Perché la digitalizzazione può far impennare la produttività

Perché la digitalizzazione può far impennare la produttività
L'intervento di Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Se malauguratamente ci tocca un ricovero in una città che non è la nostra scopriamo che gli ospedali non dialogano informaticamente tra loro, nemmeno in una stessa regione. Eppure cartelle cliniche condivise potrebbero salvarci la vita. Difficilmente in Italia potremo prenotare in via telematica i nostri esami o riceverne a casa l’esito.

Il basso livello di digitalizzazione non riguarda solo la sanità e nemmeno solamente la Pubblica Amministrazione. L’Aci ad oggi tiene aggiornato il Pubblico Registro Automobilistico che contiene informazioni sulle nostre vetture mentre allo stesso compito attende il ministero dei Trasporti attraverso la Motorizzazione. I due archivi gestiscono informazioni analoghe senza comunicare e con un’evidente sovrapposizione. Solo il 10 per cento delle imprese italiane vende anche online i propri prodotti e siamo tra gli ultimi per quanto riguarda l’informatizzazione aziendale.

La bassa produttività che dagli anni Novanta in poi affligge il nostro sistema economico ha molte ragioni. La scarsa innovazione tecnologica e la modesta capacità digitale sono certamente tra le più rilevanti. Negli anni Settanta svettavamo per capacità produttiva in Europa, ma quella era l’epoca della catena di montaggio mentre oggi l’automazione tende a sostituire il lavoro tradizionale. Il fatto che la nostra velocità di connessione a Internet sia un terzo di quella inglese, tedesca e anche spagnola ha ricadute molto concrete. Vuol dire che viene impiegato più tempo per avere e trasferire informazioni in un mondo che della conoscenza fa il suo cardine. La banda ultralarga copre soltanto l’11 per cento del nostro Paese e la popolazione che non ha mai usato internet è poco meno di un terzo del totale. Secondo la Commissione europea siamo purtroppo tra gli ultimi per digitalizzazione, acquisti online e numero di laureati.

L’industria italiana ha parzialmente mancato la spinta all’innovazione, in parte a motivo del basso sviluppo delle infrastrutture tecnologiche e del sistema universitario inadeguato, e in parte per colpe proprie. È un gap rilevante e non facile da recuperare, eppure è necessario provarci. Secondo il Labour Department degli Usa il 65 per cento dei bambini farà da adulto un lavoro che oggi nemmeno esiste e secondo il Forum Economico Mondiale nei prossimi vent’anni la tecnologia soppianterà la metà delle professioni. Lavoreremo in maniera diversa e molti di noi diranno addio agli uffici. La connettività superveloce garantirà una sorta di ubiquità. Le prestazioni diventeranno on demand con la possibilità di lavorare da casa per committenti lontani e senza il vincolo di un orario prefissato. Non basteranno insomma il made in Italy e la qualità delle manifatture: è necessario comprenderlo.

ultima modifica: 2016-11-29T07:00:29+00:00 da Massimo Blasoni

 

 

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