La sovranità monetaria nell’era delle criptovalute

La sovranità monetaria nell’era delle criptovalute
L'analisi di Paolo Savona, professore emerito di politica economica, già ministro dell’industria

Dopo la società liquida, Zygmunt Bauman ha coniato un’altra fortunata definizione, quella di società retrotopica, usata per indicare la tendenza dei gruppi dirigenti e dei cittadini a ispirarsi all’utopia di un ritorno ai fasti – veri o presunti – di un felice passato, non essendo capaci di darsene una più consona agli sviluppi geopolitici e tecnologici dei nostri giorni, in particolare quelli dell’intelligenza artificiale che ormai irrompe nelle nostre vite.

La politica monetaria e bancaria attuata per affrontare le conseguenze della crisi finanziaria mondiale iniziata negli Stati Uniti ha caratteristiche retrotopiche, poiché si prefigge di restaurare la stabilità sistemica del passato, mentre deve fare i conti con i mutamenti del quadro di riferimento che deve affrontare, nel quale svetta lo sviluppo delle criptovalute, come i bitcoin, che poggiano sulla tecnologia blockchain. Le implicazioni di sistema di queste innovazioni sono numerose, ma una delle più insidiose riguarda la possibilità che, in assenza di una decisa presa di posizione da parte delle autorità, la sovranità monetaria degli Stati-nazione passi nelle mani di gruppi privati dominanti, con conseguenze sul sistema delle libertà e sul funzionamento dell’economia.

Le criptovalute sono forme nuove di moneta fiduciaria, un tempo creata dagli istituti privati di emissione, che causarono disastri bancari e indussero gli Stati a riprendersi il potere di governare la creazione monetaria, delegando alle banche centrali il compito di gestirla. Se le criptovalute si diffondono, cosa assai probabile, la conseguenza sarà che l’offerta monetaria non sarà più fissata dalle autorità, ma dai privati; vi sono fondati motivi teorici ed esperienze pratiche che sconsigliano una tale involuzione, dalla possibilità di perdere il controllo dell’inflazione a quella di non poter perseguire il riciclaggio di denaro sporco.

Attualmente la quantità di criptovalute in essere è modesta rispetto alla moneta tradizionale in circolazione; finché questa condizione prevale, il loro prezzo crescerà, dando la sensazione ai possessori di un ottimo investimento, senza causare conseguenze percepibili sull’inflazione complessiva, ma solo sulla gestione dei portafogli dei risparmiatori che ne possiedono quantità rilevanti. Quando cesserà la scarsità, i possessori registreranno delle perdite. In queste settimane la crescita del prezzo di un bitcoin è salito di parecchie migliaia di dollari e in pochi giorni ne ha perso mille alla notizia che le autorità cinesi ne avevano proibito l’uso. A livello macroeconomico non esiste quindi una bolla speculativa, ma essa può emergere al diffondersi delle numerose criptovalute come mezzo di pagamento sostitutivo della moneta tradizionale.

Se le autorità ritengono di poter regolare il fenomeno con regolamenti o proibizioni, sbagliano. Le limitazioni possono scoraggiare le persone ligie alla legge, ma non gli evasori fiscali o i criminali seriali, perché la blockchain è impenetrabile da esterni. La scienza insegna che una condizione resta immutata finché non ne subentra un’altra. Se i governi e le banche centrali non mettono a fuoco il problema e tardano nel prendere decisioni, la frittata sarà fatta, come accaduto per i derivati.

Nella ricerca condotta insieme ad Alessandrini, Barbaresco e Fratianni, nell’ambito della Fondazione Cesifin, sosteniamo che il problema debba essere affrontato dividendo il sistema dei pagamenti da quello del credito, oggi confusi nell’attività bancaria, creando problemi di stabilità monetaria e finanziaria. Poiché la domanda di mezzi di pagamento si confonde con la formazione di vero risparmio, il fatto che la moneta venga messa a rischio concedendo credito viola il fondamento secondo cui i mezzi di pagamento debbono essere non rischiosi e non remunerati in linea di principio. Il fatto che talvolta i depositi a vista percepiscano un rendimento causa una confusione tra le due funzioni autonome e distinte che svolgono: quella di mezzi di scambio e quella di serbatoio di valori. Il sistema di assicurazione depositi, soprattutto come regolato dall’Ue, non può assolvere al compito di proteggere i possessori di moneta bancaria per le limitate risorse di cui dispone e, se l’onere è a carico delle banche, rischia di trascinare l’intero sistema nella crisi di una o poche banche da salvare. La soluzione di mantenere la sovranità monetaria e proteggere il sistema dei pagamenti è quella che lo Stato gestisca direttamente la moneta telematica con la tecnologia blockchain, come ad oggi sta facendo solo l’Estonia. Poiché le grandi banche internazionali, principalmente la Goldman Sachs, stanno impossessandosi di questo sistema di pagamenti, il processo di acquisizione della sovranità monetaria va immediatamente interrotto.

ultima modifica: 2018-01-04T09:20:59+00:00 da Paolo Savona

 

 

 

 

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