Perché la rete può ingabbiare i ragazzi. Parla l’ex ministro britannico Joanna Shields (ex Google e Facebook)

Perché la rete può ingabbiare i ragazzi. Parla l’ex ministro britannico Joanna Shields (ex Google e Facebook)

C’è un “mondo digitale che sta emergendo” ma che “solo ora si comincia a vedere”. E che non è solo rose e fiori. Joanna Shields, baronessa e conservatrice, è stata ministro britannico delle Politiche sulla sicurezza e la sicurezza di Internet del governo Cameron. Prima di entrare in politica, ha lavorato per venticinque anni in colossi come Google o Facebook. Durante il convegno “Child Dignity in the Digital World”, che si è svolto in Vaticano dal 3 al 6 ottobre, discutendo dei rischi e della vulnerabilità dei minori, e non solo, all’interno di quello che oggi è il grande calderone del web, l’ex ministro ha spiegato che la tecnologia “ci dà nuovi poteri e ci arricchisce in modi che non avremmo mai immaginato”, ma che “sta anche trasformando la minore età aldilà di quanto riusciamo a capire”.

LA RIVOLUZIONE DIGITALE E I PERICOLI NASCOSTI

“Per più di un quarto di secolo abbiamo viaggiato ad una velocità impressionante in questo futuro sconosciuto, magnificando le virtù della rivoluzione digitale nel democratizzare l’accesso all’informazione”, ha detto. E “anche se riconoscevamo che in questo brave new world vi erano delle oscurità, eravamo abbagliati dalla luce”. Ma “fra un certo numero di anni, quando la storia scriverà il capitolo intitolato ‘era digitale’, ne celebrerà gli immensi benefici?”, o “pronuncerà un requiem di rimpianti per l’infanzia perduta?”, ha domandato la Shields. “Per come è oggi la situazione, io temo che la storia ci giudicherà duramente a meno che non passiamo ora all’azione”, è la sua risposta. È infatti difficile accettare questo problema finché non ci si trova coinvolti, ha spiegato citando, da madre, la possibilità di trovarsi alle prese col suicidio di una figlia vittima di cyber-bullismo o finita in ospedale perché non riesce a smettere di procurarsi del male, oppure di un ragazzino rapito e assassinato da un pedofilo, per arrivare fino all’idea di trovarlo in viaggio per la Siria, perché caduto nella seduzione online dello Stato Islamico.

“MENTRE GUARDAVANO ALLE BELLEZZE DI INTERNET NON VEDEVAMO COSA STAVA ROVINANDO”

“Mentre eravamo fissati su tutte le bellissime cose che Internet avrebbe fatto, non pensavamo mai alle cose che avrebbe rovinato”, ha così affermato con disincanto, riferendosi alla “trasformazione radicale della minore età nel giro di una sola generazione”. Perché la realtà che vede con occhio lucido è che “no, le cose dei ragazzi non vanno bene”. Guardando i dati, infatti, ciò che ne esce è “qualcosa di realmente allarmante”: che cioè la “cosiddetta iGeneration dorme meno, esce meno, si incontra meno e manifesta ritardo nei comportamenti che per decenni hanno segnato la transizione all’età adulta”. I social media regalano loro “l’illusione di essere connessi con amici a portata delle loro dita, mentre in realtà la vera connessione di cui hanno ardente bisogno non è accessibile in questo spazio virtuale”. E tuttavia, di questi canali ne “sono dipendenti e tornano e ritornano a cercarli, talvolta in ogni minuto libero ma con piccola soddisfazione. E quando sono soli, hanno paura di essere abbandonati”. Constatazione che la porta a sostenere che “l’evoluzione del modo in cui i giovani spendono il loro tempo non è neutrale. È negativa”. Un aumento del tempo passato davanti allo schermo, ha spiegato la Shields citando i dati di Atlantic Source, “è in correlazione diretta con l’infelicità”, e due ore davanti allo schermo “aumentano i fattori di rischio di suicidio e depressione”.

IL CIRCOLO PERICOLOSO DELLE BOLLE FILTRATE

Gli smartphone poi, è risaputo, hanno il potenziale di connettere tutti con tutti, grandi e piccini, buoni e cattivi. “Non c’è un prodotto specifico per i bisogni unici dei giovani”. E se ad esempio “la prima lezione di educazione sessuale di un bambino è un video pornografico, questo diventerà il suo punto di riferimento”. L’internauta infatti seleziona contenuti e la rete, tramite i suoi algoritmi, finisce per rinchiuderlo in bolle filtrate, “che rinforzano le tendenze negative, i pregiudizi e le informazioni ingannatrici, creando un circolo pericoloso”. Il circolo delle fake-news, ma non solo. E in questo “i giovani non sono monitorati né supervisionati”. È stato da presidente di Bebo, uno dei primi social network, che già nel 2006 la Shields ha iniziato a intravedere, parallelamente all’esplosiva crescita del numero di utenti, “un’epidemia di casi di adescamento di bambini”: “Allora ho cominciato a vedere le cose in una luce diversa”. Col tempo però “il ruscello divenne un torrente, e comprendemmo che il problema non si limitava a un network”, ma era “senza confini e senza linee chiare di responsabilità per risolverlo”. Con governi e polizia “radicati in prospettive di risposta locale e fisica”, alle prese con criminali che queste frontiere le superavano senza alcuna difficoltà. Con un semplice click. Ragion per cui, oggi, si è arrivati a comprendere che “sradicare lo sfruttamento sessuale dei minori online richiede un approccio con molti attori”.

“DAL GIORNO IN CUI NASCE UN BAMBINO VIENE RACCOLTA LA SUA STORIA PERSONALE”: “COME LA USIAMO?”

È la natura apolide della rete, una cittadinanza perduta e non più riconquistata. “Dal giorno in cui un bambino nasce comincia a lasciare impronte digitali: la sua storia sanitaria, i suoi risultati scolastici, le sue amicizie, i suoi interessi e le sue abitudini vengono raccolti, analizzati e perfino monetizzati. Come adulti, ci rendiamo conto del giro di interessi che si crea intorno alla nostra informazione personale?”. Per questo la Shields ha detto di sostenere lo “Strumento dei 5 Diritti”, garantiti dalla Convenzione dell’Onu e aggiornati rispetto alle questioni poste dall’era digitale: il diritto alla rimozione, alla conoscenza, alla sicurezza e al sostegno, alla scelta informata e cosciente, e alla capacità di esprimersi e relazionarsi digitalmente. I dati “devono essere assicurati, protetti e non negoziabili”, ha affermato la politica britannica. Ma la tecnologia, si sa, potrebbe essere usata anche in modo positivo: “Facebook, Instagram e Google hanno dichiarato tutti pubblicamente di avere le capacità di riconoscere le depressioni e le tendenze suicide e molte altre situazioni potenzialmente pericolose”. Per esempio, “se un utente è in stato di depressione o tende al suicidio, esistono strumenti per riconoscerlo”. E “se questo è vero, non dobbiamo usare in modo proattivo questo tipo di conoscenze? La dignità, la sicurezza e la salute dei nostri bambini devono essere il nostro primo pensiero. Nel suo recente discorso al TED Papa Francesco ha affermato che l’unico futuro che vale la pena di costruire è quello che include tutti. Sono pienamente d’accordo, e vorrei aggiungere che è un futuro che protegge tutti”.

ultima modifica: 2017-10-10T09:00:23+00:00 da Francesco Gnagni

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