Bitcoin, ecco come funzionano le criptovalute

Bitcoin, ecco come funzionano le criptovalute

Definito come nuova rivoluzione post-Internet e cambiamento radicale del paradigma economico, il bitcoin divide gli esperti tra gli ottimisti e i critici di questo sistema. La criptovaluta è riconosciuta come dotata di enormi potenzialità, ma finora non si è ancora riusciti a capire esattamente come sfruttarla nella maniera più corretta ed efficiente. Il tema è stato al centro della conferenza di martedì 7 novembre all’Università Bocconi di Milano, intitolata “Criptovalute ed Icos: fantascienza o realtà?”, con la presentazione di Gimede Gigante, vicedirettore del corso di laurea in Economia e Finanza dell’Università Bocconi, e i relatori Andrea Conto, avvocato di AC Group specializzato in diritto societario e finanziario, Carmelo Cennamo, professore alla Bocconi specializzato in Technology and innovation management, e Mariano Carozzi, ad di Tiniba, piattaforma di pagamenti e trasferimenti di denaro.

Innanzitutto, è stato rilevato, è difficile dare una definizione precisa di bitcoin: considerarlo una moneta, una valuta o uno strumento finanziario sarebbe impreciso. In realtà il bitcoin sfugge alle nostre attuali categorie, ma potremmo immaginarlo come una sorta di baratto basato su un accordo tra due o più parti, senza l’intervento di un ente regolatore terzo. La grande rivoluzione sta proprio nella totale decentralizzazione, cioè nell’assenza di intermediari, come banche e istituti finanziari. È un mercato che si autogestisce in virtù, se vogliamo, della “mano invisibile” di Adam Smith.

La decentralizzazione, in realtà, è la peculiarità non solo dei bitcoin, ma di tutte le operazioni effettuate all’interno della blockchain, che sta alla base del funzionamento dei bitcoin. Volendo fare un paragone, si può immaginare che la blockchain equivalga al protocollo TCP/IP su cui si basa il funzionamento di Internet: la blockchain è “la base digitale” su cui si sviluppano i vari “siti Internet”, ossia le varie applicazioni pratiche come le criptovalute. In pratica, la blockchain si presenta come un enorme database basato sulla tecnologia peer-to-peer, cioè condiviso tra i vari membri della rete (i cosiddetti “nodi della rete”). La blockchain viene utilizzata per realizzare varie forme di transazione, potenzialmente in tutti gli ambiti: per comprare e vendere beni, scambiare titoli, azioni o informazioni in luogo di un atto notarile, e il bitcoin è solo uno degli strumenti possibili in questo sistema digitale. Il fatto che non ci siano intermediari (come Airbnb, Google, Amazon, ecc.) consente lo snellimento dei processi e la riduzione dei costi, in quanto ogni transazione avviata sulla blockchain deve poi essere validata dalla rete stessa.

Il bitcoin, così come più in generale la blockchain, funziona con il sistema della “catena di blocchi”. La blockchain è come una sorta di registro digitale in cui le transazioni che avvengono in rete vengono “impacchettate” in un “blocco”, assieme alla firma digitale di un blocco precedente, fino a formare una catena (“chain”). Questa catena di blocchi (che corrispondono a codici alfanumerici) registra tutte le transazioni effettuate dai partecipanti alla rete bitcoin e le condivide tra loro. La sicurezza è garantita dal fatto che per accedere ad un preciso blocco, e quindi a delle determinate informazioni, bisogna essere in possesso di una chiave criptata (fornita dal proprietario di quelle informazioni) che consenta la lettura del blocco stesso. Per esempio, il biglietto di un concerto in vendita corrisponde a un blocco della catena e al nuovo acquirente viene data una chiave (in pratica, un codice) che consente l’accesso (e quindi, di fatto, la presa di possesso) di quel blocco (il biglietto).

L’adozione della cosiddetta valuta digitale, valida a livello globale, consentirebbe di effettuare transazioni in tutto il mondo 24 ore su 24, anche quando le banche o gli istituti finanziari sono chiusi. La domanda che però gli esperti si pongono è: questa totale libertà è davvero così vantaggiosa? La mancanza di governance, e quindi di una regolamentazione centralizzata, non rischia di risultare nociva? “Abbiamo inventato il moderno modello di banca nel Rinascimento, perché non reinventarlo ora? Il bitcoin è nato proprio per contrastare le storture del sistema centralizzato”, ribatte Marco Amadori, ceo di inbitcoin.it, prima realtà in Italia attiva nella blockchain. “Il principio – continua – è lo stesso di Internet: la possibilità di scambiarsi valore o informazioni a livello globale in maniera non censurabile”.

Il fatto poi che i bitcoin si basino su algoritmi crittografici pone un altro problema: queste transazioni sono sì tracciate in maniera permanente all’interno della blockchain, ma, hanno sottolineato gli esperti, non si può conoscere l’identità delle parti che effettuano l’operazione e che rimangono coperti dall’anonimato. Questo comporta il rischio di forme di illegalità (come per esempio il riciclaggio). Amadori ricorda però che all’avvento di Internet si era mostrato lo stesso scetticismo: “Si credeva sarebbe stato terreno fertile per i criminali, ma la pratica ha dimostrato che questa non è la regola, ma l’eccezione”. E sottolinea: “Come Internet non funziona con le identità, ma con indirizzi ed eventualmente poche informazioni aggiuntive, allo stesso modo il bitcoin. Altrimenti per ogni operazione sarebbe necessario fornire un documento e questo non avrebbe senso neanche per Internet”.

Si pone inoltre un ulteriore problema sul piano della normativa fiscale: come tassare queste transazioni se rimangono criptate e se manca un ente regolatore? Ad oggi infatti l’utilizzo dei bitcoin in Italia come equivalente di una moneta è ancora limitato perché sono poche le imprese che accettano pagamenti con la valuta elettronica. I bitcoin sono invece prevalentemente considerati come “oro digitale”, cioè visti come una forma di investimento speculativo. In effetti, spiega Amadori, i bitcoin si comportano come una materia prima, anche per il fatto che il loro numero in circolazione è limitato. “La fiscalità va ripensata con Bitcoin. Non si possono applicare le categorie del passato ad un elemento totalmente innovativo – sostiene Amadori -. Si potrebbe per esempio stabilire, al momento del pagamento, di destinare una parte della somma direttamente all’Agenzia delle entrate. Si avrebbe così una fiscalità istantanea e trasparente”.

Amadori evidenzia poi un altro primato dei bitcoin: “È come una biblioteca di Alessandria indistruttibile. Nessuno, né l’intelligence né gli Stati né motori di ricerca, può manipolare le informazioni della blockchain perché tutto è registrato e condiviso”. Per capire i bitcoin “serve elasticità e un approccio multidisciplinare. Anche per grandi invenzioni del passato si era mostrata diffidenza all’inizio (come nel caso del telefono), ma oggi questi strumenti sono la normalità. Potrebbe essere lo stesso con i bitcoin”.

ultima modifica: 2017-11-18T08:00:57+00:00 da Francesca Parodi

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