Che beneficio porterebbe una direzione educativa nelle scuole ?

Che beneficio porterebbe una direzione educativa nelle scuole ?

1. Esiste una relazione tra la qualità di una direzione di scuola ed i risultati di apprendimento dei propri allievi ? Anche dal Canada l’hanno confermato: una azione direttiva competente può incidere in modo tale da risultare il secondo fattore in gioco nei processi formativi. Joanne Robinson, vicepresidente dell’Associazione presidi O.P.C., durante la sessione internazionale nel XXIV Convegno dei presidi di Di.S.A.L., con fior di studi condotti in Ontario, ha mostrato che, nell’esercizio di una leadership educativa, quando insegnanti e dirigente lavorano assieme, i risultati migliorano. Una direzione efficace prende decisioni sulla base di dati concreti e sa creare un ambiente collaborativo, sapendo sfidare l’inevitabile tendenza dell’ambiente scolastico a difendere lo status quo del sistema.
Ne scaturisce quello che Norberto Bottani chiama un “clima scolastico”, un contesto cioè comunitario favorevole all’apprendimento.
Michael Fullan, guru della leadership educativa in Canada, ha indicato quattro fattori che permettono al direttore scolastico di influire sull’apprendimento degli alunni: rilanciare le prospettive di sviluppo di una scuola; saper trainare gli insegnanti guadagnandosi la loro stima sul campo; curare il clima quotidiano di vita dell’ambiente; fare rete con altre scuole ed agenzie sociali della comunità locale.
Contributi nella stessa direzione sono emersi anche dagli altri rappresentanti internazionali intervenuti sabato mattina dal Portogallo, dalla Francia e dal Kossovo, mentre già venerdì mattina Andrea Gavosto, direttore della Fondazione G. Agnelli e Claudia Mandrile della Fondazione per la Scuola della Compagnia San Paolo avevano presentato ricerche (molto diverse nella metodologia) sempre sull’influsso che l’azione di un preside può avere, in bene e in male, sul percorso formativo di un alunno. Gavosto riferiva una percentuale di scostamento del 5%, addebitando le restanti influenze ai docenti, al clima scolastico, al bagaglio proveniente dal contesto familiare e di provenienza dell’alunno.

2. Purtroppo il contesto delle scuole statali italiane nel quale opera la dirigenza scolastica subisce oggi sempre più ostacoli verso la possibilità di esercitare la propria vocazione originaria di una guida culturale ed educativa. Modifiche strutturali delle Istituzioni Scolastiche e un’invadenza in aumento di incombenze burocratiche hanno reso il lavoro del preside a scuola sempre più stressato, così che diminuisce sempre di più la possibilità di occuparsi di didattica, vocazione originaria della professione.
Sempre le ricerche presentate da Gavosto hanno documentato che questo tipo di attenzione viene limitato oggi al 12% del tempo settimanale, rispetto ad altre incombenze come la compilazione di monitoraggi, la tutela della sicurezza, le conflittualità sindacali e giudiziarie, la manutenzione ed il controllo dell’edificio, l’organizzazione del personale non docente e della segreteria e così via. Tutti aspetti, cioè, che non appartengono alla natura dei processi sui quali si gioca la qualità di una scuola. Sarebbe come – sosteneva Gavosto – se il direttore di un’azienda di vetture si limitasse solo per il 10% del suo tempo ad occuparsi di produzione di macchine. Gli elementi strutturali rimandano invece soprattutto all’aumento di dimensioni delle scuole, all’assenza di figure professionali intermedie sia nell’amministrazione che nell’organizzazione.
In questo modo si è ridotto la figura di un preside, che si dedica alla scuola, a quella di un supereroe solitario, sempre più in difficoltà nelle indispensabili riflessioni e progettazioni, necessarie per quel medio e lungo periodo che costituiscono il tempo dei processi educativi.
Interessanti esperienze di scuole italiane ed europee presentate al Convegno hanno mostrato con chiarezza che la responsabilità negli esiti dell’apprendimento degli studenti ottiene i propri effetti quando è condivisa con tutta la comunità professionale, realizzando quella che Dario Nicoli – sociologo di Brescia – nel Convegno ha chiamato una “comunità di comunità”. Remi Cagnolo, preside di Avignone ha raccontato come il proprio impegno principale sia proprio quello di rendere la scuola un luogo dove si possa stare bene.
Mons. Mariano Crociata – responsabile della scuola nella C.E.I. – paventando l’individualismo come nemico culturale delle professioni scolastiche, ha tuttavia ricordato che una comunità scolastica per esistere ha bisogno di un punto unificante, di un centro di convergenza, specie in un contesto culturalmente indispensabile di proposte educative pluralistiche, liberamente offerte a chi sta crescendo, per imparare ad assumere decisioni responsabili.

3. Verso l’approfondimento dei benefici che una direzione educativa ed organizzativa può collaborare a generare nei risultati scolastici, un contributo decisivo è venuto dagli interventi di Angelo Paletta, docente di economia a Bologna. Paletta ne ha focalizzato le principali traiettorie, rinvenibili dalle ricerche internazionali, individuando la prima nella Leadership for Learning, l’azione caratterizzata dall’essere guida responsabile degli apprendimenti che non si curva in maniera funzionale agli esiti richiesti dai processi di verifica standardizzati dai test, ma che tiene costantemente al centro delle scelte della comunità scolastica l’attenzione alle potenzialità degli alunni. La conseguenza spesso dei processi standardizzati è invece quella di ridursi ad apprendimenti standardizzati, con conseguenze che favoriscono comportanti opportunistici che orientano la didattica alle prestazioni immediate e non alla personalità degli alunni.
L’altra linea di azione guarda alla Accountability come consapevolezza che la scuola deve sempre più diventare un “edificio di vetro”, trasparente nel rendere conto di quanto fatto per perseguire i risultati di apprendimento, all’interno di un sistema di comparabilità sulla qualità dei risultati.
Infine Paletta ha delineato nel Depp Learning quella capacità della comunità scolastica di saper guardare ad un “apprendimento profondo”, fatto di significati e di competenze trasversali e nel saper relazionare le conoscenze con la complessità del reale e della vita.
Un nodo cruciale di questa azione è stato esaminato attorno alla necessità del sapere scolastico di ritrovare un nesso organico ed efficace con il mondo esterno alla scuola, specie nel mondo del lavoro. La riflessione introdotta da Patrizia Cuppini, preside ad Ancona, ha concretamente mostrato che l’alternanza con attività di lavoro nella scuola non è solo un’attività in più che si aggiunge, specie alle scuole superiori, tra l’altro con un’organizzazione complicata dall’assenza di quadro normativo, di incentivi sociali ed economici e di un tessuto favorevole.
Non è difficile scoprire in atto, specie nell’entusiasmo degli studenti che la vivono, che si tratta di una nuova modalità di fare scuola, dove entrano in gioco finalmente la relazione col mondo reale, l’unione tra fare, riflettere e conoscere, con gli aspetti di motivazione allo studio non unicamente razionali.
Insieme a Cuppini, Alessandro Mele direttore del Centro di Formazione Professionale “Cometa” di Como, ha mostrato che l’“imparare facendo” propone una cultura del lavoro che non è addestramento a mansioni produttive, ma la congiunta esperienza di una mano ben formata che esige cervello e di una testa ben formata che non può prescindere dalla mano.
Le belle esperienze raccontate (e non solo nelle scuole superiori) hanno fatto emergere che il lavoro, specie manuale, sana il pensiero, obbliga a partire dalla realtà viva, accresce il protagonismo allo studente con un compito reale ed una responsabilità oggettiva, favorisce una coscienza critica perché fa riformulare l’operato e il pensiero a partire dall’esperienza vissuta.

4. Arricchito dalle riflessioni, il lavoro del Convegno di DiSAL non si è astrattamente soffermato ad analisi pur efficaci, ma è riuscito a mettere a fuoco alcune urgenze sulle quali dirigere l’azione comune dei presidi nei prossimi mesi, con la preoccupazione di migliorare quegli aspetti del contesto di lavoro che dipendono da chi è istituzionalmente responsabile.
Discutendo l’iniziale ed incerto tentativo avviato nelle scuole statali dalla legge 107/2015 per il riconoscimento del merito e la valutazione dei docenti, lo si è stimata una prima modalità da rivedere e migliorare negli strumenti e nei soggetti, soprattutto favorendo procedure che non mettano “nell’angolo” il dirigente scolastico, ma gli permettano di operare come guida della comunità professionale.
Pur riconoscendo che il reclutamento dei docenti quest’anno ha assunto un’importante accelerazione, si è rimarcato come si contini ad escludere i giovani laureati meritevoli, in un contesto scolastico con la media d’età degli insegnanti più alta in assoluto nei paesi dell’OCSE.
Vista la grave situazione che da settembre dovranno vivere oltre 3000 scuole statali italiane prive di un dirigente titolare stabile a tempo pieno, si intende rivendicare l’urgenza di un concorso alla dirigenza delle scuole statali che – giustamente rientrato nell’ambito del Ministero dell’Istruzione (come con forza aveva chiesto DiSAL) – sia realizzato con strumenti incentrati sulle competenze necessarie a dirigere comunità scolastiche, bocciando i metodi utilizzati nell’infelice precedente concorso del 2011, come il test preselettivo.
A breve, in un contesto che dentro e fuori la scuola ha accresciuto la conflittualità e dopo la riforma della dirigenza pubblica con la legge Madia, si dovrà riaprire la definizione per legge della specificità delle dirigenza scolastica all’interno dirigenza pubblica: sostenere la provenienza del preside dai ruoli dell’insegnamento ed i caratteri che la legano all’autonomia scolastica sono condizioni vitali per questa specificità.
Dopo le tristi vicende che hanno visto presidi incriminati per deficienze nella sicurezza dell’edilizia scolastica, partirà un deciso impegno a risolvere il problema delle numerose improprie incombenze che gravano il lavoro quotidiano del dirigente scolastico statale, a cominciare dall’iniqua attribuzione di responsabilità proprio sulla sicurezza negli edifici. Non a caso Rosa DePasquale, Capo Dipartimento del Miur, ha ricordato in apertura giovedì che lo scontro in atto sul mestiere è proprio quello tra coloro che vogliono incrementare poteri e chi invece li vuole eliminare.
In tutta questa azione Ezio Delfino, attuale presidente di DiSAL, ha ricordato quanto sia vitale l’esperienza umanissima dell’associarsi, perché “per essere presidi occorre innanzitutto essere uomini”, consapevoli del proprio compito culturale di urgere negli adulti, implicati nell’avventura educativa, la continua scoperta dello scopo e delle prospettive della propria azione, sostenendosi nel saper affrontare da educatori le provocazioni e le domande che gli studenti pongono.

ultima modifica: 2016-02-28T22:52:39+00:00 da Roberto Pellegatta