Biotestamento, ne parliamo a mente fredda?

Biotestamento, ne parliamo a mente fredda?
Troppa voglia di discutere in astratto per rimuovere due cose concretissime: la persona e la morte…

Devo ringraziare una volta di più il direttore di Formiche.net che, nei giorni scorsi, ha pubblicato le ragioni del mio voto favorevole alla legge sul biotestamento. Non è questa la sede per ribadirle, o per approfondirle, o per rinfocolare polemiche politiche molto spesso superficiali e inadeguate. Di tutto questo, intervenendo alla Camera – nel dibattito – almeno una dozzina di volte, ho parlato anche troppo.

Facciamo così, allora: dimentichiamo la legge, dimentichiamo la personale opinione di ciascuno (favorevole, contrario, dubbioso, eccetera), e concentriamoci su una considerazione più generale che mi tormenta da qualche tempo, e si è fatta lancinante nelle settimane della discussione in Aula.

Vedo da molte parti una gran voglia di discutere in astratto, di parlare di massimi sistemi, di evocare grandi e solenni principi, dimenticando due cose concretissime. Gli americani dicono, quando si finge di non vedere qualcosa di enorme e imbarazzante, che c’è un elefante nella stanza. Ecco, qui gli “elefanti” sono almeno una coppia: la persona e la morte.

La persona, in primo luogo: perché qui non si parla di tutti i cittadini, ma di quel cittadino, di quella donna, di quell’uomo. Intendo dire che troppo spesso si dimentica che, alla fine, stiamo parlando non di una questione generale ed astratta, ma di come l’ordinamento giuridico è capace o no di curvarsi sul caso singolo, riconoscendo o meno il diritto di ciascuno di decidere sul proprio corpo, per se stesso. Dal mio punto di vista, è questa la ragione principale che conferma la superiorità del common law anglosassone rispetto al civil law continentale: in questo caso, una norma è necessaria, ma non c’è dubbio – a mio avviso – sul fatto che la legge scritta, nella sua fissità generale, non riesca mai a prevedere e incasellare l’infinita molteplicità dei casi della vita reale.

E in secondo luogo, la morte. La morte, sì, proprio lei, quella descritta da Bergman forse meglio che da ogni altro cineasta o letterato. Nel nostro tempo volatile e superficiale, nella nostra società di apparenze e cultura “visuale”, nella nostra soglia di attenzione ormai ridotta a pochi secondi, c’è una voglia (comprensibile: senza bisogno di ricorrere alla psicanalisi) di “rimuoverla”, di accantonarla, di esorcizzarla. Perfino le discussioni sul “fine-vita”, spesso così violente e irrispettose, sono un altro modo per far finta che la “fine della vita”, cioè la morte, non esista: le discussioni sulla morte come un altro espediente per allontanare la morte.

Eppure c’è, feroce e tetragona: e in pieno 2017 (che si sia religiosi oppure laici o invece agnostici), nel nostro Occidente, sconcerta che non siamo ancora riusciti a prepararci, a “elaborare” preventivamente, a costruire un discorso pubblico adulto, adeguato, lontano dalla violenza reciproca, spia della paura e dell’insicurezza che ci possiedono dinanzi a quell’ultima porta.

ultima modifica: 2017-04-30T07:50:29+00:00 da Daniele Capezzone

 

 

 

 

 

 

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