Le nuove verità sul caso Moro. Parla Gero Grassi (Pd)

Le nuove verità sul caso Moro. Parla Gero Grassi (Pd)
Conversazione con Gero Grassi (Pd) membro della Commissione d'Inchiesta sul Caso Moro

Il 9 maggio del 1978 il brigatista Valerio Morucci con una telefonata al prof. Tritto indica in via Caetani il luogo in cui ritrovare il corpo senza vita dell’onorevole Aldo Moro. Il parlamentare della Dc era stato rapito il 16 marzo dello stesso anno in via Fani da un commando di uomini armati che ha fatto strage della sua scorta. A 39 anni di distanza la Commissione d’inchiesta parlamentare sta riscrivendo la verità storica sul caso Moro superando la tesi ufficiale che voleva le Brigate Rosse come unico responsabile della morte del Presidente della Dc e degli uomini della sua scorta. Quello che traccia la Commissione è un quadro a tinte fosche che chiama in causa numerosi soggetti: dai servizi segreti deviati italiani, alla criminalità organizzata fino alle agenzie d’informazione internazionali. Di questo ne abbiamo parlato con l’onorevole Gero Grassi (PD)  membro della Commissione d’Inchiesta sul Caso Moro e profondo conoscitore della materia.

Qualche tempo fa, nel corso di una conferenza, lei ha detto che in via Fani, luogo del sequestro dell’onorevole Moro, c’erano “anche” le Brigate Rosse ma non solo loro. Chi altri c’era?

Le relazioni della Commissione Moro, approvate da Camera e Senato, ribaltano la verità giudiziaria e storica affermata in questi anni. In primo luogo la ricostruzione dell’eccidio di via Fani vede almeno 20 persone impegnate sulla scena del delitto mentre le Brigate Rosse, nelle evoluzioni delle loro bugie, sono arrivate al massimo a 9.

Quindi sono da identificare almeno altre 11 persone.

Nel novembre del 2014 il Procuratore alla Repubblica di Roma Ciampoli ha scritto che è ormai certo che in Via Fani, insieme alle Brigate Rosse, vi fossero elementi dei servizi segreti deviati dello Stato, uomini della mafia romana (Banda della Magliana) e uomini dei servizi segreti europei che avevano interesse per lo meno a creare caos in Italia. Oltre a questo è emerso che in via Fani vi erano almeno due persone che parlavano in tedesco, è stato, infatti, più volte ripetuto il termine “Achtung”.

Le incongruenze con la versione storica, però, non si fermano al numero dei sequestratori.

Assolutamente no, rileviamo incongruenze anche a riguardo dell’esecuzione materiale del sequestro. I brigatisti hanno più volte affermato che si sarebbe sparato solo da sinistra. La Commissione ha accertato che si è sparato anche da destra. Tutto ciò ci induce a ritenere che in via Fani vi fossero “anche” le Brigate Rosse. Il termine “anche” è usato in maniera ironica e significa che per 39 anni una parte di classe politica, magistratura, forze dell’ordine e del mondo del giornalismo italiano, ha sostenuto, sbagliando, che gli unici responsabili erano stati i brigatisti rossi. La Commissione ha scoperto che le BR sono state comprimarie nel “caso Moro”. Questo non riduce le loro responsabilità anzi le aumenta. Perché oltre ad essere criminali sono anche bugiardi.

La vostra attenzione si è concentrata anche sul bar Olivetti, situato in prossimità del luogo dell’agguato. Per le cronache dell’epoca doveva essere chiuso.

Noi abbiamo testimonianze che ci dicono il contrario, il bar era aperto. Quel locale era frequentato da Tano Badalamenti, Frank Coppola della mafia siculo americana, il colonnello Camillo Guglielmi, che è il vice comandante generale di Gladio, settore K, le Brigate Rosse, i Nar, la Banda della Magliana con Renatino De Pedis e Massimo Carminati. C’è un magistrato che è venuto in Commissione, il dott. Giancarlo Armati, Procuratore della Repubblica, all’epoca sostituto, che dice di aver capito che il bar non era fallito come si diceva. C’erano testimoni che affermavano che il locale fosse aperto, che non avrebbe mai tolto le fioriere, l’arredamento e che dopo 15-20 giorni dal rapimento Moro il bar avrebbe riaperto tranquillamente. Il dott. Giancarlo Armati sostiene anche che gli uomini dell’arma dei Carabinieri non sarebbero stati completamente sinceri con lui. Oltre a questo va aggiungo che il bar Olivetti era di due uomini legati ai servizi segreti e della figlia dell’ex Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, probabilmente ignara di tutto quello che avveniva nel bar. In tutto questo scenario via Fani non è più quella che ci hanno raccontato per non parlare poi di via Caetani o di via Montalcini.

Quella che la Commissione descrive è una scena del crimine molto affollata, con soggetti di differente estrazione però con un obiettivo comune, il sequestro dell’onorevole Moro. Si può immaginare che parlassero tra di loro?

Pensare che ci fosse un tavolo in cui diversi soggetti, dalla Baader Meinhof, alla CIA e al KGB, si sedevano e mettevano in moto una strategia è, diciamo, un po’ fuorviante. Nel 1978 KGB e CIA, i servizi segreti sovietici e americani, si sparano in tutto il Mondo. Invece in Italia entrambi convergono sulla necessità di eliminare Moro per obiettivi diversi. Quando il 29 maggio del 1979 vengono arrestati i fidanzati delle Brigate Rosse, cioè Valerio Morucci e Adriana Faranda, nella casa di uno dei più importanti agenti del KGB italiano, il professore universitario Giorgio Dario Conforto, in quella casa si trova carta intestata dello Ior di Marcinkus. Noi scopriamo che Marcinkus, oltre ad essere un vescovo a capo dello IOR, è anche un’agente della CIA. Scopriamo che il prof. Conforto è un’agente della CIA e del Sismi e scopriamo anche che in quella casa c’è carta intestata dell’Istituto religioso vaticano Pro Deo il cui capo è Padre Morlion, che è anche il capo degli agenti della CIA Italia. In quella casa c’erano la CIA, il KGB e lo IOR. Bisogna tenere presente che l’arresto Morucci – Faranda non è un arresto, la coppia si è consegnata alla Digos per paura che Moretti li uccidesse. E si sono consegnati tramite l’autosalone (AutoCia) che vendeva macchine usate a Roma e che era nelle mani degli uomini della Banda della Magliana. Tutti questi avevano interessi diversi affinché Moro venisse eliminato perché Moro voleva realizzare la democrazia compiuta.

Cosa intende per “democrazia compiuta”?

La democrazia compiuta è una cosa diversa dal “compromesso storico” di Berlinguer che voleva portare i comunisti al Governo. La democrazia compiuta di Moro è il tentativo di evitare che in Italia ci fosse sempre un partito che governa, la Democrazia Cristiana, e sempre un partito all’opposizione, il Partito Comunista peraltro legato a Mosca. Moro vuole portare i comunisti in Europa, realizzare in Italia una sorta di bipartitismo atlantico, europeo, moderno e costruire un’Europa dei popoli. L’Europa dei popoli all’epoca non la vogliono né gli Stati Uniti, né la Russia, né l’Inghilterra che sono fermi al 1945 a Yalta. Per tutte queste ragioni Moro è un personaggio fortemente scomodo che viene eliminato con la complicità delle Brigate Rosse, all’interno delle quali ci sono gli infiltrati dei servizi segreti deviati italiani, e con la complicità della criminalità organizzata come Camorra, Ndrangheta e Mafia che rendono un servizio al potere. Questo era un coacervo di forze che non fanno assemblee per rapire Moro ma hanno interessi convergenti.

La Commissione ha fatto indagini approfondite anche in via Montalcini, il luogo in cui l’onorevole Moro sarebbe stato assassinato. Cos’ha rilevato?

Le Brigate Rosse ritengono che in via Montalcini vi fosse la prigione di Moro. Dall’incidente probatorio che abbiamo fatto insieme ai RIS è emersa una realtà differente. Il modo in cui le BR dicono di avere ucciso Moro per numero di colpi, per ubicazione del corpo nella Renault, per la istantanea morte, per le traiettorie dei colpi, per il numero dei colpi, non corrisponde agli esiti dei nostri accertamenti. Mi spiego, Moro non è morto sul colpo, non era steso nel cofano della Renault e il numero di colpi non è quello che dicono i brigatisti. Tutto questo cosa ci dice? Che probabilmente chi ha sparato non sono Maccari, Gallinari e Moretti, i tre brigatisti che si sono autoaccusati. E il fatto che a distanza di tanti anni non dicano quale sia stata la vera prigione di Moro vuol dire che probabilmente loro nascondo una verità relativa al “primo livello” del rapimento Moro, per cui indicando la vera prigione indicherebbero delle corresponsabilità impronunciabili. Il lavoro dei RIS continuerà con noi in Commissione.

ultima modifica: 2017-05-09T08:39:54+00:00 da Maria Scopece

 

 

 

 

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