Cosa ha detto davvero Papa Francesco sull’immigrazione

Cosa ha detto davvero Papa Francesco sull’immigrazione
L'analisi di Benedetto Ippolito sul rapporto fra carità e giustizia e fra Chiesa e politica

Se c’è un tema controverso del pontificato di Francesco è certamente quello relativo alla questione dell’immigrazione. Alla vigilia del suo complesso viaggio in Cile e in Perù, il Papa è intervenuto in modo molto preciso ieri, sfruttando l’occasione offerta dalla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.

Il Messaggio costituisce un testo molto denso, il quale, in un certo modo, pone l’attenzione su coloro che arrivano e sulla missione della Chiesa, articolata su tre punti fondamentali: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

Seguendo la tradizione della Chiesa e interpretando il messaggio del Vangelo, Dio si presenta sempre come altro, materializzandosi nel volto del prossimo. Pertanto un comportamento sarà tanto più conforme allo spirito cristiano quanto più mostrerà di comprendere, condividere e aiutare le persone che giungono nei nostri Paesi, scappando da immani tragedie umanitarie e richiedendo asilo e aiuto.

Ovviamente si tratta qui solo di un lato della questione, quello relativo alla parte più debole di questo incontro traumatico tra civiltà, il quale ovviamente non può non generare paure, difficoltà, sottoponendo le nostre vite a sollecitazioni forti e laceranti.

Bisogna considerare che la lettura che viene data molto spesso sui media delle parole del Papa non rispecchia però esattamente il significato che esse devono avere. La Chiesa ha un solo compito: quello di schiudere, oltre l’ordine naturale che ci caratterizza come esseri umani, un superiore ordine soprannaturale, nel quale si oltrepassino le esigenze connesse direttamente ai nostri immediati e legittimi interessi personali.

Bisogna fare attenzione però. Nella visione autenticamente cattolica, come insegnava San Tommaso d’Aquino, non è possibile ridurre la conoscenza che abbiamo del mondo attraverso la fede a quella che ricaviamo dalle nostre considerazioni sensibili e razionali, anche se, al tempo stesso, è assurdo pensare che l’etica cristiana distrugga la verità naturale e si contrapponga ad essa in modo violento. Come, infatti, la grazia perfeziona la natura, così la carità rafforza la giustizia. In entrambi i casi, superare una visione ristretta non è cancellare o annullare la sua originaria legittimità e validità politica.

Senza dei forti Stati nazionali, in altri termini, non possono esserci neanche politiche realmente cristiane di accoglienza umanitaria.

Quindi, se da un lato il Papa indica la via dell’accoglienza come una strada che è in grado di farci comprendere giustamente l’altro come persona, anche quando proviene da mondi lontani e ci pare totalmente estranea al nostro orizzonte comunitario, è anche vero dall’altro che chi arriva deve rigorosamente rispettare e accettare il valore portante dell’identità culturale del Paese che accoglie.

La carità non può mai abrogare la giustizia, e l’accoglienza non può mai rappresentare una causa di distruzione delle collettività esistenti.

In tal direzione, il Santo Padre è stato molto netto: “Le comunità locali hanno paura che i nuovi arrivati disturbino l’ordine costituito… e avere dubbi e timori non è peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte”.

La conoscenza reciproca, dunque, implica il rispetto vicendevole, l’avviamento di una logica dell’accoglienza cristiana fondata sulle molteplici identità naturali dei popoli, vero fondamento ontologico e creaturale degli Stati nazionali.

Perciò è molto rilevante che Francesco parli adesso apertamente del dovere che ha chi arriva “di conoscere e rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui viene accolto”.

La politica, infatti, non può occuparsi di tutto e non può né sostituirsi, né essere sostituita dalla Chiesa. Quest’ultima ha giustamente un’idea universale che deve provocare la limitata logica politica, stimolandola a non trincerarsi in modo esclusivo nel proprio egoismo. Tuttavia, per suo conto, una buona politica dell’immigrazione parte necessariamente dai soggetti nazionali esistenti, i quali sono chiamati a completare se stessi e non ad auto sopprimersi.

I cittadini di uno Stato, in definitiva, hanno diritti nativi ed originari, ed essi devono positivamente difendere la tradizione e la terra che gli appartiene, rafforzando la propria identità nazionale e comunitaria affinché questa possa avere la forza e il coraggio di accogliere anche altre identità ed integrarle, senza che la loro società sia smantellata e disorganizzata in un caos multiculturale che sarebbe innaturale, anticristiano e politicamente assurdo.

ultima modifica: 2018-01-15T10:50:03+00:00 da Benedetto Ippolito

 

 

 

 

 

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