Giulio Regeni e il caso della prof. Abdel Rahman di Cambridge

Giulio Regeni e il caso della prof. Abdel Rahman di Cambridge
L'approfondimento di Filippo Merli

Maha Mahfouz Abdel Rahman è una donna silenziosa. Il primo e ultimo verbale raccolto dai pm risale al 12 febbraio del 2016. Il giorno dei funerali di Giulio Regeni. “Sono un’esperta di economia egiziana, che è il mio settore. Per questo motivo Giulio si è rivolto a me, perché univo esperienze sociologiche a quelle economiche. Il primo anno del dottorato è incentrato su studi teorici all’università. Il secondo anno è dedicato alla pratica, alla ricerca sul campo, e gli studenti si recano nel Paese sul quale stanno svolgendo gli approfondimenti”. Nel caso di Regeni, l’Egitto. Lì dove il corpo del ricercatore friulano è stato ritrovato, martoriato e torturato, sul ciglio di una superstrada della periferia del Cairo il 3 febbraio del 2016. Nove giorni dopo, alle esequie di Fiumicello, in provincia di Udine, erano presenti anche alcuni amici e colleghi di Regeni all’università di Cambridge. Abdel Rahman conosceva quei volti. Lei, nell’Alison Richard Building, sede del Centre of development studies dell’ateneo britannico, aveva e ha tutt’ora una cattedra. Lei, esperta di movimenti politici e sociali d’opposizione, diritti umani e sindacati, era la tutor di Regeni, la docente che aveva firmato una dichiarazione di non pericolosità per le ricerche che il suo studente avrebbe dovuto svolgere per la tesi sui sindacati indipendenti sotto il regime di Abdel Fattah al Sisi. Lei, che s’è rifiutata di consegnare il telefono e il computer e che s’è dimostrata piuttosto restia a collaborare coi titolari dell’indagine sulla morte di Regeni, ora dovrà fare chiarezza. Secondo un documento ufficiale reso noto da Repubblica, lo scorso 9 ottobre il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e il sostituto, Sergio Colaiocco, hanno trasmesso alla United kingdom central autorithy (Ukca) un ordine europeo d’investigazione in cui viene richiesto l’interrogatorio formale della professoressa Abdel Rahman e l’acquisizione dei suoi tabulati telefonici, mobili e fissi, utilizzati tra il gennaio 2015 e il 28 febbraio 2016, per ricostruirne la sua rete di relazioni. La donna silenziosa, per i pm, deve parlare. E, secondo un portavoce dell’università di Cambridge, è disponibile a farlo.

CHE FINE HANNO FATTO I REPORT?

Il documento, di dodici pagine, è stato condiviso dall’autorità giudiziaria con la Farnesina, il ministero di Giustizia, l’ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini, e il Foreign office, il ministero degli Esteri britannico. Secondo Repubblica, le carte contengono dettagli inediti sull’ambiguità della professoressa Abdel Rahman nella gestione del suo rapporto accademico con Regeni. I magistrati romani, nella rogatoria inviata al Regno Unito, hanno fissato “cinque punti su cui è di massimo interesse investigativo fare chiarezza e relativi al dottorato di ricerca che ha portato Giulio Regeni in Egitto dal settembre 2015”. Primo: “Chi ha scelto il tema specifico della ricerca di Giulio”. Secondo: “Chi ha scelto la tutor che in Egitto avrebbe seguito Giulio durante la sua ricerca al Cairo”. Terzo: “Chi ha scelto e con quale modalità di studio la ricerca partecipata”. Quarto: “Chi ha definito le domande da porre agli ambulanti intervistati da Giulio per la sua ricerca”. Quinto: “Se Giulio abbia consegnato alla professoressa Abdel Rahman l’esito della sua ricerca partecipata durante un incontro avvenuto al Cairo il 7 gennaio del 2016”. “Una conversazione avvenuta sulla chat di Skype il 26 ottobre 2015 tra Regeni e le madre Paola”, si legge nel documento redatto dai magistrati di Roma, “consente di sapere come Giulio viva le sue ricerche al Cairo e di scoprire come fosse stata la professoressa Abdel Rahman a insistere perché approfondisse il tema specifico della sua ricerca e con le modalità partecipate”. In quella chat, Regeni, con un intercalare friulano, dice alla madre: “Me stago addentrando nel tema… E go de capir de più… Xe importante perché nesun ga fatto questo prima… perché Maha insisteva che lo fasesi mi…”. Nelle conversazioni con la madre e con alcuni amici contenute nella memoria del suo pc, scrivono i magistrati, “è pacifico come non vi sia alcun elemento che autorizzi a ritenere che Giulio Regeni avesse altri interessi lavorativi o attività nel Regno unito che non fossero la sua attività di ricerca”. Regeni era un semplice ricercatore. Senza alcun compito d’intelligence per conto di governi stranieri o altre false coperture. E da ricercatore, lo studente friulano ha redatto dieci report coi suoi studi sui sindacati autonomi egiziani, di cui è rimasta una copia nel suo pc e che, secondo la Procura di Roma, Regeni avrebbe consegnato alla professoressa Abdel Rahman al Cairo il 7 gennaio del 2016. Lo stesso giorno in cui l’ambulante Mohamed Abdallah avrebbe filmato e registrato Regeni con strumentazioni fornite dalla National security, il servizio segreto civile del regime egiziano. In una mail inviata il 12 giugno del 2016 alla polizia del Cambridgeshire, la tutor di Regeni conferma di averlo incontrato, ma senza spiegarne il motivo. “In un’occasione, nella seconda settimana di gennaio, Giulio e io ci siamo visti al Cairo, ma è stato un incontro veloce. Ero di passaggio per far visita ai miei familiari”. Nessuna menzione sui report di Regeni.

PROSSIMA FERMATA CAMBRIDGE

Tutto, nella vicenda Regeni, è iniziato a Cambridge. I familiari del ricercatore hanno più volte invitato i vertici accademici a rivelare la loro versione dei fatti. “Cambridge rompa il silenzio”, aveva detto lo scorso aprile la madre Paola al termine di “Nove giorni al Cairo”, il docufilm sull’omicidio di Regeni proiettato al Festival del giornalismo di Perugia. Lo scorso luglio, la sorella del ricercatore, Irene, aveva esposto uno striscione con la scritta “verità per Giulio Regeni” davanti all’ateneo britannico: “Da Cambridge, dove le voci tentennano a farsi sentire, alzo più forte la mia”. Se dalle autorità egiziane arrivano documenti pressoché inutili per le indagini sull’omicidio del ricercatore, l’università di Cambridge, con un comunicato ufficiale datato 4 agosto 2016, era intervenuta in difesa della professoressa Abdel Rahman. “Ci risulta che la dottoressa Abdel Rahman abbia risposto agli investigatori italiani in due occasioni: la prima, durante il funerale di Giulio, quando fu avvicinata per un interrogatorio immediato. Nonostante le penosissime circostanze, ha risposto alle domande per un’ora e mezza. I magistrati italiani sono poi venuti a Cambridge il giorno della commemorazione. In quell’occasione, Maha ha risposto con completezza a ulteriori domande”. A giudicare dalla rogatoria inviata nel Regno Unito, la tutor di Regeni non è stata abbastanza esaustiva. Sul ruolo dell’università di Cambridge nel caso Regeni è intervenuto anche il segretario del Pd, Matteo Renzi, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio. “Noi vogliamo con forza la verità su Giulio Regeni”, ha scritto su Facebook. “La verità, solo quella. Per questo chiediamo da mesi chiarezza anche all’università di Cambridge. Il team che seguiva Giulio sta nascondendo qualcosa?”. L’Ateneo britannico, in seguito alla notizia della rogatoria della procura di Roma, ha fatto sapere che la professoressa Abdel Raham “ha ripetutamente espresso la sua volontà di collaborare appieno coi procuratori italiani” e che la docente, non avendo ancora ricevuto una richiesta formale per la testimonianza, “confida di riceverne una il più velocemente possibile, come abbiamo ripetutamente sollecitato”. Prossima fermata Cambridge.

ultima modifica: 2017-11-03T09:19:31+00:00 da Filippo Merli

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