La battaglia europea sul Fondo e l’interesse italiano. Parla Moavero (Luiss)

La battaglia europea sul Fondo e l’interesse italiano. Parla Moavero (Luiss)
L’ex ministro agli Affari europei spiega a Formiche.net perché l’allarme lanciato da FI sul Fondo Monetario Europeo non è infondato

Ai suoi primi vagiti sta già facendo discutere, e molto. Il Fondo monetario europeo proposto dalla Commissione europea, nuovo strumento di salvataggio dei Paesi e delle banche che sostituisce il fondo anticrisi Esm, potrebbe infatti destinare maggiore potere decisionale ai suoi due più grandi contributori, Francia e Germania, a scapito di altri Paesi. E c’è chi, come Forza Italia, teme che l’Italia ne rimanga schiacciata. Francia e Germania – segnalano i capigruppo di Camera e Senato, Renato Brunetta e Paolo Romani – “avrebbero un potere enorme nel decidere anche sul sostegno al sistema bancario, dettandone le regole e, in seconda battuta, controllando i risparmi dei Paesi membri. Tutto questo con un’Italia, assente, debolissima a livello internazionale, non rappresentata nelle sedi decisionali che contano, succube di un timore reverenziale nei confronti di Francia e Germania”. A spiegare la questione è Enzo Moavero Milanesi, direttore della School of Law dell’Università Luiss, professore di Diritto dell’Unione Europea nello stesso ateneo e ministro per gli Affari europei nei governi Monti e Letta. “La proposta della Commissione – dice a Formiche.net – prevedrebbe che, a differenza dell’attuale sistema dell’Esm – dove le decisioni maggiori si prendono all’unanimità – nel Fondo monetario europeo tali decisioni vengano prese con la maggioranza qualificata dell’85%. Da quanto sembra comprendersi, i voti di cui dispone ciascuno Stato membro dovrebbero corrispondere alla quota di capitale versato”. Si potrebbe dunque ipotizzare il caso in cui “una determinata decisione non sia condivisa da alcuni rappresentati dei Paesi membri del Fondo”.

E qui arriviamo al punto che ha provocato la levata di scudi di Forza Italia: in un caso del genere, infatti, se i Paesi contrari “rappresentano un numero di voti superiori al 15%, possono impedire che si raggiunga la maggioranza dell’85% e così evitare che la decisione venga presa”. Una sorta di veto, dunque. “In una simile situazione, spesso, si semplifica parlando di ‘veto’, terminologia impropria ma che capisco aiuti a comprendere”. Moavero fa anche notare “che una tale possibilità richiederebbe, normalmente, di mettere insieme più Paesi contrari, salvo forse nel caso dei maggiori contributori che da soli dovrebbero disporre, stando alle attuali quote di capitale dell’Esm, di un numero di voti superiore al 15%” come, per l’appunto, Francia e Germania. Una questione non da poco che probabilmente continuerà a far discutere visto che il Fme è il pilastro più importante della riforma dell’Unione economico-monetaria che si accompagna ad altre misure: l’incorporazione del Fiscal compact nell’ordinamento dell’Ue, nuovi strumenti di bilancio, l’istituzione di un ministro dell’Economia e delle Finanze europeo, una sorta di superministro dell’euro.

I dubbi di Moavero riguardano anche un altro aspetto, non irrilevante: il Fme “potrebbe rivelarsi un’occasione mancata per l’Italia”. Il motivo è presto detto: parte del suo capitale avrebbe potuto essere utilizzato per investimenti produttivi in ottica di una maggiore crescita, soprattutto là dove stenta, come nel nostro Paese. Il Fondo, spiega il professore, “viene costituito trasformando l’Esm e conferendovi il suo capitale, circa 730 miliardi, una cifra di tutto rispetto se si pensa che l’intero bilancio Ue per il periodo 2014-2020 è di poco meno di 1.000 miliardi”. Il nuovo strumento, prosegue, “mantiene la funzione di ‘salva-Stati’ e diventa anche la rete di sicurezza del meccanismo di risoluzione delle banche completando così la direttiva Brrd del maggio 2014. Ci sono però dei punti interrogativi: così come è proposto, il Fondo monetario europeo non avrebbe la pienezza di funzioni del suo modello, il Fondo monetario internazionale, e questa è una scelta politica sulla quale riflettere bene; inoltre, ci si deve chiedere se, nella fase attuale, con la necessità di vigorosi investimenti, specie nei Paesi dove la crescita stenta, non si sarebbe potuto utilizzare il capitale dell’Esm per stimolare maggiori investimenti produttivi d’impatto positivo sul Pil”.

Nello specifico, per quanto riguarda l’Italia, di sicuro può giovare che l’Ue si doti di una rete di sicurezza per le banche, ma un’eventuale indiretta penalizzazione c’è sul fronte degli investimenti: perché l’ingente capitale dell’Esm potrebbe essere usato per supportare investimenti pubblici, magari con un effetto leva, tipo il Piano Juncker. Inutile sottolineare che il nostro Paese ha grande bisogno di investimenti ben mirati, per aumentare la crescita e l’occupazione, per superare il divario tra Nord e Sud in tema di infrastrutture, per modernizzare tanti ospedali e scuole”. Dunque, decidere di istituire un Fondo monetario con una missione come quella proposta “è un’opzione possibile, che non penalizza direttamente l’Italia, in quanto a causa dell’alto debito siamo potenzialmente a rischio se dovesse arrivare una nuova grave crisi. Anche se è chiaro che 730 miliardi non basterebbero a salvare il nostro Paese che ha oltre 2.000 miliardi di debito”. Tuttavia, potremmo perdere una buona occasione, perché “ il duplice imperativo di ridurre il debito pubblico e di contenere il deficit annuale limita molto la possibilità di spesa dei governi italiani, anche per fare investimenti pubblici”. È evidente, prosegue, che questo ci penalizza rispetto ai nostri concorrenti “nella misura in cui i Paesi che hanno i conti statali in ordine possono investire più di noi e sostenere meglio crescita e creazione di posti di lavoro”.

Peraltro la novità del Fondo monetario europeo arriva in un momento particolarmente delicato per l’Italia, a poco più di un mese da un appuntamento elettorale il cui esito è quanto mai incerto. Può questo essere un ulteriore fattore di svantaggio rispetto agli altri Paesi europei? “Ci sono due profili che si intersecano – spiega Moavero -. Il primo riguarda l’agenda politica europea, rispetto alla quale siamo oggettivamente sfasati – con le elezioni a marzo 2018 – rispetto ad altri Paesi come Francia, Germania, Olanda, Austria, Bulgaria in cui il voto si è svolto nel 2017 o come la Spagna, che si è recata alle urne nel 2016. In un quadro Ue con governi in carica o quasi di prossima formazione, come quello tedesco, noi arriviamo dopo e in uno scenario di notevole incertezza rispetto al futuro esecutivo. In Europa, a valle di una serie di elezioni che vedevano ovunque in lizza forze politiche dichiaratamente antieuropee, gli esiti hanno premiato maggioranze favorevoli all’Unione. Da noi vedremo cosa accadrà a marzo”. L’Italia, in effetti, va alle urne “dopo gli altri partner Ue e forse, sotto l’influenza del loro risultato. E’ un fatto – osserva il professore della Luiss – che nel nostro dibattito elettorale i toni draconiani contro l’Unione europea si sono ammorbiditi ma l’Ue rimane un tema divisivo che, se e quando emerge, può incidere sul voto”.

L’altro profilo, aggiunge, “è che l’attività europea non si ferma quando ci sono le fasi elettorali nazionali e non potrebbe essere diversamente visto il numero di Stati membri dell’Ue e delle rispettive elezioni”. Ma come procede Bruxelles? “Continuando il lavoro quotidiano di gestione delle sue numerose politiche pubbliche che include nuove proposte normative nodali per tanti settori. Inoltre, deve far fronte a una fase tuttora emergenziale – per esempio sul fronte delle migrazioni – o post-emergenziale – come sul lato dell’economia – senza dimenticare la necessità di un salto di qualità nel comparto della sicurezza. Su questi tre versanti l’Unione lavora in base agli strumenti, normativi ed esecutivi, che ha a disposizione. Un aspetto spesso sottovalutato è che nel campo economico l’Ue – che, ricordo, nasce come Cee (Comunità economica europea) – ha molti strumenti, poteri e funzioni; viceversa in altri campi – quali la sicurezza, la difesa, la politica estera – ha strumenti minimi perché la responsabilità maggiore rimane agli Stati”. Insomma, molto del lavoro che si sta svolgendo nelle sedi europee al momento riguarda, inevitabilmente, l’economia nei cui confronti Bruxelles “ha più ruolo e leve a disposizione”.

Tale è il quadro in cui si inseriscono le proposte formali “per migliorare il funzionamento dell’Unione economica monetaria” tra cui appunto l’istituzione del Fondo monetario europeo. Misure non nuove, perché le idee circolano da anni, ma per la prima volta organizzate sotto forma di proposte legislative ed è per questo che “diventano, oggi, estremamente importanti”. Tutte “proposte interessanti in linea di principio – chiosa Moavero -, forse condivisibili se ci fermiamo solo al loro titolo. Gli interrogativi nascono leggendo bene, nei dettagli, cosa concretamente c’è scritto”. E cosa, invece, si potrebbe scrivere.

ultima modifica: 2018-01-26T12:20:06+00:00 da Manola Piras

 

 

 

 

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