Così Trump ha riacceso la polveriera mediorientale. Parla Tocci (IAI)

Così Trump ha riacceso la polveriera mediorientale. Parla Tocci (IAI)

Mercoledì sera, accompagnato dal vice-presidente Mike Pence, il presidente Donald Trump ha confermato con un annuncio pubblico di voler trasferire l’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Una piena legittimazione per lanciare un messaggio ai palestinesi e a chi supporta la loro causa: Gerusalemme è la capitale dello Stato di Israele. Le parole del Tycoon hanno riacceso la polveriera mediorientale, mettendo a rischio di colpo i già fragili equilibri che il governo di Benjamin Nethanyahu ha tenuto in piedi con il governo palestinese di Abu Mazen. Le prime reazioni ferocemente anti-americane non si sono fatte aspettare. A Gaza vengono bruciate bandiere a stelle e strisce, i deputati giordani protestano davanti all’ambasciata Usa ad Amman, la Lega Araba parla di “una provocazione ingiustificata della sensibilità degli arabi che intensifica l’instabilità della regione”.

L’ondata di sdegno riunisce in una singolare convergenza di intenti non solo il mondo arabo sunnita, a partire dai Paesi del Golfo fino all’Egitto e la Giordania, gli unici due Stati della regione che riconoscono Israele, ma anche quello sciita, capeggiato dall’Iran, feroce nemico dei sauditi. Tutti insorgono contro il riconoscimento di un unico Stato in Israele. “La mossa di Trump è un disastro per la soluzione del conflitto israelo-palestinese”, commenta ai microfoni di Formiche.net Nathalie Tocci (nella foto), direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). E soprattutto è una mossa irreversibile: non sembra infatti plausibile aspettarsi dallo Stato israeliano un riconoscimento di Gerusalemme Est ai palestinesi, perché “Israele è fermamente contraria ad una capitale divisa e condivisa”.

L’accelerata del dipartimento di Stato americano rischia di aver chiuso le porte alla timida, lenta riapertura dei canali diplomatici (non ufficiali) che sembrava profilarsi all’orizzonte fra Israele e Arabia Saudita. I sauditi, che pure non riconoscono il governo israeliano, condividono con Netanyahu il timore dei pasdaran iraniani, arrivati ormai alle porte (e forse oltre) del Libano, e presenti in massa in Iraq e in Siria, dove hanno combattuto Daesh a fianco dell’esercito russo. Il principe ereditario al trono, Mohammed bin Salman, nella sua poderosa opera di rinnovamento del regno a colpi di arresti (per corruzione) di rango regale, ma anche di rinnovamento dell’economia saudita, aveva lasciato intendere che un islam più moderato, meno legato al wahabismo, e dunque più possibilista verso Israele, potesse albergare in Arabia. “Il rapporto con Israele poteva essere un fattore di rafforzamento dell’Arabia Saudita”, spiega Tocci, “ma Mohammed bin Salman, principe del regno che ospita la Mecca e Medina, cuore dell’Islam, non può rimanere impassibile davanti a un affronto ai parametri di soluzione del conflitto palestinese decisi a Oslo”.

Che sia una scelta di Trump o del suo genero Jared Kushner, cui il presidente ha consegnato di fatto le chiavi della politica americana in Medio Oriente, poco cambia: la stoccata statunitense “indebolisce bin Salman”, che, volente o nolente, da custode della terra sacra per l’Islam, non può non ergersi a fianco dei palestinesi. Il riconoscimento di Gerusalemme capitale impone un ripensamento della strategia di risoluzione del conflitto che da anni imperversa da un lato e dall’altro della striscia di Gaza. “Per venti anni ci siamo detti che la soluzione del conflitto è la costituzione di due Stati” continua la direttrice dello IAI, “O c’è una risposta chiara, netta, nei confronti di questa mossa americana, ma non vedo gli attori che sarebbero in grado di prendere il mantello della mediazione, o dobbiamo ammettere un fallimento del processo di pace”.

Una risposta chiara c’è già da parte del mondo arabo: il presidente turco Recepp Tayipp Erdogan, leader della Fratellanza Musulmana, già martedì ha convocato i Paesi della Lega Araba per la prossima settimana, compresi dunque gli Stati sunniti del Golfo. Difficile però che il “sultano” turco riesca ad accreditarsi come leader del mondo arabo in rivolta contro gli americani. “Erdogan non è assolutamente un potenziale leader del mondo sunnita” chiosa Tocci, “si è già schierato molto nettamente da una parte, quella sciita. Il mondo sunnita sta vivendo una vera crisi: questo vuoto politico ha permesso all’Iran di ottenere la leadership del Medio Oriente”.

(foto: youtube)

ultima modifica: 2017-12-07T07:12:32+00:00 da Francesco Bechis

 

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: