Il biotestamento e i dubbi sul fine vita

Il biotestamento e i dubbi sul fine vita
L'analisi di Benedetto Ippolito, storico della filosofia

Mentre la legislatura si avvia alla conclusione naturale, alcune rilevanti leggi restano faticosamente in calendario. La prima e più importante, per il dibattito morale che ha suscitato e che procede da anni, è la normativa sul biotestamento.

In realtà, se si guarda bene al merito della questione, questa legge detiene più di un significato simbolico e politico, trattandosi di una materia tanto difficile da maneggiare, molto divisiva e assolutamente non afferrabile al volo.
Com’è noto, il faticoso iter parlamentare sul biotestamento ha ricevuto già un’approvazione alla Camera e adesso torna di corsa al Senato per essere definitivamente licenziato, senza che si abbassino tuttavia le polemiche, i tormenti e le spaccature tra opposti orientamenti antropologici.

In primo luogo in questa legge vi sono temi relativi al fine vita che assolutamente non costituiscono una novità. Il consenso del paziente che può rifiutarsi di avere trattamenti sanitari, il fatto di riconoscere che un maggiorenne malato possa volontariamente autodeterminare il modo e il senso di una cura sono premure che comunque già appartengono alla prassi sanitaria vigente. I medici, in casi delicati, devono ovviamente spiegare al paziente le condizioni di una terapia, le possibilità concrete di guarigione e così via, e non possono costringere, sarebbe, d’altronde, assurdo che lo facessero, a perseguire una battaglia accanita contro un male invincibile, prolungando inutilmente il dolore di un malato. Tutto questo è logico e normale, avendo tante varianti però quanti sono gli esseri umani, diversi per età, per carattere, per forza e combattività.

Più sottile è invece il discorso sulla non responsabilità civile e penale di un medico che rispetti la volontà di un malato di non curarsi. Qui forse andrebbero sollevati dei distinguo netti e delle valide obiezioni morali. Non sempre l’autodeterminazione è così tanto libera da poter essere sovrana su tutto, specialmente sulla paura e l’emotività di un malato terrificato dalla morte; e, in ogni caso, un medico non può trasformarsi in un burocrate, ma deve interagire, interloquire e farsi carico insieme alle famiglie, in misure proporzionali, del destino di una guarigione possibile o di una non guarigione ineluttabile. Attenzione, cioè, a non sganciare troppo chi cura da chi è curato, perché entrambi condividono sempre una battaglia contro il male, che non può esaurirsi in procedure standard o in prescrizioni asettiche e spersonalizzate. Non è consentito, insomma, trasferire tutte le responsabilità sul paziente senza togliere irrimediabilmente e al contempo oneri morali obbligatori a chi rappresenta la professionalità medica competente e autorevole nel gestire le malattie per la salute di tutti.

Più complesso, e con maggiori implicazioni etiche, è, in aggiunta, il capitolo relativo al cosiddetto DAT, vale a dire la Disposizione Anticipata di Trattamenti. Qui infatti non si sta più parlando di una situazione drammatica legata al presente, ossia a ciò che il malato sta vivendo e che ha riscontri direttamente verificabili in tutte le diverse componenti psicofisiche chiamate in causa. Il fatto di dare ad ognuno la possibilità in una previsione vincolante e astratta su un’eventuale futura situazione di incapacità di autodeterminarsi, e di poter stabilire direttamente e a priori scelte diagnostiche o terapeutiche a posteriori, magari anche su singoli trattamenti farmacologici, apre una deriva etica singolare e dubbia, in ogni modo completamente differente rispetto ai casi considerati in precedenza.
Una cosa è, infatti, quando un malato cosciente decide di affrontare a modo suo una malattia e una terapia, altra cosa quando demanda ad altri la gestione di una procedura di morte, scaricando da subito la responsabilità di se stesso ad altre persone, essendo egli evidentemente incapace di intendere e volere.

Il DAT, fatto davanti ad un notaio o pubblico ufficiale, se dovesse avere valore vincolante, avrebbe insomma delle implicazioni coercitive molto rilevanti su altre persone, sia familiari che medici, i quali dovrebbero decidere, sotto propria responsabilità (visto che quella del paziente non vi è più per definizione), sulla vita e la morte di un’altra persona, non avendo altro criterio che la sua volontà, passata e solo scritta, per altro coniugata come obbligo per un proprio futuro ignoto divenuto adesso dilemma morale presente in altre coscienze evidentemente non più libere di decidere. Tutto questo, oltre che assurdo, è assolutamente inammissibile. In tanto perché ogni caso è a sé, e sempre quanto è deciso prima da qualcuno appare generico rispetto alla situazione concreta che si presenterà dopo ad altri. Poi perché la libertà è un atto che vale solo direttamente e nell’istante presente, e non può valere nel futuro come dovere per altri, se in ballo c’è il destino di sopravvivenza e morte di una persona. Una volontà non può essere vincolante, infatti, nel futuro neanche per se stessa, figuriamoci per altre persone che si troverebbero a decidere sulla sua vita e morte, facendo i conti con un testamento biologico illegittimo semplicemente perché chiamato ad essere reso operativo per un’altra persona ancora in vita anche se incosciente. È chiaro che qui di sbagliato non vi è né il tema delle cure antidolore e neanche quello di evitare eutanasia e accanimento terapeutico, ma il puro e semplice volontarismo individualista che intende esaurire il concetto stesso di vita umana, imponendosi agli altri.

Come ho avuto modo di dire in altra occasione, sia volere la morte, rifiutando la vita, sia volere la vita, rifiutando la morte, sono due facce di una stessa medaglia totalmente innaturale e immorale. Così come lesivo della dignità umana è pensare che un Biotestamento possa obbligare per legge altri, magari perfino lo Stato stesso, cioè un’intera comunità, a seguire la volontà accanita, astratta e individualista di qualcuno che non è più in grado di assumersi da sé una responsabilità chiara e consapevole. Una buona etica lascia che il fine vita avvenga nel buon senso, all’interno del senso umano dell’esistenza, senza legiferare a priori su uno sviluppo a posteriori del morire che è tanto drammatico quanto è naturale e imprevedibile vivere con un’idea pura e assoluta di onnipotenza soggettiva.

L’essere umano è ragionevole e mortale: non può essere tiranno della vita o tiranno della morte senza divenire inumano. Soprattutto nessuno può spingere altri a decidere per lui su avvenimenti e destini così grandi e trascendenti che lo caratterizzano, al di fuori cioè di quanto fattualmente è possibile fare tutti insieme nel rispetto del mistero insondabile della vita, della morte, del dolore e della guarigione di ogni persona.

ultima modifica: 2017-12-06T15:55:47+00:00 da Benedetto Ippolito

 

 

 

 

 

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