Tutte le nuove tensioni fra Vaticano di Papa Francesco e Donald Trump

Tutte le nuove tensioni fra Vaticano di Papa Francesco e Donald Trump
Il punto di Andrea Mainardi

“Penso che l’incontro tra Donald Trump e il Papa ci sarà”. Parola di diplomatico Usa. Pronostico che Louis Bono, dirigente pro tempore dell’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede, affida al Catholic News Service, l’agenzia della Conferenza episcopale americana. Questo nonostante The Donald non abbia ancora scelto il suo ambasciatore in Vaticano e, a meno di due mesi dal suo viaggio in Italia, non abbia chiesto udienza Oltretevere. Ma per la diplomazia in occasione del G7 di Taormina del 26 e 27 maggio, Trump troverà il modo di volare a Roma e varcare l’Arco delle campane. Almeno dovrebbe farlo. In modo che il presidente e Francesco abbiano “l’opportunità di parlare con franchezza delle differenze e concentrarsi su come lavorare ulteriormente sui punti comuni”, come sostiene Bono. Però il tempo si fa breve. Mentre il disaccordo tra Trump e l’episcopato Usa è ogni giorno più acuto. Oggi ha dovuto incassare anche l’esplicito e durissimo attacco del cardinale Peter Turkson (nella foto). Uno degli uomini più vicini a Bergoglio. Il prefetto del dicastero per lo Sviluppo umano integrale, parlando ai giornalisti a margine di un convegno, si è scatenato contro le mosse della Casa Bianca verso i Paesi in via di sviluppo e il recentissimo ordine esecutivo sull’ambiente. Dando la sua benedizione agli oppositori di The Donald: “Per fortuna ci sono anche voci contrarie, in disaccordo e contro”.

IL DURISSIMO ATTACCO DELLA SANTA SEDE

Turkson ha citato con soddisfazione il secondo stop al bando contro le immigrazioni di un giudice delle Hawaii: “È un segno che ci può essere un’altra voce e si spera che tramite i mezzi politici Trump cominci a ripensare alcune sue decisioni”. Su temi come le migrazioni, le misure per il clima, le spese per gli armamenti, gli aiuti allo sviluppo tagliati per finanziare il riarmo, sottolinea il cardinale, “contiamo anche sull’azione di lobby della Chiesa Usa”, che già spesso si è fatta sentire con messaggi e lettere al Congresso. E sul rispetto dell’ambiente, ha osservato che mentre Trump si muove in direzione opposta, “c’è un’altra potenza mondiale come la Cina che sta ripensando le sue posizioni”. Quella di Turkson è un’offensiva significativa, per il ruolo del cardinale in Curia e la sua strettissima vicinanza al Papa. Francesco lo ha voluto prefetto del super dicastero per il servizio dello Sviluppo umano integrale che dal 1 gennaio ha accorpato le funzioni di quattro precedenti pontifici consigli che si occupavano di giustizia e pace, carità, migranti e sanità. Un potente ministero vaticano nel quale Bergoglio si è riservato uno specifico ruolo per occuparsi direttamente di profughi e migranti. Una decisione inedita che un Papa si occupi direttamente di un ufficio curiale. Dove, evidentemente, lavora a stretto e frequente contatto con il cardinale ghanese.

QUELLA TELEFONATA MAI FATTA

Intanto si scruta l’orizzonte in attesa dell’incontro Trump-Francesco. Fonti diplomatiche riferiscono di una telefonata interlocutoria tra lo staff del presidente e la nunziatura della Santa Sede in America già subito dopo le elezioni presidenziali. Ha scritto Massimo Franco sul Corsera: “Si voleva sapere se, qualora l’inquilino della Casa Bianca avesse telefonato, il Pontefice gli avrebbe risposto. La replica è stata che ‘naturalmente’ non ci sarebbe stato nessun problema”. Trump non avrebbe chiamato. In Vaticano aspettano da novembre. Anche tra i trumpiani c’è attesa. Thomas Williams, corrispondente cattolico da Roma per Breitbart News – la piattaforma dell’alt-right già diretta dall’attuale consigliere di Trump, Steve Bannon – sottolineava un mese fa che venire in Italia e non vedersi col Papa “sarebbe visto come un vero e proprio affronto”. Ma a Trump, così criticato da vescovi e da molti ambienti cattolici, conviene in questa fase incontrare Bergoglio?

I VESCOVI BOCCIANO IL CLIMA SECONDO DONALD

L’ultimo contrasto in ordine di tempo è sull’ordine esecutivo sul clima, firmato martedì, col quale Trump ha smantellato il Clean Power Plan del predecessore e, di fatto, l’adesione americana agli accordi di Parigi sul taglio alle emissioni di carbonio. Accordi sostenuti da Francesco. Con un comunicato la Conferenza episcopale Usa si oppone al provvedimento presidenziale: “L’amministrazione rischia di danneggiare la nostra aria, le nostre acque e, soprattutto, la nostra gente, in particolare i poveri”. I vescovi citano l’enciclica verde Laudato si’. E precisano di non privilegiare “un approccio tecnico, economico o politico” rispetto ad un altro. Ma solo poche ore prima il vescovo Richard E. Pates, del Catholic Climate Covenant, in una conferenza aveva ribadito la preferenza per il Clean Power Plan di Obama. Senza appello il giudizio della rivista dei gesuiti America: “La cura di Trump per l’ambiente è l’opposto della Dottrina sociale della chiesa”. Quindi è arrivata la stilettata del cardinal Turkson.

C’È UN DOTTOR STRANAMORE ALLA CASA BIANCA?

Altro terreno di divisione è la volontà di Trump di potenziare l’arsenale nucleare per fare degli Usa il top of the pack, la nazione dominante nel club dell’atomica. Mossa che Francesco, in linea coi predecessori, condanna. Esplicito il recente messaggio inviato alla Conferenza Onu riunita a New York per negoziare il disarmo atomico. Armi definite da Francesco “inadeguate per difendere la pace”. Dalla Casa Bianca, in una intervista alla Reuters a fine febbraio, Trump ha chiarito che non vorrebbe vedere nessuno con la bomba nucleare, “ma non rimarremo mai indietro, anche se si tratta di un Paese amico”.

PROVE TECNICHE DI DIALOGO

In occasione dell’insediamento presidenziale, Francesco aveva inviato “cordiali auguri” al 45esimo presidente, invitandolo a non dimenticarsi dei “poveri, degli emarginati e di coloro che, come Lazzaro, stanno davanti alla nostra porta”. In una intervista a El Pais ha usato parole di prudenza. Archiviato il noto “chi pensa a costruire muri non è cristiano” – pronunciato in aereo in piena campagna elettorale – a presidente eletto Francesco ha sospeso il giudizio: “Vedremo ciò che farà. E poi si valuta”. Dalla Casa Bianca, il primo gesto ufficiale verso il Papa è arrivato per il quarto anniversario dell’elezione, il 13 marzo. Un messaggio diplomatico, firmato dal segretario di Stato, Rex W. Tillerson, incentrato a valorizzare la collaborazione tra Stati Uniti e Santa Sede “per far fronte a sfide globali come la tratta di esseri umani, l’insicurezza alimentare, le epidemie e lo sfruttamento della religione come strumento per incitare all’odio e dividere le nazioni”. Quindi “per promuovere la pace, la libertà e la dignità umana nel mondo”. Tanto. Ma ancora un programma forse troppo poco dettagliato.

TRA ABORTO E IMMIGRATI

Nel frattempo Trump di suoi programmi ha cercato di attuarne. Ha subito designato un giudice pro life alla corte suprema, Neil Gorsuch; anche se il Congresso non ne ha ancora ratificato la nomina. Ha immediatamente ristabilito la Mexico City Policy per tagliare i fondi alle Ong che finanziano l’aborto nel mondo. Due mosse che il Vaticano non ha motivo di non apprezzare. Ma si fa sempre più forte l’opposizione sulla questione del muro col Messico. Contestato dall’episcopato Usa e da quello messicano, che l’altro giorno ha tuonato contro le imprese che intendessero offrirsi di lavorare per costruire la barriera: “Sarebbe immorale”. Contestatissimo il muslim ban, presentato due volte e altrettante volte bloccato dai giudici. I vescovi lo hanno definito “vergognoso”. E critiche sono piovute sulla riforma sanitaria. Anche qui Trump non è andato a segno. Ancora prima che il provvedimento, impallinato da democratici e repubblicani, fosse ritirato, la Conferenza episcopale Usa si era affrettata a chiedere di garantire l’accesso alle cure sanitarie per tutti.

UN NUNZIO A CAVALLO DEL MURO

L’attuale nunzio vaticano negli States, l’arcivescovo Christophe Pierre, è stato nominato da Francesco nell’aprile 2016. Prima delle elezioni presidenziali. È quindi solo un caso che il suo precedente incarico fosse come nunzio in quel Messico dalle cui folle di immigrati Trump vuole difendersi estendendo il muro avviato dall’amministrazione di Bill Clinton. Intervenendo alla Georgetown University, non ha voluto commentare come il Papa si pone rispetto all’attuale clima politico. Specificando che il messaggio di Francesco va “al di sopra della politica”. Ma è stato chiaro quando ha ricordato che i cattolici ne dovrebbero seguire l’esempio “nell’uscire ai confini e prendersi cura di coloro che soffrono”. Sui possibili punti di contatto tra Casa Bianca e Vaticano, in una intervista alla Ewtn, Pierre ha citato il futuro del popolo, la libertà religiosa e la vita umana: “Non solo la vita del nascituro, ma dei bambini e dei migranti”.

RAPPORTI SULL’ALTALENA

Quindi Trump ha o no interesse a incontrare oggi Bergoglio? I rapporti tra Vaticano e Santa Sede seguono il palinsesto di una storia non sempre facile. Non è una novità che l’episcopato americano contesti le politiche di un presidente in carica, come accaduto per le posizioni liberal di Bill Clinton e Barack Obama. Non lo è che si tuoni dal Palazzo Apostolico, come fece Giovanni Paolo II contro la guerra in Iraq voluta da George W. Bush. Con Obama, ai tempi di Benedetto XVI, osserva Roberto Regoli in Oltre la crisi della Chiesa (Lindau, 2016), c’era intesa sulla lotta alla povertà e le politiche sull’immigrazione, ma la frattura è stata netta su aborto e matrimonio omosessuale. Obama nel 2009 scelse un teologo come suo primo ambasciatore alla Santa Sede. Proprio perché le difficoltà ad intendersi erano sui principi etici. Lo ha tenuto in servizio fino all’ottobre 2013, quando Ratzinger aveva rinunciato e al Soglio era salito Francesco. Con Bergoglio sono rimaste le differenze sulla bioetica, ma la sintonia su ambiente, povertà e immigrazione era pressoché perfetta. Obama quindi ha nominato il suo ambasciatore prima di incontrare Ratzinger, in una occasione analoga a quella offerta oggi a Trump: il viaggio in Italia per partecipare a quello che allora era il G8 dell’Aquila. Era luglio: sette mesi dopo il giuramento presidenziale. Le divisioni con Benedetto c’erano e lampanti. Però non si lasciò scappare l’occasione. Ora tocca a Trump decidere. Per lui la questione dei rapporti col Vaticano è rovesciata: può incontrare il favore della Chiesa sui temi pro life, ma decisamente deve attendersi nuove correzioni e rimproveri su quelli sociali.

ultima modifica: 2017-03-30T17:25:01+00:00 da Andrea Mainardi