La politica economica di Trump e gli effetti sull’Italia

La politica economica di Trump e gli effetti sull’Italia
Un messaggio chiaro e un assist da raccogliere per chi nel nostro Paese a marzo vincerà le elezioni e si assumerà l’onore, la responsabilità e l’onere di formare un governo competitivo e stabile. L'analisi di Gianpaolo Davide Rossetti, dottore commercialista

Il 18 gennaio 2017, due giorni prima dell’insediamento di Donald Trump, quale quarantacinquesimo presidente USA, su questo giornale cercammo di capire quali fossero stati gli effetti della politica fiscale di riduzione generalizzata delle imposte annunciata in campagna elettorale sugli Stati Uniti e sull’Italia. Contrariamente a quanto dibattuto e scritto dai molti le nostre previsioni erano ottimistiche. Confrontando semplicemente i dati dell’economia italiana all’epoca di Reagan (al quale Trump si ispira) risultava che quella fu l’ultima volta che il nostro Paese registrò la più alta crescita del Pil in Europa. Reagan negli anni 80 ridusse il l’aliquota massima di imposizione fiscale sul reddito dal 70% del 1980 al 28% del 1986 lasciando ai cittadini più reddito disponibile da destinare ai consumi. La riforma non fu un regalo ai ricchi; nel 1980 solo il 5% più ricco dei contribuenti pagava il 35% del gettito totale dell’imposta sul reddito, nel 1990 quella percentuale era salita al 49%. Infatti la riduzione delle aliquote ha effetto soprattutto sull’elusione dei contribuenti ricchi la quale è tanto più conveniente quanto più alte sono le aliquote sopportate dal contribuente; ciò vuol dire che ad eludere sono più i ricchi che i poveri. Si registrò un’espansione dell’economia pari al 25% in 72 mesi di crescita continua producendo il più lungo periodo di sviluppo economico mai realizzato nella storia degli Stati Uniti. Il gettito fiscale, nonostante l’abbattimento radicale delle aliquote non si ridusse, anzi grazie al rilancio dello sviluppo si incrementò del 26%.

Inoltre ci chiedevamo come mai dal giorno dell’elezione (9 novembre 2016) all’insediamento la borsa americana fosse cresciuta del 9%; le grandi banche d’affari e gli investitori internazionali prima delle elezioni temevano e prevedevano uno shock sui mercati finanziari ipotizzando un ribasso di Wall Street anche del 10%, ma ciò non avvenne. Dal 9 novembre 2016 nelle prime 8 sedute la borsa americana inanellò 7 sedute al rialzo. L’indice S&P500, salì del 2%, il Dow Jones salì del 3% e il Russell, che raggruppa le piccole e medie imprese salì del 10%. Esattamente il contrario delle previsioni. A un anno dalle elezioni Wall Street ha raggiunto record storici. Il Dow Jones è cresciuto del 28,5%, l’S&P500 del 21%, il Nasdaq del 30,3%. La politica economica annunciata dal Presidente eletto prevedeva consistenti sgravi fiscali per le imprese (dal 35 al 15% la tassa sulle società) e per i privati (aliquota massima del 33%) nonché forti investimenti nelle infrastrutture e nella difesa per stimolare l’ulteriore crescita degli Usa. Considerato però che l’economia americana era già vicina alla piena capacità, con un tasso di disoccupazione inferiore al 5%, ipotizzammo che era necessario far ricorso alle importazioni grazie alle quali l’Italia poteva avvantaggiarsene per la qualità e la competitività di alcuni settori quali tessile-abbigliamento, alimentari e arredamento.

Dopo aver varato un mese fa la riduzione delle aliquote fiscali aziendali dal 35% al 21% (che determina aumento dei profitti disponibili per la crescita dei salari e degli investimenti) e incentivi al rimpatrio delle attività all’estero (fino a 2600 miliardi di dollari, si passa da una tassazione al 35% per tutti i beni, al 15,5% per la liquidità e all’8% per gli asset) la situazione economica americana si presenta come segue. Secondo gli analisti finanziari di FactSect gli utili per azione delle 500 aziende del listino di Standard & Poor’s sono cresciuti nel 2017 del 9,5%, maggiore performance dal 2011. Dall’ultimo Report del Dipartimento del Lavoro il tasso di disoccupazione è del 4,1% (il dato più basso degli ultimi 17 anni), in alcune zone la disoccupazione arriva al 2% e le aziende offrono lavoro a soggetti a lungo disoccupati. Vi è il caso della contea di Dane in Wisconsin in cui le imprese manifatturiere, non avendo altra possibilità di avere forza lavoro, si avvalgono di detenuti che stanno ancora scontando la pena. In questa situazione, resa ancora più favorevole dalle misure fiscali vigenti, di domanda di lavoro alta e offerta di lavoro bassa molte aziende annunciano l’aumento dei salari determinando così lo spostamento del potere contrattuale dalle aziende ai lavoratori. AT&T e Walmart hanno promesso di aumentare i salari di mille dollari a testa, Boeing di distribuire ai lavoratori 300 milioni di dollari. Sono stati annunciati dalle grandi imprese 70 miliardi di nuovi investimenti; per fare qualche esempio AT&T un miliardo di investimenti a testa mentre Apple si è impegnata ad aprire tre nuovi stabilimenti. La nostra Fiat Chrysler Automobile (FCA) ha annunciato un bonus di duemila dollari a testa per i 60.000 dipendenti americani, un miliardo di investimenti e un nuovo stabilimento in Michigan dove il governo locale ha emanato il cosiddetto pacchetto lavoro qualità: alle aziende che delocalizzano in Michigan e creano almeno 250 nuovi posti di lavoro con un salario pari al 125% sopra al salario medio verranno azzerate per 10 anni le ritenute fiscali sui nuovi dipendenti.

Il Prodotto interno lordo del II e III trimestre è stato rispettivamente del 3,1% e del 3,2%%, il più alto degli ultimi 3 anni; il dato del primo semestre il più alto dal 2014. Le stime sul quarto trimestre e sull’intero anno dovrebbero confermare questa crescita. La riforma Trump incentiva l’export prevedendo l’aliquota del 12,5% sui redditi derivanti dalla vendita o dalla licenza di beni e servizi all’estero. Considerando in questo momento la relativa debolezza del dollaro il mix fiscale-valutario può dar luogo ad effetti molto interessanti. La riforma introduce anche la deducibilità integrale, sino al 2022, degli investimenti nello stesso anno di realizzazione. Un super ammortamento che può agevolare la nostra industria meccanica poiché le misure finora approvate non contengono nuovi dazi commerciali né aumentano quelli esistenti. L’Ufficio Studi di SACE aveva stimato (al lordo della spesa per infrastrutture di circa 1000 miliardi annunciata ma non presente ad oggi nelle misure varate e senza considerare l’inatteso super ammortamento) che la riduzione delle aliquote fiscali americane avrebbe determinato nel 2018 un incremento dell’export italiano di 1,8 miliardi di dollari valutando anche la domanda dei beni di consumo. La riforma contiene infatti anche agevolazioni per le persone fisiche. Le aliquote sulle persone fisiche restano sette, rimane invariata la più bassa e la penultima, le altre leggermente abbassate a partire dalla massima, che scende dal 39,6 al 37 per cento. Tutto ciò provocherà verosimilmente effetti positivi sui beni di consumo di alta gamma nei settori moda, design e alimentari nei quali i prodotti italiani sono tra i più competitivi.

In conclusione quindi si dimostra che creare ambienti favorevoli per le imprese e le famiglie attraverso politiche fiscali espansive (diminuzione generalizzata delle aliquote per imprese e famiglie, semplificazione e sburocratizzazione fiscale, rimpatrio agevolato di capitali, super-ammortamento, sussidi all’export) determina maggiori redditi disponibili per consumi e investimenti, crescita occupazionale, aumento dei salari, crescita del gettito fiscale e opportunità di sviluppo per tutti i Paesi esportatori. Un messaggio chiaro e un assist da raccogliere per chi nel nostro Paese a marzo vincerà le elezioni e si assumerà l’onore, la responsabilità e l’onere di formare un governo competitivo e stabile che possa produrre sviluppo globale e sostenibile delle imprese e delle famiglie italiane.

ultima modifica: 2018-01-18T09:30:53+00:00 da Redazione

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