Due buone notizie contro chi produce e chi crede alle fake news

Due buone notizie contro chi produce e chi crede alle fake news

Ci sono due grandi notizie che possono far sorridere chi ancora crede in ciò che il giornalismo, quello vero, rappresenta; ed è adesso come non mai il caso di parlarne, in un momento in cui le fake news, le notizie alterate, la disinformazione, e annessi e connessi, sono diventati non solo questione di dibattito pubblico, ma anche questione politica. Basta solo avere il tempo di fermarsi, non ascoltare chi urla più degli altri, e riflettere.

IL NYT SUI MORTI CIVILI DELLA GUERRA ALL’IS

La prima: il New York Times ha pubblicato la scorsa settimana un articolo in cui viene raccontata un’inchiesta mastodontica a proposito di un raid aereo americano compiuto in Iraq nell’ambito delle azioni della Coalizione internazionale che combatte lo Stato islamico, e delle sue conseguenze. Il raid risale al 20 settembre del 2015 e finora era considerato dal Pentagono come una missione per distruggere due depositi di quei sistemi esplosivi improvvisati con cui l’IS ha tempestato l’Iraq. Invece i giornalisti del Nyt hanno contattato un sopravvissuto al raid, un civile la cui famiglia è stata praticamente sterminata dai missili americani, hanno studiato il caso per mesi, raccolto testimonianze e prove, le hanno esaminate e fatte esaminare da esperti, e dopo un lavoro minuzioso sono arrivati alla conclusione: quell’uomo non era un membro del Califfato, era un civile, e dunque il Pentagono ha – per errore, ma senza ammetterlo – colpito due edifici civili credendo che fossero postazioni baghdadiste. È un fatto rilevante anche per il peso politico, perché la (più-che-necessaria) campagna militare contro il Califfo è pubblicizzata dal governo statunitense – sia quello dell’attuale, che dalla passata amministrazione – come la più precisa della storia. In effetti il livello di precisione è molto alto, ma i giornalisti hanno raccolto tante prove che testimoniano che più o meno in un attacco su cinque tra quelli compiuti dalla coalizione c’è stata la presenza di morti civili, e questo significa che c’è un indice 31 volte superiore rispetto a quello dichiarato dai militari. “È per questa distanza dalle dichiarazioni ufficiali che, in termini di morti civili, potremmo essere di fronte alla guerra meno trasparente nella storia recente americana”, scrive il New York Times, che dal punto di vista generale della questione ha dimostrato che la Coalizione o non ha voluto investigare situazioni scabrose, o non ha ottenuto informazioni di intelligence sufficienti per farlo. In qualsiasi dei due casi (più probabile: la sovrapposizione di entrambi, situazione per situazione) si tratta di un dato fortemente negativo, che dimostra  – e forse, purtroppo in questo momento di relativismo mediatico, ce n’é bisogno – che i grandi media americani lavorano in modo indipendente da quel che dice il governo.

IL WAPO RESPINGE UNA TRUFFA AI SUOI DANNI

E lo fanno con precisione, accuratezza, metodologia, in una parola professionalità, assoluta. La seconda cosa parla proprio di questo: il Washington Post grazie al suo team investigativo è riuscito a smascherare una truffa ai suoi danni, e a farne una notizia. Il WaPo qualche settimana fa ha pubblicato un’altra poderosa inchiesta su alcune relazioni sessuali avute dal candidato repubblicano al posto di senatore per l’Alabama, Roy Moore: si parla di relazioni con minorenni, una questione delicatissima (che arriva in un momento in cui il tema delle molestie sulle donne è caldissimo) che ha fatto perdere a Moore l’appoggio del partito – che crede alle donne e all’inchiesta del Post, nonostante Moore abbia cercato di difendersi additando il giornale di diffondere fake news. L’inchiesta è stata molto minuziosa e articolata, e ha richiesto verifiche e approfondimenti d’altissimo livello. Il giorno dopo della sua pubblicazione, la redazione è stata contattata da un’altra donna – che stranamente non era stata trovata prima dal giornale – che dichiarava di aver avuto anche lei rapporti con Moore e di essere addirittura rimasta incinta anni fa, quando lei era minorenne, e di essere stata costretta dal politico ad abortire. I giornalisti del WaPo hanno iniziato gli approfondimenti e scavato nel passato della donna fino a scoprire che la tipa lavorava per un’associazione di estrema destra, Project Veritas il nome, che usa trucchetti – spesso illegali – per mettere in imbarazzo chi lavora tra i media, soprattutto tra quelli che non sono allineati col presidente americano Donald Trump (la Trump Foundation è stata tra i finanziatori di Project Veritas fino al 2015, e il presidente dell’associazione, James O’Keefe, ha link diretti col braccio media presidenziale, Breitbart). I giornalisti non solo hanno registrato un video in cui hanno smascherato la donna, ma l’hanno anche seguita filmandola fino all’ingresso degli uffici di Project Veritas a New York; a un certo punto si sono trovati davanti O’Keefe e gli hanno fatto domande, ma lui imbarazzato non ha voluto rispondere.

GLI STANDARD

Ossia: il WaPo lavora con standard altissimi, ogni notizia che esce da quel giornale, come da molti altri del genere, è accuratamente verificata, e al giornale non interessa sfruttare le sue pubblicazioni per arrecare danni ai politici, come prometteva la donna alla redazione, perché il suo obiettivo è dare notizie che siano vere. Quest’estate successe una vicenda alla CNN che si mette sulla strada degli esempi sul genere: tre produttori si auto-sospesero perché avevano fatto uscire una notizia su un consigliere di Trump che non aveva passato i sufficienti vagli di verifica. Questo, ovviamente, non vuol dire che fosse falsa, solo che non era stata adeguatamente verificata; però il presidente americano utilizzò l’episodio per urlare contro i media che non sono benevoli con lui, accusandoli, come al solito, di diffondere fake news – chissà quanti si soffermarono a pensare sul significato vero di quei tre auto-licenziamenti e quanti seguirono la voce di chi urlava più forte? D’altronde, mentre questo pezzo va in stesura, Trump dal suo profilo Twitter rilancia tre tweet dell’estremista di destra inglese Jayda Fransen, leader di un gruppo politico razzista molto assiduo delle fake news.

E L’ITALIA?

In questi giorni il tema fake news è entrato nel dibattito italiano per tre ragioni. Primo: Matteo Renzi ha alzato l’allerta dalla Leopolda e ha portato il discorso sul piano politico, con relative polarizzazioni; noi del Pd, dice Renzi, vigileremo con rapporti ogni due settimane sulle “schifezze in rete”, contro le opposizioni che utilizzano le fake news con fini politici (sebbene, per esempio in occasione del referendum costituzionale, secondo Vice anche il Pd usò certi tipi di stratagemmi). Secondo: prima BuzzFeed e poi il New York Times si sono occupati della produzione e diffusione delle notizie alterate in Italia, e hanno scoperto che c’è una galassia ben ricostruibile di siti e pagine Facebook che pubblicano notizie false e disinformazioni e che questi hanno contatti – e interessi – indiretti e a volte diretti con il Movimento 5 Stelle e con la Lega Nord.  Terza, ma ha fatto un po’ meno scalpore: uno studio corposo dell’Atlantic Council che mette in guardia l’Italia del rischio penetrazione delle interferenze politiche russe, che sfruttano il substrato confuso della società civile italiana e le falle che noi lasciamo aperte.

LE FAKE NEWS SIAMO NOI

Daniele Raineri cita sul Foglio un editoriale molto interessante scritto dal fondista del New York Times Timothy Egan, il cui senso è tutto in uno stralcio: “Sarebbe più facile dormire di notte se potessimo credere che siamo finiti in questo disastro della disinformazione soltanto perché agenti russi hanno disseminato messaggi provocatori che hanno raggiunto 126 milioni di persone su Facebook” (si riferisce a una delle interferenze russe durante le presidenziali, quella che ha sfruttato la diffusione di contenuti pubblicitari alterati sui social network). Ossia, il problema delle fake news non sono chi le produce, ma chi ci casca ancora, per impreparazione e pigrizia, per la comodità di trovarsi scritto davanti quel che uno vuol sentirsi dire. Sotto quest’ottica le due grandi inchieste del WaPo e del Nyt dovrebbero essere una specie di vaccino contro i bufalari, ma saranno presto cancellate da qualcuno che pretende di dimostrare complotti col Corel Draw o da qualche politico che gli urla contro perché le ritiene scomode, o dalle iene della disinformazione (come quelle che creano allarmismo per fare scoop e che vorrebbero fermare un esperimento sul reattore di particelle del Gran Sasso perché pericoloso e segreto, solo che non è né pericoloso, né segreto).

ultima modifica: 2017-12-01T22:59:48+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

 

 

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