Mps, trasparenza e giustizialismo

Mps, trasparenza e giustizialismo

Giustizialismo o trasparenza? Che cosa ispira quel fronte trasversale e sulla carta improbabile (da Vittorio Feltri a Luigi Zingales passando per il presidente dell’Assobancaria, Antonio Patuelli) che vuole dare un nome e cognome ai grandi debitori che hanno fatto cadere tante banche italiane? Il ragionamento di per sé sempre inappuntabile: tutti i contribuenti sono chiamati in un modo o nell’altro a pagare per salvare molti istituti di credito (il Montepaschi su tutti), dunque è giusto sapere chi sono i responsabili di questo disastro. Ma la soluzione proposta si espone a una serie di contraddizioni. Vediamone alcune.

1- Il collasso di Mps, delle quattro banche del Centro Italia, delle popolari venete e quant’altro, è solo colpa dei crediti deteriorati? Evidentemente no. Nel caso Montepaschi la colpa originaria è un’acquisizione sbagliata, quella di Antonveneta, pagata troppo cara e senza averne le risorse proprio mentre arrivava, nell’estate 2007, la grande tempesta finanziaria. Da lì derivano una serie di conseguenze (dall’uso improprio se non truffaldino dei derivati alla vendita al dettaglio di titoli rischiosi e via di questo passo). Per questo ci sono procedure giudiziarie in corso e i responabili dal presidente Mussari in giù sono stati incriminati. Non basta? Debbono cadere altre teste? Quali? Quelle dei regolatori, dal Tesoro alla Banca d’Italia? O siamo al puro gioco al massacro per lisciare il pelo al lupo populista? Lo stesso ragionamento si può estendere a molti altri casi: la Popolare di Vicenza non ha cominciato forse a scricchiolare quando si è estesa troppo, dal Po alla Sicilia, ben al di là delle sue possibilità e capacità di gestione?

2- Facciamo i nomi dei grandi debitori, si dice. Bene. Prendiamo ancora Mps che è il vero pomo della discordia (tutto il resto viene di conseguenza). L’esposizione maggiore riguardava Sorgenia, Zunino, Zaleski, il San Raffaele di don Verzé, per non parlare della Fiat prima della cura Marchionne e via di questo passo. Ma attenzione, essendo una delle principali banche italiane, entrava in operazioni finanziarie rilevanti, ricavandone commissioni e interessi (i prestiti non sono elargizioni gratuite). Non tutte sono andate bene. Nel caso del gruppo energetico che faceva capo alla Cir di Carlo De Benedetti i crediti sono stati trasformati in azioni. Stiamo parlando in questo caso di centinaia di milioni, il resto sono frattaglie. Dunque chi deve sfilare in ferraglie sulla pubblica piazza? Fuori i nomi. Non è difficile farli. E’ tutto scritto nei libri contabili.

3- La cifra che circola per fare effetto è che il 70% delle sofferenze è dovuto ai grandi debitori, categoria che riguarda chi ha ricevuto prestitti superiori a un milione. Un banchiere che conosce bene il Montepaschi apre un’altra finestra e sostiene che dei 45 miliardi di crediti deteriorati 3 o 4 sono attribuibili ai grandi clienti, 6 o 7 al sistema Siena (dal Palio alla squadra di basket, tanto per fare qualche esempio o ai beneficiati dalla Fondazione). E gli altri dieci miliardi? Lo stesso ragionamento si può fare per la Popolare di Vicenza che avrà sì finanziato alcuni soci eccellenti graditi al presidente Zonin, ma non bastano questi crediti a giustificare la sua crisi.

4- E qui veniamo al nocciolo vero della questione. Siena, Arezzo, Ferrara, Ancona, Verona, Bergamo, Brescia, Chieti, Genova e quant’altro ancora: le banche hanno finanziato economie locali collassate con la lunga recessione che ha ridotto di dieci punti il pil italiano. Ciò non assolve nessuno sia chiaro. L’ammontare lordo di crediti deteriorati in Italia è pari a 360 miliardi, dei quali 210 sono vere e proprie sofferenze spalmate un po’ ovunque. In alcune aree geografiche e in alcune banche la situazione è peggiore. Perché? Perché la crisi del sistema produttivo è stata più profonda e perché ci sono imprenditori che hanno fatto male il loro mestiere e banchieri che non hanno saputo ben valutare il merito di credito. In quei dieci miliardi del Montepaschi c’è di tutto, da vigne del Chianti a laboratori artigiani. Se non fossero stati finanziati dalla banca la crisi sarebbe stata peggiore? Forse. Ma ciò non toglie che nessun banchiere può mettere a repentaglio i conti di una istituzione che accede non ai soldi di pochi ricchi soci, ma al pubblico risparmio.

5- In un suo scritto famoso, Raffaele Mattioli mitico capo della Banca Commerciale, sosteneva che il banchiere “sta ai crocicchi dell’economia non come un bandito, ma come un vigile che regola il traffico”. Se succede un incidente la colpa è di chi lo ha provocato, ma anche del vigile che non lo ha saputo prevenire. Non vorremmo che l’Assobancaria si comportasse come il sindacato dei vigili urbani pronto ad assolvere i suoi iscritti anche quando la notte di Capodanno stanno a casa con lo spumante invece che agli incroci con la paletta.

ultima modifica: 2017-01-10T11:28:07+00:00 da Stefano Cingolani

 

 

 

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