May: un secondo voto sulla Brexit sarebbe un tradimento

May: un secondo voto sulla Brexit sarebbe un tradimento

Theresa May è intervenuta nel tardo pomeriggio di lunedì a proposito della Brexit che, ormai, porta la sua firma. Ha voluto insistere, infatti, alla Camera dei Comuni sul fatto che Gran Bretagna non sarà vincolata dalle norme dell’Ue in materia di pesca e agricoltura durante il periodo di transizione della Brexit.  Dichiarazione che non lascia il tempo che trova ma che, piuttosto, pone le basi per uno scontro importante con Bruxelles: il Regno Unito non obbedirà alle politiche chiave dell’Unione dal marzo 2019.

Il Paese avrà la possibilità di “preparare la sua politica commerciale” per il dopo Brexit già nel periodo di transizione che punta a negoziare con Bruxelles nei prossimi mesi, prima di passare a discutere nello stesso 2018 sul quadro delle relazioni future con l’Ue. Theresa May, pertanto, ha inteso precisare che Londra si riserva sin da questi mesi di “negoziare, e dove possibile firmare, accordi sul commercio con Paesi terzi”. Il primo ministro inglese ha poi affermato che durante questo periodo la Gran Bretagna intende inoltre “registrare i nuovi arrivi” di cittadini Ue per “preparare il suo futuro sistema” di controllo sull’immigrazione. Si tratta di sottolineature sulle intese preliminari appena suggellate dal Consiglio Europeo, e che in parte contraddicono alcune interpretazioni diffuse da Bruxelles.

È una May che intende difendere a spada tratta la sua gestione dei colloqui sulla Brexit proprio all’indomani del summit dell’Ue in cui è stato ufficialmente firmato il passaggio alla “fase due” dei negoziati. Nel corso del medesimo intervento alla Camera dei Comuni la May ha voluto ribadire anche che la Gran Bretagna punta a negoziare con Bruxelles un periodo di transizione “strettamente limitato nel tempo e durante il quale noi non saremo più nel mercato unico né nell’unione doganale, avendo lasciato l’Ue”.

Insomma, la Gran Bretagna uscirà da certe dinamiche e continuerà il suo personale percorso fuori dal blocco dei 28. E il peso della sfida lanciata a Bruxelles raddoppia nel momento in cui praticamente tutti gli esponenti di spicco del tory sembrano aver cambiato idea sulla leadership di Theresa May. A riferirlo è il Times secondo il quale pare che ministri e parlamentari stiano spingendo perché il primo ministro resti al suo posto a tutti i costi: il timore che le continue polemiche possano rendere sempre più plausibile l’idea di Corbyn al numero 10 li ha portati ad un radicale cambio di atteggiamento. Ora invece, scrive il giornale, la marea sembra essersi invertita. L’esito stesso delle trattative, infatti, potrebbe essere compromesso se May, nel frattempo, fosse costretta a dare le dimissioni. Meglio non aizzare troppo gli animi, quindi.

È Jacob Rees Mogg, il conservatore che negli scorsi mesi si scommetteva avrebbe preso il comando del partito a mettere i punti sulle “i”, a guidare il fronte: “May non è tipo da prender su cappello ed andarsene, sono convinto che resterà premier assai più a lungo di quanto molti si aspettino; per il Partito conservatore non è in vista alcun momento ‘sicuro’ per sostituirla alla guida del gabinetto e quindi la battaglia per la leadership sarà rinviata sempre più in là nel tempo”. Ed è stato lo stesso Rees-Mogg a chiedere a May nei giorni scorsi, però, una posizione più ferma contro la linea spavalda della Ue affermando che un atteggiamento più docile avrebbe fatto diventare la Gran Bretagna “una mera colonia, uno stato-servo dell’Unione europea”.

Detto ciò per May e i suoi ministri la transizione “aiuterà certamente imprenditori e famiglie” perché tutto è pronto per “una Brexit liscia e ordinata” di cui nessuno, pertanto, patirà le fantomatiche amare conseguenze. E la cosa non pare essere neanche lontanamente negli incubi degli inglesi checché ne dica la stampa italiana. Se infatti per i giornaloni i britannici vorrebbero un secondo referendum in cui esprimere il pentimento per il “leave”, il Telegraph riporta sulle sue pagine un sondaggio secondo il quale la maggioranza del Paese è convinta che la Brexit non peggiorerà in alcun modo le prospettive di carriera degli inglesi. E, ad ogni modo, per il primo ministro un secondo referendum sarebbe un “tradimento” degli elettori britannici.

Sebbene, quindi, la stampa remi contro e tra i laburisti adesso stia nascendo una corrente anti-Brexit – ma solo per mettere i bastoni tra le ruote ai conservatori dato il programma elettorale di Corbyn –  l’Inghilterra porterà fino in fondo l’esito del referendum perso da Cameron, e pure meglio di come si immaginasse.

ultima modifica: 2017-12-19T08:50:02+00:00 da Lorenza Formicola

 

 

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