La Cumparsita, “el tango de los tangos” cent’anni dopo

La Cumparsita, “el tango de los tangos” cent’anni dopo

Il giovanotto cercava una colonna, la più grande che potesse trovare, per nascondersi dallo sguardo dei tanti uomini in abito scuro, farfallino e cappello di paglia pronti a giudicarlo. Era arrivato il momento di ascoltare per la prima volta l’opera che il ragazzo impegnato a nascondino, aveva appena composto. E quel caffè della Belle Époque ormai al tramonto anche in Sudamerica, il più importante e centrale di Montevideo, capitale dell’Uruguay, s’era riempito di gente in attesa che il gruppo di musicisti suonasse, finalmente, l’annunciata novità.

Gerardo Hernán Matos Rodríguez, vent’anni appena e studente di architettura, mai avrebbe immaginato che il suo primo componimento da lui stesso seguito, ma non eseguito -tanto ne temeva il fallimento-, sarebbe diventato il tango più conosciuto e suonato al mondo.

Era il 19 aprile 1917. Presso “La Giralda”, luogo bohémien della borghesia dove assistere a spettacoli musicali con una coppa in mano, esordiva “La Cumparsita”. Cent’anni sono passati dalla nascita de “el tango de los tangos”, com’è considerato quel motivo inventato per caso, ma nel tempo interpretato da più di mille orchestre e con millesettecento versioni registrate. E cantato -con almeno tre testi diversi- anche da Carlos Gardel, l’irrompente voce del tango e uruguaiano pure lui come il timido Matos Rodríguez.

Ma dimenticate le parole, voi che ballate, perché è la melodia ciò che ha fatto della “Cumparsita” un “patrimonio dell’umanità” riconosciuto dall’Unesco nel 2009. Un patrimonio pieno di Italia, a cominciare dal nome storpiato e dovuto a un cameriere italiano. Ogni volta che costui vedeva arrivare il gruppetto di musicisti in erba cappeggiato da Matos Rodríguez, diceva: “Eccoli quelli della Cumparsita”. In realtà avrebbe dovuto dire “Comparsita” con la o, perché dalla parola spagnola “comparsa” tale soprannome prendeva le mosse.

La storia è la seguente. Avvicinandosi il carnevale del 1917, lo studente di architettura e i suoi amici volevano inventarsi “una comparsa para cantar en los cafés”, ossia un costume per esibirsi nei caffè. Matos Rodríguez, in verità, del musicista non aveva ancora molto. S’era, però, creato un motivo armonioso per i fatti suoi. Quando lo propose alla comitiva per associarlo al travestimento carnevalesco e suonarlo nei bar, inevitabilmente quel motivo, grazie all’ignara incursione battesimale del cameriere italiano che cambiò la vocale spagnola, diventò “La Cumparsita”.

Ma di ascendenza italiana furono pure quanti contribuirono con la loro arte a strappare l’ovazione dei presenti già al debutto in quella indimenticabile giornata d’autunno latinoamericano. A cominciare dall’apporto decisivo del pianista argentino Roberto Firpo, oriundo genovese che, oltre a suonarla, intervenne sulla parte finale della composizione, aggiungendovi un motivo di Verdi.

Basta poi seguire le orme dei cognomi per scoprire quanto il canto universale debba all’ispirazione italiana, che è il vero comune denominatore fra gli artisti argentini e uruguaiani (storicamente il tango sboccia fra Buenos Aires e Montevideo, appartenendo alla cultura di entrambi i Paesi affacciati sul Río de la Plata): Maroni e Contursi ne scrissero le parole nel 1924. Nel quartetto del pianista Firpo i violinisti si chiamavano Roccatagliata e Ferrazzano. E il bandoneón, il mitico strumento a mantice lontano parente della fisarmonica, era nelle mani ferme di De Ambroggio. Persino gli studiosi che alla Cumparsita si sono dedicati rivelano la discendenza, dalla nipote di Matos Rodríguez, che si chiama Infantozzi e ha ordinato partiture e ricordi in un libro (“mio nonno era l’autore più sconosciuto del tango più conosciuto”) allo studioso Varese, che è andato a rileggersi i giornali dell’epoca per riscoprire il caffè che non c’è più, pur avendo dato i natali al tango che ci sarà per sempre.

All’oriundo più celebre, Astor Piazzolla, La Cumparsita non piaceva. Troppo poverella, diceva quel genio a cui poco garbava la semplicità della melodia. Eppure, non rinunciava mai a suonarla, cioè a vestirla con la sua interpretazione, “perché un buon abito -diceva sornione e gigione- migliora sempre l’aspetto”.

(Articolo pubblicato sul Messaggero e tratto dal sito www.federicoguiglia.com)

ultima modifica: 2017-06-19T18:30:02+00:00 da Federico Guiglia
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