Perché Beppe Grillo un giorno potrà essere sfiduciato dalla rete M5S

Perché Beppe Grillo un giorno potrà essere sfiduciato dalla rete M5S
Il Bloc Notes di Michele Magno

Il M5s ha un rapporto a dir poco controverso con la democrazia rappresentativa. Che possa essere sanzionato dai giudici, però, mi pare assai improbabile. Il ricorso dell’avvocato Vincenzo Monello al Tribunale civile di Roma contro il contratto vessatorio (e incostituzionale) sottoscritto da Virginia Raggi con la Casaleggio Associati è un’iniziativa clamorosa sotto il profilo mediatico, ma scarsamente efficace sotto quello politico. Beninteso, nella concezione della democrazia diretta sbandierata dai pentastellati convivono idee strampalate e contraddittorie con l’articolo 67 della Carta (che vieta il vincolo di mandato dei parlamentari). Ma non è questo, a mio avviso, il punto essenziale.

In realtà, nonostante continui a chiamarsi movimento, il M5s può essere definito un “partito in franchising”, come hanno acutamente osservato Antonio Florida e Rinaldo Vignati in un saggio di un paio di anni fa (Deliberativa, diretta o partecipativa?, Quaderni di Sociologia, 65/2014). Questo modello organizzativo prevede un “centro”, a cui spetta l’elaborazione delle strategie politiche. Esso, inoltre, possiede e registra un marchio, un brand che viene concesso alle filiali locali a certe condizioni (il famigerato “contratto”). Il successo del M5s si è costruito su queste basi.

La sua forza non deriva solo dalla potenza comunicativa di Beppe Grillo. È data anche dal fatto che, sotto la copertura di questo marchio, si sono messe in moto reti locali di attivismo civico che hanno intercettato il risentimento e il malumore popolare, con la promessa di vendicare le sofferenze dei cittadini indifesi e inermi di fronte ai soprusi della casta. Ora, cosa è accaduto nell’anno che sta per chiudersi? È accaduto che, quando queste energie locali sono entrate nelle istituzioni nazionali, sono progressivamente esplose le tensioni tra la logica centralistica e plebiscitaria incarnata dal comico genovese e la cultura politica da cui proviene gran parte dei neoeletti. Una cultura che è un impasto confuso di ambientalismo vecchio e nuovo, di leaderismo e partecipazione, di culto della Costituzione vigente e di spericolato utopismo. Queste tensioni sono aperte a esiti diversi. Sbaglierò, ma mia impressione è che la Rete si stia trasformando in un Far West in cui lo sceriffo (Grillo) potrebbe un giorno essere sfiduciato dai suoi elettori.

ultima modifica: 2016-12-27T10:00:04+00:00 da Michele Magno

 

 

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