Così Donald Trump sta minando il soft power americano. Intervista esclusiva a Joseph Nye

Così Donald Trump sta minando il soft power americano. Intervista esclusiva a Joseph Nye
Joseph Nye insegna ad Harvard, è stato il politologo che ha coniato il termine "soft power", è presidente della Trilateral. In questa conversazione con Francesco Bechis traccia un bilancio in chiaroscuro del primo anno di Trump alla Casa Bianca. Da leggere

Da un primo bilancio della diplomazia a stelle e strisce a distanza di un anno dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca non può non emergere una certa coerenza con quanto preannunciato nella corsa per Capitol Hill. Lo strappo con l’Iran, i moniti all’Onu e alla Nato, la linea dura con la Corea del Nord sono solo i frutti più evidenti di un nuovo corso diplomatico inaugurato dal Tycoon, improntato molto più al bastone che alla carota. È riuscito, il presidente, a rendere l’America “great again” in questi dodici mesi? Non secondo Joseph Nye, politologo di Harvard, già sottosegretario alla Difesa sotto la presidenza Clinton, presidente della Commissione Trilaterale, noto a generazioni di studenti per aver coniato negli anni ’90 il termine “soft power”, entrato di diritto nei manuali di relazioni internazionali, per designare l’appeal culturale del modello statunitense. Con Formiche.net Nye ha ripercorso la politica estera del primo anno di Trump nello Studio Ovale, dalle frizioni con Teheran e Pyongyang alla questione israelo-palestinese, passando per l’abbandono del Trans Pacific Partnership, “un errore imperdonabile”, e le sanzioni commerciali contro Pechino.

Professor Nye, la politica improntata all’America First di Trump sta facendo di nuovo grande l’America?

No, credo stia accadendo esattamente il contrario. America first è una politica il cui scopo è far pensare agli altri di essere secondi, e sta avendo l’effetto negativo di ridurre il soft power americano. La maggior parte dei sondaggi sull’opinione pubblica dimostra che gli Stati Uniti sono oggi meno attraenti agli occhi degli altri Paesi di quanto non fossero prima di Trump.

Ultimamente opinionisti e politologi hanno definito l’uso che Trump fa della politica estera con il termine “sharp power”, una nuova forma di esercizio del potere volta a ottenere, a qualunque costo, l’obiettivo prefissato. Sarà questo il nuovo volto delle relazioni internazionali?

Non credo. “Sharp power” è solo un termine nuovo per indicare quel che un tempo chiamavamo guerra dell’informazione, esistita per decenni, e in particolare a partire dagli anni ’30 e durante la guerra fredda. La guerra di informazione non potrà sostituire la capacità di attrarre gli altri Paesi attraverso il soft power, che ha giocato un ruolo fondamentale nel successo degli Stati Uniti e nella stabilità delle loro alleanze.

Eppure all’Onu c’è un evidente cambio di rotta della diplomazia americana, che ha un nuovo volto: quello di Nikki Haley, l’ambasciatrice di Trump che promette di tagliare i fondi agli Stati che si oppongono agli interessi statunitensi.

Talvolta nella diplomazia vale la pena far uso di minacce, ma è spesso meglio farlo privatamente, e non in termini generali. All’Onu la Haley, invece che trovare il supporto necessario, sta creando un gruppo senza precedenti di Paesi che provano risentimento nei confronti degli Stati Uniti.

L’approccio del presidente americano alla crisi coreana è efficace? L’altro giorno su twitter Trump ha definito “stolto” chiunque non gli riconosca il merito della ripresa del dialogo fra Seul e Pyongyang.

Non c’è nessun cambiamento reale nel comportamento di Kim Jong-un, è tipico di Trump prendersi il merito di qualcosa su cui non ha inciso. Non c’è nulla da fare, da trent’anni la Corea del Nord, sia con gli Stati Uniti che con il resto della comunità internazionale, gioca al gioco del dialogo, poi dei test nucleari, poi delle dichiarazioni di fuoco e poi di nuovo delle aperture. Non vedo alcuno sforzo reale da parte di Pyongyang di offrire un dialogo, anche perché queste timide aperture verso il Sud sono accompagnate dall’ordine agli Stati Uniti di porre fine alle esercitazioni militari con Seul.

Anche sulla delicata questione israelo-palestinese Trump è intervenuto pesantemente, riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele, perché, ha detto il presidente, i tentativi di chi lo ha preceduto non sono andati a buon fine.

Credo ci sia una verità dietro questa affermazione. Non abbiamo visto risultati dopo gli innumerevoli sforzi dei suoi predecessori. Questo però non vuol dire che il tentativo di Trump avrà successo. Non è stato sufficientemente chiaro sui passi che muoverà l’amministrazione sulla questione israelo-palestinese, è presto per fare un confronto con i precedenti inquilini alla Casa Bianca.

Oggi le chiavi del Medio Oriente sembrano in mano alla Russia e all’Iran, usciti vincitori dalla guerra all’Isis. Trump ha “scommesso” sulla parte sbagliata, facendo dell’Arabia Saudita il suo maggiore alleato?

Non credo si possa ancora parlare di una preminenza iraniana o russa nella regione. Non bisogna semplificare troppo lo scenario mediorientale dividendolo in due. I conflitti mediorientali, che più ancora degli Stati della regione vedono scontrarsi sciiti e sunniti, precedono Trump e dureranno molto più di lui.

La Russia però, quantomeno in Siria, vanta un’influenza assai maggiore rispetto agli Stati Uniti.

La Russia è stata in grado di prevenire la caduta del regime di Assad in Siria. Ma quello di Damasco resta pur sempre un regime debole, che controlla una piccola parte del Paese. La vittoria sull’Isis è per una buona parte dovuta agli sforzi dell’esercito statunitense e delle forze armate irachene. Vale la pena soffermarsi su cosa sta accadendo all’interno dell’Iraq: per quanto gli iraniani godano di una certa influenza all’interno del Paese, anche grazie all’affinità religiosa sciita con gli iracheni, il governo di Baghdad presieduto da al-Abadi ha lavorato fedelmente al fianco degli Stati Uniti, e la Russia in questo ha giocato un ruolo minoritario.

Che bilancio si può fare della linea dura di Trump con la Cina, soprattutto sul lato delle relazioni commerciali?

È presto per fare un bilancio. Un anno fa a Mar-a-Lago Trump promise di andarci piano con le sanzioni se Xi Jinping avesse mostrato fermezza verso la Corea del Nord, un problema che oggi non solo non è stato risolto, ma si è aggravato. Per quanto riguarda la politica delle sanzioni, c’è una serie di nuove misure che il rappresentante per il Commercio Robert Lightizer sta preparando contro la Cina, vedremo cosa succederà quando saranno implementate. Dobbiamo però fare una distinzione.

Ovvero?

Un conto sono i casi in cui è necessario usare il pugno di ferro con la Cina, ovvero quando non rispetta le obbligazioni internazionali di reciprocità finanziando direttamente le sue imprese o quando forza il trasferimento di proprietà intellettuale. Su questo fronte sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea dovrebbero mostrarsi fermi. Un altro conto sono le accuse di Trump sul surplus cinese, che non ha nulla a che vedere con le pratiche anti-concorrenziali.

Quanto si spingerà in là l’influenza politica e commerciale di Pechino con il mastodontico progetto della Belt and Road Initiative, il nuovo piano Marshall made in China?

Non possiamo ancora sapere quanto sarà un successo la Belt and Road Initiative. Va detto però che si tratta di un progetto completamente diverso dal piano Marshall. Nel 1948 gli Stati Uniti hanno chiesto preventivamente ai Paesi interessati di specificare come avrebbero voluto utilizzare gli aiuti economici. Nella Belt and Road Initiative non c’è nulla di tutto questo. Alcuni Stati asiatici trarranno sicuramente benefici economici, altri troveranno poco attraente il progetto geopolitico sotteso al piano. Gli indiani, per fare un esempio, scorgono nel piano di Xi il tentativo di contenere e circondare l’India. Porti come Gwadar in Pakistan non hanno alle spalle alcun interesse o disegno economico particolare, sono stati costruiti per il preciso scopo di pressare il governo di Nuova Dehli. In fondo il progetto One Belt One Road altro non è che uno slogan per indicare la strategia geopolitica di Xi Jinping.

Chiudiamo con l’Unione Europea. A distanza di un anno dall’insediamento, il presidente Trump non ha ancora nominato un ambasciatore a Bruxelles. Cosa significa?

Il dipartimento di Stato è ancora molto indietro nelle procedure di nomina degli ambasciatori in giro per il mondo, lo stesso vale per le cariche più importanti nell’amministrazione a Washington. È un evento piuttosto raro, non si è mai visto prima d’ora un tale vuoto nella diplomazia americana. Quanto a Bruxelles, è chiaro che Trump stia ponendo meno enfasi e dia meno valore all’Unione Europea. Credo sia un grande errore, l’Unione Europea dovrà riprendersi da sola il ruolo che le spetta di diritto nelle relazioni internazionali. Non sarà una priorità per Donald Trump, speriamo lo sia per gli europei.

 

ultima modifica: 2018-01-12T16:20:26+00:00 da Francesco Bechis

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