Polonia e Ungheria spingono per una politica stile Australia sull’immigrazione

Polonia e Ungheria spingono per una politica stile Australia sull’immigrazione

La soluzione della crisi migratoria sarà uno dei temi più caldi della prossima campagna elettorale, l’argomento intorno al quale le opinioni saranno più polarizzate. Gli accordi tra il governo italiano e la Libia hanno allentato la morsa degli sbarchi di migranti in Italia ma ciò non significa che la questione sia risolta.

Lo sanno bene i rappresentati del “Gruppo di Visegrad” che ieri sera si sono ritrovati a Palazzo San Macuto per il convegno “Europe’s Immigration Crisis: Alternative Views From the Visegrad Group” organizzato dal Centro Studi Machiavelli. Presenti Sandor Gallai, direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca sulla Migrazione di Budapest, Marcin Wrona, analista del Ministero degli Interni della Polonia, Daniele Scalea, analista del Centro Studi Machiavelli, e il deputato Guglielmo Picchi (nella foto), ex PdL, poi Forza Italia, ora in forza alla Lega Nord e vicepresidente della commissione affari politici dell’OSCE.

UNGHERIA E POLONIA: IMMIGRAZIONE DI QUALITÀ

“La soluzione per arginare il fenomeno migratorio non può arrivare dalle quote”, esordisce Sandor Gallai, “perché non è affatto scontato che le quote scoraggino la partenza dei migranti, anzi potrebbero invece incoraggiare la migrazione irregolare”. La pressione alle frontiere, secondo la ricetta ungherese, si gestisce spostando il focus dai rifugiati ai “rifugi”, creando, dunque zone sicure nelle immediate vicinanze dei Paesi in guerra, pattugliando i confini e riportando i “border – crossers” nel punto esatto in cui hanno attraversato  il confine nazionale. L’attenzione non è posta solo su questioni di sicurezza, ma è anche la tutela del benessere dei cittadini ungheresi ad essere al centro dell’intervento di Gallai. “L’attuale forma di immigrazione non incontra le aspettative economiche del mercato del lavoro ungherese”, aggiunge Gallai. “Al contrario crea svantaggi sia ai migranti, spesso sfruttati, che ai cittadini. Occorre considerare anche la variabile demografica che tra pochi anni si farà sentire con tutta la sua forza. Per tutte queste ragioni l’Unione Europea deve prepararsi a nuove ondate migratorie provenienti dall’Asia e dall’Africa e deve intervenire prima che la crisi di delegittimazione che grava sulle sue istituzioni divenga irreparabile”.

Va oltre la proposta del polacco Marcin Wrona che auspica per l’Europa un modello all’australiana: consentire l’ingresso a piccoli gruppi che siano culturalmente ed etnicamente omogenei con i Paesi ospiti. “La Polonia ha accolto circa 1 milione di cittadini ucraini fuggiti nel corso dell’ultima guerra”, dice l’analista Wrona, “molti altri sono arrivati dalla Russia, nello specifico dalla Cecenia, così come dal Tagikistan. Ma il Governo polacco deve pensare a quel milione di cittadini polacchi che hanno lasciato il Paese e favorirne il rientro attraverso una tassazione favorevole e consentendo, ai figli degli emigrati, di frequentare scuole polacche, di modo che si sentano a casa anche in Polonia”. Quella che vuole la Polonia è un’immigrazione di qualità fatta di figure professionali che vadano a riempire i gap nel mercato del lavoro polacco e gestita attraverso accordi bilaterali con i Paesi di provenienza. Sul piatto c’è anche la richiesta di una maggiore sicurezza nello spazio europeo. Durante l’ultimo meeting tra i ministri dell’Interno dei Paesi del Gruppo di Visegrad, tenuto il 5 ottobre a Budapest, sono arrivate richieste chiare all’UE. “È necessario che l’UE abbia una politica migratoria comune – conclude Wrona -. Abbiamo fatto richieste precise: rafforzamento del controllo alle frontiere, ammodernamento degli strumenti per l’identificazione dei migranti e opposizione alla ricollocazione automatica dei profughi tra i Paesi membri. Non abbiamo solo avanzato richieste ma ci siamo resi disponibili anche all’invio di forze armate nei teatri di conflitti”.

L’ITALIA DIVISTA TRA VISEGRAD E IL MEDITERRANEO

E l’Italia da che parte sta? “Il nostro Paese  dovrebbe dare man forte al gruppo di Visegrad sulle e provare a coinvolgere gli altri Paesi del sud Europa che condividono la responsabilità della difesa delle frontiere esterne dell’UE come Spagna e Grecia”, dice a Formche.net Guglielmo Picchi. “Il nostro obiettivo deve essere preservare Schengen ma anche l’identità nazionale. Se domani il centrodestra dovesse andare al Governo le istanze del Gruppo di Visegrad dovrebbero essere fatte proprie anche dall’Italia, così come sarà a breve per l’Austria con l’insediamento del nuovo Governo. Il nostro punto di vista sull’Europa deve essere diverso  da quello dei Paesi che si definiscono più europei ma che hanno sospeso Schengen e chiuso i confini come la Germania e la Francia”. L’Italia ha trovato soluzione alla crisi migratoria sposando il problema più giù, in Libia. “Gli accordi presi in Libia vanno rafforzati ed estesi ad altre parti della Libia e ad altri attori – aggiunge Picchi – però ci sono ancora troppe ombre su questi accordi. Abbiamo sempre detto che vogliamo il rispetto dei diritti umani, per questo proponiamo che i migranti vadano fermati in Niger, in campi gestiti dall’UNHCR e dall’OIM. È lì che vanno dirottati gli investimenti che l’Itali fa in Libia in modo tale che cessino i maltrattamenti. Dall’altro lato alla Libia va data la possibilità di ricostruire le proprie istituzioni e portare la sicurezza sui propri territori. L’Italia dovrebbe avere un chiaro mandato dalla Comunità Internazionale per poter essere il principale operatore, forte dei coincidenti interessi economici, dati dalla presenza dell’Eni, e dall’esistenza di un trattato bilaterale tra Italia e Libia che vale 5mld di euro”.

La debacle elettorale siciliana ha fatto attenuare l’attenzione mediatica sulla proposta di legge sullo Ius soli, argomento strettamente collegato alla gestione dei flussi migratori e all’integrazione dei migranti che scelgono il nostro Paese. Il ministro degli Interni Marco Minniti ha assicurato che la norma sarà approvata entro la fine di questa legislatura. “Se dovesse essere approvato lo Ius soli ci sarebbe una forte risposta della cittadinanza nelle urne. Perché una cosa è certa,  la maggior parte dei cittadini è contraria a questa norma”, prosegue Picchi. “Sono favorevoli solo gli immigrati, chiaramente, e le strutture, anche cattoliche, che vivono di immigrazione e degli oltre 5mld di euro che i contribuenti italiani mettono a disposizione per l’immigrazione. Credo che tecnicamente la legge possa essere approvata ma poi al primo Consiglio dei ministri del prossimo Governo di centrodestra sarà abolita per decreto. In ogni caso non credo che lo Ius soli sarà approvato perché questo, ormai, è un Parlamento finito, sciolto”. L’approvazione della riforma sulla cittadinanza trasformerebbe 1 milione di cittadini stranieri in cittadini italiani e dunque europei. “Il Lussemburgo per anni è stato lo Stato che ha legalizzato l’evasione fiscale in tutta Europa perché consentiva una tassazioni favorevolissima. Una follia”, conclude Picchi. “Per la cittadinanza vale lo stesso discorso, se vogliamo salvaguardare lo spazio Schengen bisogna armonizzare le legislazioni o almeno trovare il modo per cui i criteri con cui si concede la cittadinanza nell’UE siano i più omogenei possibili. Se l’Italia vuole Schengen non può scegliere in maniera autonoma di dare a 1 milione di persone la possibilità di muoversi nello spazio europeo”.

ultima modifica: 2017-11-09T09:11:25+00:00 da Maria Scopece

 

 

 

 

 

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