioni di quelli più all’avanguardia, ma in cambio tali servizi si svilupperanno con i modelli più consolidati”.

LE CARATTERISTICHE DEL MERCATO ITALIANO

In attesa che questi fattori fungano da traino, cosa caratterizza il mercato italiano?
“Nel nostro Paese, salvo il limitato caso di TIM Vision, non ci sono operatori di telecomunicazioni che offrono servizi di vod come accade da tempo in Francia, ma solo accordi fatti con i fornitori di contenuti. La carenza di accessi a banda larga ha reso finora questi servizi poco appetibili. Adesso l’ingresso di Netflix entro fine anno è una riprova che c’è del fermento anche su questo terreno”, risponde il direttore di ITMedia Consulting.

COSA C’E’ ALLA BASE DELLO SVILUPPO

Per crescere questi servizi hanno bisogno di infrastrutture: “L’idea che sta dietro al rapporto è che il mercato si sviluppa parallelamente alla domanda di banda: tanta più banda abbiamo e tanto più questa è di elevata qualità, tanto più i servizi tenderanno a svilupparsi (utilizzando a pieno regime i cosiddetti content delivery network)”.
Ed ecco che il mondo dei contenuti video si intreccia con quello delle telecomunicazioni:
“Quando c’è un’offerta di banda di alta qualità (QoE) i fornitori di contenuti come Netflix o gli stessi broadcaster fanno accordi con le Telco e laddove questo non avviene o solo in parte, sono le stesse telco ad offrire questi servizi come avviene ad esempio in Spagna e nel Regno Unito (vedi Telefonica e BT)”.

ultima modifica: 2015-06-08T10:29:37+00:00 da Valeria Covato

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