Meno tasse, più difesa: ecco il nuovo budget del Pentagono di Trump

Meno tasse, più difesa: ecco il nuovo budget del Pentagono di Trump
Archiviate le tasse, Trump ha apposto la sua firma sul nuovo bilancio del Pentagono del 2018. Ecco tutti i dettagli

Archiviato il capitolo tasse, per Donald Trump è arrivato il momento di spendere. La legge sul bilancio firmata dal presidente lo scorso venerdì non solo ha allontanato per almeno due anni il rischio di un nuovo shutdown del governo, ma ha sbloccato il più grande budget che il Pentagono abbia mai avuto a disposizione. 700 miliardi di dollari per l’anno fiscale del 2018, 94 in più rispetto all’anno precedente, e altri 716 miliardi per il budget del 2019: un risultato che va oltre le più rosee aspettative del presidente, che per il 2018 ne aveva chiesti 603 per le missioni base e altri 65 per i fronti di guerra.

COSA C’È NEL BUDGET

Si tratta di un balzo in avanti di 15,5 punti percentuali rispetto all’anno passato: solo la guerra in Afghanistan e in Iraq aveva innescato un aumento così repentino del budget per la difesa, spiega il sito specializzato Defensenews, aggiungendo che né Cina, né Russia si sono mai lontanamente avvicinate a un capitolo di spesa per la difesa così imponente. Per il 2018, 629 miliardi andranno al Pentagono, i restanti 71 a finanziare le truppe statunitensi impegnate sui fronti più caldi, specialmente in Medio Oriente, dove Trump ha allentato la presa sull’Iraq ma non in Afghanistan, per di più con un’escalation di operazioni in Yemen. Il nuovo budget metterà a tacere le critiche giunte dai reparti militari e di difesa negli ultimi anni verso la Casa Bianca, accusata di non riuscire a trovare un accordo politico per rendere più efficienti e ben armati i soldati al fronte. Una prima voce di sollievo per i militari arriverà con l’aumento della paga del 2,3%, più di quanto il Pentagono non avesse richiesto. Ma gran parte del surplus rispetto al passato sarà spesa per potenziare l’Agenzia di Difesa missilistica del Pentagono, con un particolare focus sui missili intercettori terra-aria dispiegati in Alaska, con il preciso scopo di neutralizzare un eventuale lancio nordcoreano prima che tocchi il suolo statunitense. Ci sarà infine spazio per nuovi programmi di addestramento dell’esercito, e soprattutto per l’ammodernamento, annunciato da Trump nel discorso sullo State of the Union, dell’arsenale nucleare statunitense.

LA GIOIA DI MATTIS… E DELLE LOBBIES

“Sono molto fiducioso che quanto ha fatto il Congresso, e quel che il presidente inserirà nel budget, ci permetterà di tornare in una posizione di primo piano” ha esultato questa domenica il segretario della Difesa James Mattis, citato da Defensenews. Il nuovo budget, ha spiegato Mattis ai giornalisti, avrà un effetto non trascurabile sull’occupazione, perché permetterà di assumere “più meccanici nell’Air Force e nuovi soldati e marinai”. Lo scopo, ha annunciato il segretario, non è tanto aumentare numericamente l’arsenale americano, quanto potenziarlo e colmarne le lacune. Per questo uno dei primi passi del Pentagono sarà l’acquisto di nuovi cacciabombardieri: “Dovremo comprare nuovi F-18 per mantenere gli squadroni al loro livello” ha aggiunto il segretario. Gioiscono con lui anche i principali contraenti della Difesa a stelle strisce, che negli ultimi mesi hanno portato avanti una continua attività di lobbying con il governo. È il caso di Lockheed Martin, che ha appena firmato un contratto con il governo da 524 milioni di dollari, mettendo a disposizione i suoi noti programmi missilistici Pac-3 e Pac-3 MSE, ma anche di giganti come Boeing o General Dynamics, che il 9 febbraio ha visto un balzo delle sue azioni del 6%.

I TAGLI ALL’AIR FORCE

Se Boeing e Lockheed possono esultare per la manica larga del governo sulla difesa, resta però una nota dolente nel settore aeronautico. Entrambe le aziende erano in corsa dallo scorso settembre per strappare alla Northrop Grumman, attuale contraente, una partita da 6,9 miliardi di dollari per ricostruire un programma dell’Air Force, il Joint Surveillance Target Attack Radar System, meglio noto con l’acronimo JSTARS. Gli aerei dell’Air Force utilizzati per il programma servono da piattaforma per monitorare i movimenti di veicoli e uomini a terra, trasmettendo informazioni ai comandanti sul suolo. L’attuale flotta è composta, spiega la CNBC, da Boeing 700-300 modificati dalla Northrop. Nulla da fare: per quanto il Congresso si sia prodigato lo scorso anno per tenere in vita il programma, l’amministrazione ha deciso di assestargli il colpo di grazia con il budget del 2019, che ne bloccherà la ricapitalizzazione. A gennaio il Ceo di Boeing Dennis Muilenburg aveva definito il finanziamento del JSTARS “un’importante opportunità”, ma da tempo il segretario dell’Air Force Heather Wilson e il generale dell’Aeronautica militare Mike Holmes dubitavano dell’opportunità del programma.

ultima modifica: 2018-02-12T09:40:19+00:00 da Francesco Bechis

 

 

 

 

 

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