Trump su Gerusalemme? Decisione giusta, ma non accadrà adesso. Parla Yaakov Perry (ex Shin Bet)

Trump su Gerusalemme? Decisione giusta, ma non accadrà adesso. Parla Yaakov Perry (ex Shin Bet)
Conversazione con Yaakov Perry, già direttore dello Shin Bet - i servizi segreti interni israeliani - e attuale parlamentare dello Knesset

È una giornata di tensione per il Medio Oriente, e in particolare per Israele. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di voler ufficializzare oggi il trasloco dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Una mossa che rischia di riaccendere il conflitto palestinese e di coalizzare il mondo arabo, dall’Egitto alla Turchia fino ai Paesi del Golfo, contro Washington e Tel Aviv. Abbiamo chiesto a Yaakov Perry, direttore dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, dal 1988 al 1994, oggi parlamentare dello Knesset, quale sarà l’impatto della decisione di Trump sugli equilibri in Medio Oriente. Ecco la sua conversazione con Formiche.net:

Direttore Perry, come giudica la decisione del presidente Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme?

Non abbiamo ancora ascoltato la sua dichiarazione. Ci aspettiamo che finalmente dichiari che gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come capitale di Israele. Noi, il popolo ebraico, l’abbiamo considerata tale da 3000 anni e lo diciamo da 70, dalla fondazione dello Stato di Israele. Ritengo credibile che Trump voglia ricollocare l’ambasciata, ma non sono sicuro che voglia mettere in atto le sue dichiarazioni adesso, lo farà in un futuro prossimo. D’altronde il mondo arabo, e soprattutto l’Arabia Saudita, la Giordania, l’Egitto e alcuni dei Paesi del Golfo sono ferocemente contrari a questa possibilità.

Quali saranno le ripercussioni sulle relazioni fra Israele e Palestina?

Facendo così Trump sta sotterrando qualsiasi possibilità di nuove negoziazioni fra le due parti. Gerusalemme è una città estremamente sacra per i musulmani, che infatti la considerano la vera capitale dell’Islam. È una diatriba antichissima. Non è un caso che da sempre nei negoziati fra Israele e Palestina Gerusalemme è sempre stato il punto più doloroso su cui decidere.

Come è visto il presidente Trump dagli israeliani?

E’ considerato un amico leale della causa israeliana, ma è imprevedibile. Gli Stati Uniti continuano ad agire come i poliziotti del mondo occidentale, e Trump deve essere molto cauto. Da un lato deve appoggiare Israele, ma non può dimenticare che il Medio Oriente intorno a noi è estremamente instabile: non solo per i sommovimenti in Siria, Iraq, Libano, Iran, ma anche perché Daesh è ancora attivo nella regione.

Come ha reagito l’opinione pubblica in Israele?

Da israeliano, devo ammettere che comprendiamo la mossa di Trump. Nessuno in Israele direbbe mai che è una mossa sbagliata. Non dimentichiamo però che se Trump facesse una dichiarazione ufficiale, dovrebbe immediatamente avviare le procedure per spostare l’ambasciata. Credo quindi che la dichiarazione sarà a favore di Israele, ma prevederà a favore dei palestinesi e del mondo arabo una serie di concessioni per evitare di far sprofondare una crisi già grave. Temo che ci attendano settimane di violenze, sommosse e arresti, ma la nostra polizia e il nostro esercito sono pronti.

Dunque non è vero, come scrivono alcuni quotidiani internazionali, che Benjamin Netanyahu è stato l’unico ad accogliere con favore la mossa di Trump.

Non c’è dubbio che una mossa del genere rinvigorirà i partiti di destra e migliorerà l’immagine pubblica di Netanyahu, che in questo momento si trova in difficoltà nel suo partito per indagini e scandali di ogni genere. Ma non c’è un partito che non supporti questa decisione, tutti sono felici.

Dalle cancellerie europee già si sono levate voci di condanna contro la soluzione unilaterale.

Abbiamo saputo della chiamata di Emmanuel Macron e delle preoccupazioni dei tedeschi e dei britannici. Nulla di nuovo, per molti anni la posizione dei Paesi europei sulla questione palestinese è stata contro Israele, siamo abituati. Adesso sono preoccupati dei sommovimenti nel Medio Oriente, e vorrebbero rimandare il problema. Non appoggeranno gli Stati Uniti, ma al tempo stesso non si opporranno. È un modo per dirci: fermatevi, posticipate la decisione, evitate di rompere gli equilibri.

Uno tra i primi attori della regione a minacciare ripercussioni contro Tel Aviv è stata la Turchia.

La Turchia potrebbe davvero tagliare i rapporti diplomatici con Israele, anche a queste minacce siamo abituati. Se Recep Tayyip Erdogan vuole davvero interrompere le relazioni non saremo felici, ma ce ne faremo una ragione.

L’Arabia Saudita invece sembrerebbe giocare una doppia partita. Da una parte la ferma condanna della famiglia reale, dall’altra una soluzione studiata dal principe Mohammed Bin Salman e il genero di Trump Jared Kushner.

L’Arabia Saudita, assieme a tutto il mondo arabo, griderà contro la decisione di Trump e cercherà di portare la diatriba davanti all’Unesco o direttamente all’Onu. Non siamo preoccupati di una dichiarazione di guerra imminente da parte dei Paesi arabi. Siamo invece preoccupati di un’ondata di violenza fra i palestinesi dentro la Giudea, la Samaria e la striscia di Gaza, ma le nostre forze di polizia riusciranno a far fronte a queste minacce.

Con queste dichiarazioni Trump rende vana la timida riapertura diplomatica fra Rihad e Tel Aviv in chiave anti-Iran?

Senz’altro la dichiarazione di Trump rischia di rallentare il processo di avvicinamento fra Arabia Saudita e Israele. Ma non può fermarlo: ci vorrà più tempo, ovviamente l’Arabia non potrebbe permettersi di dialogare apertamente con Israele qualora questa decisione fosse annunciata.

(foto: youtube)

ultima modifica: 2017-12-06T16:25:15+00:00 da Francesco Bechis

 

 

 

 

 

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