Nasce la rete dei Sì alla revisione della Costituzione

Nasce la rete dei Sì alla revisione della Costituzione
Fatti, nomi e obiettivi

Inutile girarci intorno e, d’altronde, lo stesso Matteo Renzi lo ha chiarito più volte. Le amministrative sono importanti ma nel 2016 l’appuntamento clou con le urne ci sarà dopo l’estate, quando gli italiani saranno chiamati a dire la loro sulla riforma della Costituzione. Un voto fondamentale non solo per il governo – che sulla revisione della nostra Carta ha puntato tutto –ma in generale per il Paese: dopo un dibattito durato più di quarant’anni e diversi tentativi andati a vuoto, potrebbe, infatti, concretizzarsi la prima organica riforma della seconda parte della Costituzione.

UN DERBY PER LA RIFORMA

Com’è inevitabile che sia di fronte a un tema così rilevante, il mondo politico e accademico – ancor prima dell’opinione pubblica – si sta dividendo tra fieri sostenitori e critici feroci. Da un lato c’è chi lo ritiene un passaggio obbligato, per adeguare il sistema istituzionale italiano varato dall’Assemblea Costituente dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dall’altro, invece, c’è chi la boccia senza mezzi termini, nel merito delle novità che introduce ma anche sulla base della considerazione che quella del 1948 sia la Costituzione “più bella del mondo” e, come tale, da modificare con il contagocce. Tra questi ultimi spiccano l’ex presidente dell’Autorità per la Privacy Stefano Rodotà e l’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, che in questi giorni ha pubblicato sul Fatto Quotidiano i 15 motivi per i quali – a suo modo di vedere – è necessario votare no al referendum confermativo del prossimo autunno. Dall’altra parte stanno nascendo – distribuiti un po’ su tutto il territorio nazionale – comitati e organizzazioni a difesa della riforma della Costituzione.

LA RETE DEI SI’ PER IL REFENDUM

Un esempio in tal senso è “la Rete dei Sì per il referendum costituzionale”, entrata in azione venerdì scorso con un meeting organizzato nel centro di Roma a cui hanno partecipato il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi e il costituzionalista Francesco Clementi, uno di quelli che, nel 2013, l’allora premier Enrico Letta nominò nel Comitato dei Saggi chiamato a riscrivere la Costituzione. Con loro c’erano il coordinatore della Rete dei Sì Massimo De Meo, l’esperto di fundraising Raffaele Piccilli e il presidente dell’associazione “Big Bang RomaSimone Plebani.

INFORMAZIONE PRIMA DI TUTTO

L’approccio generale lo ha spiegato Clementi, secondo il quale il referendum costituzionale impone “di entrare nel merito della riforma” e “di evitare la rissosità”, per far capire davvero ai cittadini cosa prevedano le nuove norme. “I 15 punti di Zagrebelsky” osserva il costituzionalista “vanno, invece, in direzione contraria perché alimentano nel Paese un clima di scontro”. Informazione è la parola chiave utilizzata da Rossi. “Gli italiani devono sapere per cosa sono chiamati a votare. Non si tratta di un referendum sul Governo ma di un momento decisivo in cui contribuire a determinare gli assetti istituzionali in Italia”.

PAROLA D’ORDINE GOVERNABILITA’

Governabilità prima di tutto” hanno sottolineato i partecipanti al dibattito. In 70 anni di storia repubblicana, sono 63 i presidenti del Consiglio che si sono alternati a Palazzo Chigi. Per Clementi un segnale inequivocabile di come l’attuale sistema – pensato per gli assetti nazionali e internazionali del secondo dopoguerra – rappresenti, ormai da anni, un freno insopportabile allo sviluppo del Paese. “La stagione costituente – per il delicato contesto in cui si è sviluppata – ha lasciato alcuni nodi irrisolti” ha commentato De Meo. In particolare, il bicameralismo perfetto – con l’attribuzione di identiche funzioni a Camera e Senato – e la questione dei rapporti tra Stato, Regioni ed enti locali.

IL NUOVO SENATO

Pure il presidente dell’Assemblea Costituente, Umberto Terracini, segnalava già all’epoca come il bicameralismo non garantisse un’efficiente lavoro del Parlamento” ha ricordato Clementi. Con la riforma voluta da Renzi le funzioni attribuite alle due Camere saranno diversificate: solo Montecitorio sarà chiamato a dare (o negare) la fiducia al Governo mentre il Senato – i cui membri saranno ridotti da 315 a 100 (21 sindaci, 74 consiglieri regionali e 5 senatori nominati dal Capo dello Stato per 7 anni) – parteciperà all’esercizio della funzione legislativa solo in casi specifici, tra cui l’adozione di leggi di revisione costituzionale. “In questo modo” ha sottolineato De Meoil Parlamento tornerà ad essere centrale. E’ l’assenza di una distinzione chiara tra le competenze di Camera e Senato che ne ha fatto in parte decadere la centralità nella vita politica italiana”.

IL REBUS REGIONI

Altro aspetto fondamentale i rapporti tra Stato e Regioni, già al centro della riforma costituzionale del 2001 voluta dal centrosinistra. Una modifica bocciata senza appello da Clementi. “La Corte Costituzionale ha passato gli ultimi 15 anni a stabilire chi decide che cosa”. L’assetto oggi in vigore prevede che le diverse materie possano essere oggetto della competenza esclusiva dello Stato, di quella esclusiva delle Regioni oppure essere esercitate in modo concorrente tra Stato e Regioni. Una divisione cervellotica che ha tolto certezze e aumentato a dismisura il contenzioso di fronte alla Consulta. Con la riforma Renzi, invece, il quadro sarà semplificato: ci saranno, infatti, solamente le materie di competenza esclusiva dello Stato – fortemente ampliate nel numero – e quelle spettanti alle Regioni, al contrario ridotte. Ciò nella convinzione che il percorso verso il federalismo avviato dalla riforma del 2001 non solo abbia fallito ma che non sia neppure rispondente alla storia italiana. “Non abbiamo mai avuto in Italia una tradizione federale a differenza di molti altri Paesi” ha rilevato ancora Clementi. Da qui deriva quello che – secondo il costituzionalista – è il più evidente difetto della riforma firmata da Maria Elena Boschi: il fatto di non aver eliminato la distinzione tra Regioni ad autonomia ordinaria e Regioni ad autonomia speciale. “Una differenza che non sta più in piedi, le Regioni devono essere tutte uguali ma il Parlamento non c’era la maggioranza per intervenire in questo senso”. “Non esistono riforme perfette” ha chiosato Rossima nel nostro caso ne abbiamo varata una con l’obiettivo di adeguare il sistema istituzionale al tempo che passa e alle nuove esigenze del Paese”.

ultima modifica: 2016-03-13T10:52:12+00:00 da Andrea Picardi

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