Come e quando Giovanni Falcone rivoluzionò la lotta alla mafia

Come e quando Giovanni Falcone rivoluzionò la lotta alla mafia
L'analisi del magistrato Giusto Sciacchitano

La testimonianza a puntate dell’ex componente del pool Antimafia di Palermo, Giusto Sciacchitano.

I molti ricordi e testimonianze con le quali è stato ricordato nei giorni scorsi il 25° anniversario della strage di Capaci in cui furono assassinati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la scorta, e la quasi esclusiva focalizzazione sul maxiprocesso, hanno fatto in certo modo dimenticare quale era lo stato delle conoscenze all’inizio dell’attività antimafia di Falcone e tutte le precedenti indagini nelle quali i nuovi modelli di indagine erano stati sviluppati e, per così dire, testati per avere poi la consacrazione finale e decisiva appunto nel maxiprocesso.

Certamente quest’ultimo ha avuto una importanza fondamentale, sia dal punto di vista strettamente giuridico-giudiziario che da quello sociale, per un contrasto definitivo contro la mafia, ma io credo che, appunto dopo 25 anni, l’ottica si può allargare e ricordare proprio gli inizi dell’attività antimafia di Falcone, quei processi cioè che hanno svolto il ruolo di apripista ai suoi metodi di indagine e che solo per le novità investigative da lui introdotte hanno avuto i risultati positivi sia in campo nazionale che internazionale.

C’è una data precisa in cui questo modo nuovo di svolgere le indagini iniziò, e ciò avvenne nel maggio 1980 quando, nell’arco di pochi giorni, presero avvio, presso la Procura della Repubblica di Palermo, tre grandi processi di mafia che, per varie circostanze, furono a me affidate dal Procuratore Costa: il processo contro Spatola Rosario + 120 imputati; il processo contro Gerlando Alberti e altri, tra i quali tre chimici francesi; il processo contro Mafara Francesco e numerosi atri. Quando, dopo i primi atti di competenza della Procura della Repubblica, i processi passarono all’Ufficio Istruzione, il primo e il terzo furono affidati dal Consigliere Istruttore Rocco Chinnici a Giovanni Falcone.

La figura del “Giudice Falcone” e quello che era destinato a diventare “il metodo Falcone” nacquero allora.
Falcone capovolse completamente il precedente metodo di indagine; anziché limitarsi a verificare il lavoro svolto dalle Forze di Polizia che, nel sistema del vecchio codice di procedura, redigevano un rapporto sulle attività svolte, che poi presentavano all’A.G., volle direttamente assumere le investigazioni, compiendo personalmente tanti atti o delegandone altri, ma singolarmente e specificamente e non più in via generale. Ma soprattutto assumendo una visione unitaria della mafia, mai prima considerata.

Il primo processo riguardava una pluralità di fatti: rapporti tra la mafia siciliana e quella che allora sembrava la mafia americana, numerosi episodi di traffico di eroina tra i due gruppi, quindi tra Palermo e New York, sequestro a New York di Sindona e sua ricomparsa.

Il secondo processo era iniziato con l’arrivo a Palermo, segnalato dalla Polizia francese, di tre chimici marsigliesi, seguendo i quali è stato scoperto, con sorpresa come si dirà, un laboratorio di eroina.

Il terzo processo aveva avuto origine con l’arresto, all’aeroporto di Roma Fiumicino, di un belga (Gillet) che trasportava 8 kg di eroina, che si scoprì dopo essere destinati a Palermo.

I vari fatti a una prima lettura sembravano commessi da gruppi criminali distinti seppure certamente di mafia; nessun nome era comune alle tre indagini e nessun elemento le collegava direttamente. Avevano invece in comune una particolarità: tutti avevano per oggetto il traffico di eroina e collegamenti con l’estero, nel senso che i fatti oggetto di indagine si erano verificati parte a Palermo o comunque in Italia e parte all’estero.

(1.continua)

ultima modifica: 2017-06-19T11:08:20+00:00 da Giusto Sciacchitano

 

 

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