Che succede a Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi e alle altre banche italiane

Che succede a Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi e alle altre banche italiane
Perché gli istituti di credito italiani soffrono in Borsa

Nuova seduta in profondo rosso per le banche che a Milano, ma anche sugli altri listini europei, hanno registrato crolli generalizzati. Da inizio anno, l’intero comparto del credito di Piazza Affari ha bruciato circa 35 miliardi di capitalizzazione con Intesa Sanpaolo e Unicredit (rispettivamente -24 e -37% nel 2016) che hanno perso circa 11 miliardi a testa.

I NUMERI IN BALLO

I cali maggiori, in termini percentuali, sono stati registrati, sempre da inizio anno, da Mps (-55%, ieri è praticamente ritornato sui minimi storici toccati a gennaio) e da Banca Carige (-51%), mentre Ubi Banca ha lasciato sul terreno il 40%. In tutto, a fine 2015, la capitalizzazione di tutto il settore bancario a Milano era pari a 121 miliardi di euro, ieri è scesa a circa 86 miliardi. Se lo scorso anno, nel mese di gennaio, i titoli delle banche italiane avevano sovraperformato significativamente quelli delle banche europee (+10% circa, la migliore performance a livello di Paese in Europa), in questo primo scorcio di 2016 il trend si è invertito. I timori per la qualità del credito e sul funding di alcuni istituti, la mancanza di progressi per quanto riguarda il tema m&a e l’elevata esposizione degli investitori alle azioni italiane hanno guidato la sottoperformance. Tanto che gli analisti di Citi si sono posti la domanda se ormai l’ondata speculativa sia alle battute finali e sia troppo tardi per vendere i titoli delle banche italiane. Nel mese di novembre, spiegano gli analisti del colosso Usa, «abbiamo abbassato il rating sulle banche italiane a neutral per il timore che quest’anno il margine di interesse diminuisse ulteriormente e che la qualità del credito non migliorasse così velocemente come sperato. Due trend che alla fine si sono rivelati corretti, ma col senno di poi non siamo stati abbastanza negativi».

IL REPORT DI CITI

Detto questo, per gli esperti di Citi i recenti prezzi delle azioni non sono solo legati ai fondamentali, ma in particolare alla perdita di fiducia. Uno snodo cruciale sarà l’appuntamento con i conti relativi al 2015, che gran parte delle banche italiane approverà nei prossimi giorni. «Risultati migliori delle attese», scrivono gli analisti delle banca Usa, «potrebbero rassicurare il mercato e portare a un re-rating» dei titoli degli istituti italiani. Al contrario, però, risultati al di sotto delle aspettative potrebbero rendere ancora più complicato il quadro borsistico. In questa fase, secondo Citi, sono Unicredit e il Banco Popolare a essere più vulnerabili rispetto ai competitor sul capitale e l’asset quality. Per Unicredit, che presenterà i risultati sul 2015 martedì 9 febbraio, il dato chiave sarà il Common Equity Tier 1. Gli analisti di Citi si attendono un dato stabile al 10,5% (senza considerare il beneficio di 25 punti base legato all’operazione Pioneer) e ritengono che «se questo dato sarà superiore rispetto a quello di fine settembre il mercato potrebbe reagire positivamente ai risultati». Il timore degli investitori, nonostante le rassicurazioni in tal senso arrivate più volte dal ceo Federico Ghizzoni, è che la banca di Piazza Aulenti possa essere costretta a chiamare un aumento di capitale (6-8 miliardi secondo la visione di Citi).

IL FUTURO DI UNICREDIT

Ma non è detto che questo sia lo scenario che si prospetterà nelle prossime settimane. Molto dipenderà dalla reale capacità di Unicredit di generare capitale in modo organico, dal ritmo che avrà la riduzione dello stock di crediti deteriorati e dalla semplificazione organizzativa annunciata a novembre con il nuovo piano d’impresa. Da questo punto di vista gli analisti di Citi sono consapevoli che «ci vorrà tempo e che i problemi del gruppo non si risolvono in un trimestre», ma sono altrettanto consapevoli del fatto che il mercato non sembra essere paziente e che questo sta pesando sulla valutazione di Unicredit . Ma non è tutto. Da qualche giorno sul mercato sono ripresi a circolare indiscrezioni su un possibile cambio al vertice della banca. Uno scenario che secondo gli esperti di Citi, se mai dovesse concretizzarsi, potrebbe non essere sufficiente a risolvere le questioni aperte: «Riteniamo che un nuovo management team non sia in grado di risolvere i problemi in tempi stretti».

DOSSIER BANCO POPOLARE

Quello di Piazza Aulenti non è l’unico istituto al centro dei ragionamenti di Citi. Gli analisti della banca Usa hanno tagliato in media dell’8% le stime di utile per azione 2016-2019 delle banche italiane, e di conseguenza i target price, alla luce soprattutto di maggiori accantonamenti attesi, e introdotto rating high risk (ad alto rischio). Nel caso del Banco Popolare (che ieri ha perso circa il 10%) il target price scende da 15 a 10,10 euro e il rating passa da neutral a neutral high risk. La stima di eps 2016 da 0,77 a 0,73 euro per azione. Nel caso della Bper il target price scende da 8,70 a 6,80 euro e il rating passa da buy a buy high risk, Giudizio neutral high risk invece per Bpm e Ubi con target price rispettivamente a 0,85 euro e 4,90 euro.

(Pubblichiamo questo articolo uscito su MF/Milano Finanza, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

ultima modifica: 2016-02-04T12:30:20+00:00 da Andrea Di Biase

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