Trump, tra vacuità strategica ed eterogenesi dei fini. L’analisi di Pialuisa Bianco

Trump, tra vacuità strategica ed eterogenesi dei fini. L’analisi di Pialuisa Bianco
Conversazione di Formiche.net con Pialuisa Bianco, giornalista e saggista, direttrice di Longitude

A un anno di distanza dall’Inauguration Day, ciò che resta ineccepibilmente è che il presidente “Donald Trump è stato, per quanto controverso, un fenomeno politico.”, dice in una conversazione con Formiche.net Pialuisa Bianco, giornalista e saggista, direttore di Longitude (prestigiosa rivista italiana di geopolitica).

Che cosa aveva prodotto la sua vittoria? “La sottovalutazione iniziale dell’aspetto politico dell’ascesa di Trump sia tra i Democratici che tra i Repubblicani (entrambi antipatizzanti di Trump), era fondata  sull’evanescenza del personaggio, i tratti caricaturali, la scarsa capacità dialettica. Né gli uni né gli altri avevano compreso che l’emersione di un personaggio tanto eccentrico rappresentava la crisi del sistema politico americano e dei due partiti che ne sono il pilastro.  Trump ne è stata la spia. Stava capitando – continua Bianco – un fenomeno analogo a quanto successo tra i paesi europei e che può essere così schematizzato: 1) il crollo della mitologia comunista ha via via ridimensionato ogni alternativa al capitalismo, al mercato e alla finanza, comprese le varianti socialdemocratiche e liberal, omologando sempre più le ricette di fondo dei due schieramenti destinati nel sistema democratico all’alternanza di governo. Il punto più alto di questa omologazione è stata in america la presidenza Clinton”. Secondo, aggiunge l’analista, che ha fondato e diretto anche il Forum strategico della Farnesina, oltre a questa omologazione politica, “c’è la crisi degli anni 2000 che ha esacerbato il  disagio economico, fatto declinare il sogno a americano, l’idea che all’interno della classe media si possa solo progredire di generazione in generazione. Omologazione tra l’offerta dei due contendenti politici e crescente insoddisfazione sociale sono diventate una miscela esplosiva, alterando il rapporto di fiducia tra elettorato e establishment politico. Quindi Trump è stato il detonatore di questa crisi. A un anno di distanza dal suo insediamento la scena economica americana e mondiale tuttavia è radicalmente cambiata: si è avviata la grande espansione. Tutti gli indici dalla borsa all’economia reale schizzano verso l’alto, ovunque. La vera domanda dovrebbe essere se Trump il disrupter potrà beneficiare della nuova stabilità ”.

Durante la campagna elettorale è uscita anche allo scoperto la crisi del partito repubblicano acuta, con la distanza tra l’anima classica e quella più dirompente e anti-establishment: che ne resta adesso di questo? ” Come ho già detto anche i repubblicani avevano sottovalutato il fenomeno Trump e non sono riusciti ad evitare che un simile personaggio scalasse il partito. La vera differenza tra Trump e fenomeni analoghi n Europa ai quali viene di solito avvicinato è proprio questa: Beppe Grillo, Marine Le Pen e così via sono il terzo incomodo nel sistema tradizionale tendente al bipolarismo, Trump scalando il GOP, è uno dei due. Teoricamente si tratta di un aspetto che avrebbe potuto essere la carta vincente post elettorale, l’idea che il personaggio eccentrico potesse essere inglobato e addomesticato all’interno della forza dell’amministrazione e condizionato dall’establishment. Ma abbiamo visto che la tendenza di Trump è rompere gli schemi anche all’interno del sistema di governo”.

E tra i democratici? Come si specchia la vittoria di Trump tra i dem? “Hillary Clinton, che pure era favorita, incarnava l’espressione dell’establishment, ma invece di insistere sui temi squisitamente politici, si è rintanata nell’elemento più ideologico sviluppato dai dem in questi anni: intendo la difesa delle minoranze, l’emancipazione femminile e temi collegati. Chiaramente parliamo di fattori importanti, ma insufficienti a definire il profilo strategico del presidente degli Stati Uniti. Insistere sulla cialtronaggine e sui capelli arancioni di Trump ha finito con lo spianare la strada alla ascesa di un personaggio imprevedibile che dava l’impressione di parlare di cose concrete, contro una Hillary sulla difensiva che sembrava toccare più questioni ideologico/culturale”. Un fatto importante, che ha spostato, poi, l’azione dell’opposizione: ora ci troviamo davanti a quello che Bianco definisce uno scenario di “guerra civile metaforica”, la polarizzazione politica americana, “l’esacerbazione di uno scontro in cui eccessi verbali e forzature sono da una parte e dall’altra. Trump sembra avvitato in uno scenario in cui tende ad accusarsi con le sue mani, vedi lo scontro con Fbi o col procuratore generale, i suoi oppositori sognano di detronizzarlo con impeachment, interdizione per demenza, mentre scarseggiano le argomentazioni politiche”.

E uscendo dagli Stati Uniti? L’impatto di Trump sul mondo, diciamo, com’è stato? “Anche qui l’esasperazione verbale la fa da padrone, dalla costruzione del Muro antiimmigrati  alla questione dei  Dreamers con scrasi o nulli effetti reali;  l’exploit punitivo in Siria e la superbomba in Afghanistan, non hanno evitato il ritrarsi dallo scenario mediorientale; anche la prima vera crisi strategica con Corea del Nord è stata accompagnata da una retorica infuocata ma poi, nei fatti, sulla vicenda centrale, il dialogo intracoreano, sta a guardare”. E con la Cina? “Anche qui dopo le invettive iniziali Trump accolto col tappeto rosso da Xi jinping ha ricambiato le attenzioni. Il punto è che i rapporti tra potenze, oggi più che mai che il mondo appare così disordinato e intrattabile, non hanno una direzione prestabilita e le oscillazioni di Trump sembrano più il risultato che la causa di questa situazione. E che succederebbe se Cina e Russia si riavvicinassero davvero ( questo riavvicinamento fu un risultato della politica antirussa di Obama al tempo della crisi Ucraina) mentre Trump flirta e bisticcia alla stesso tempo sia con l’una che con l’altra? “. Prendiamo ancora un esempio, spiega Bianco: il caso Gerusalemme capitale. “Non è la presa di posizione pro Israele che deve stupire,  ma occorre capire se una simile presa di posizione esaltata dalla volontà di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme sia frutto di un piano strategico. Se lo fosse il presidente americano avrebbe tutte le risorse per portarlo avanti e negoziarlo con partner e alleati. Se invece è una mossa di rottura, un ballon d’essai ma lanciato nel vuoto, allora tutto si esaurirà nell’arco di poco tempo”.

Trump ha creato distanze con i suoi alleati? Mi riferisco in particolare all’Europa. “In molti sostengono che Trump stia cercando di rompere i rapporti con l’Europa, ma la questione è più complicata. Già Barack Obama non aveva troppo feeling nei confronti degli europei, però Bruxelles in quel periodo si era aggrappata  alla presidenza americana, cercando di coprire così le proprie insufficienze. Con l’arrivo di Trump i paesi europei si sono questa volta aggrappati  all’impopolarità delle intemperanze del presidente per far risaltare il proprio profilo, sistematicamente ponendosi dall’altra parte senza tuttavia riuscire a creare una alternativa”. Spiega nella sua analisi Bianco: “Ma anche in questo caso, ci sono solo distanze verbali, senza nessuna posizione strategica avviata, cioè mancano le azioni politiche per creare questa eventuale distanza. E’ accaduto così con l’accordo di Parigi sul clima, dove il conflitto è arenato in un’astratta contrapposizione di principio. Trump aveva si contestato l’accordo, che però Washington non aveva mai ratificato sotto la presidenza Obama, ma gli europei non sono stati capaci di avviare un piano efficace che tenesse conto del fatto che ormai la maggior parte degli esperti considera i termini di quell’accordo del tutto insufficienti, too much hot air per giocare con parole pertinenti. “.

E il claim America First: quanto è vero questo neo-protezionismo trumpiano di cui ogni tanto si parla? “Per un verso è uno slogan che appare appagante per l’americano medio di cui parlavamo prima, l’elettore di Trump, qualcosa di simile ai desiderata dei Brexiters, ma proiettata nelle cose del mondo  resta qualcosa di dirompente via Twitter,  più che  una posizione politica strategica. E Trump non ha imposto né dazi né tariffe penalizzanti per le merci straniere.  La globalizzazione è un fatto irreversibile che nessun abracadabra politico può vanifcare. Il ripiegamento della più importante potenza su se stessa è in atto da tempo. Ma tra tante uscite roboanti trump ha detto una cosa sensata: il ruolo globale, la proiezione strategica e la forza dell’America poggiano sul piedistallo dell’economia, se si indebolisce questa crolla tutto. Certo se America First volesse dire questo, sarebbe un’altra musica. Qualcosa di sintonico con la politica fiscale attualmente inaugurata,  non a caso un successo”.

E su questo c’è da ricordare che Trump fonda la strategia per la sicurezza nazionale, più che altro sulla sicurezza economica.In definitiva, ci dice Bianco, a un anno di distanza – Trump ha inaugurato la sua amministrazione il 20 gennaio 2017 – ” Nella consapevolezza del fenomeno Trump siamo al punto di partenza rispetto a quando è venuto fuori questo personaggio, che ha creato sconquasso ovunque, all’interno dell’America e sul piano internazionale. Il mondo però, che è anche più capriccioso e imprevedibile del presidente Trump,  sta prendendo un’altra piega rispetto a un anno fa, all’epoca del suo tumultuoso esordio: l’economia tira, le potenze si annusano cercando una strada che può essere tracciata solo camminandoci, i vitali animal spirits che fanno grande la ricchezza delle nazioni corrono per ogni dove. Sembra cioè che l’eterogenesi dei fini, che spesso governa la storia, si stia facendo beffe di tante vacuità strategiche”.

(Ci scusiamo con i lettori perché precedentemente era uscita una versione di questa intervista non corretta: il senso dell’analisi di Bianco, tuttavia, non era certamente diverso, ma andava affinata nella forma. Ndr)

ultima modifica: 2018-01-21T10:45:10+00:00 da Emanuele Rossi

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