Vi racconto il mio breakfast di preghiera con Donald Trump. Parla Salvatore Martinez

Vi racconto il mio breakfast di preghiera con Donald Trump. Parla Salvatore Martinez
Conversazione di Carmine America con Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo e della Fondazione Vaticana “Centro Internazionale Famiglia di Nazareth” in occasione del National Prayer Breakfast 2018 a Washington DC

In occasione del National Prayer Breakfast 2018 a Washington DC, cui ha preso parte il presidente Trump, Formiche.net ha raccolto le riflessioni di Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo e della Fondazione Vaticana “Centro Internazionale Famiglia di Nazareth”, nonché Rappresentante Personale della Presidenza Italiana in esercizio OSCE 2018 con delega alla lotta al razzismo, xenofobia, intolleranza e discriminazione dei cristiani e di appartenenti di altre religioni nella qualità di presidente dell’Osservatorio sulle minoranze religiose nel mondo e sul rispetto della libertà religiosa istituito presso il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Presidente Martinez, può parlarci del National Prayer Breakfast e raccontare le sue impressioni sull’evento?

Si è celebrata in questi giorni a Washington DC la sessantaseisima edizione del National Prayer Breakfast (NPB). Nel corso del tempo ben dodici presidenti degli Stati Uniti hanno preso parte all’evento. Fu Dwight Eisenhower il primo a voler promuovere l’iniziativa, che si rivelò una piacevole sorpresa per la spinta a riflettere sul significato dell’incontro tra politica e religione su base preconfessionale e al di là delle appartenenze. È qui il senso più profondo dell’NPB, una sorta di profezia della “diplomazia dell’amicizia” su base spirituale, che si ripete da sessantasei anni a questa parte e che ha sempre visto presente il presidente degli Usa in carica. Mediamente sono centoquaranta le delegazioni provenienti dai cinque continenti, composte da leaders referenziati ai più alti livelli della vita sociale, politica, economica, afferenti a tutte le principali tradizioni religiose; leaders invitati da un’apposita commissione di senatori e congressisti di entrambi gli schieramenti politici americani. L’Npb non è una organizzazione o un network, un movimento o un’associazione. Non vi si aderisce, ma si partecipa di una dinamica spirituale, la “preghiera”, intesa come dialogo sincero e fraterno, ispirato dalla leadeship umana e umanizzante di Gesù. Per me questa è stata la diciassettesima edizione a cui ho preso parte. Ho avuto l’opportunità di vedere ben tre presidenti nel corso degli anni: George W. Bush, Barack Obama e ora Donald Trump. Sono anche stato speaker al Breakfast dedicato al Medio Oriente nel 2015; questo, come altri incontri per aree geografiche, si svolgono nel corso delle giornate a Washington. Guardando alla storia trascorsa, possiamo affermare che l’NPpb rimane un’esperienza davvero speciale, che si conserva fedele nel tempo, preservando la capacità di leggere la storia con il realismo del bene che manca nella vita delle Nazioni e con l’umiltà di dare alla storia, a partire dai leaders che la animano, un principio spirituale unificatore dei tanti mali e conflitti in atto. Le relazioni e le amicizie che si costruiscono al NPB trovano poi una felice continuazione e concretezza nella vita di tante comunità in giro per il mondo. Il NPB è in linea con la “cultura del dialogo e dell’incontro” costantemente richiamate da Papa Francesco per la costruzione di modelli di fraternità universale su base interculturale e interreligiosa.

Quale è stata l’atmosfera tra le delegazioni nel corso dell’intervento del presidente Trump? Si è posto in linea con i suoi predecessori nel rapporto tra religione e politica?

Il presidente Trump ha seguito la linea che riflette in maniera peculiare il suo modo di intendere la leadership alla Casa Bianca. Il concetto “America first” non viene da lui declinato solo dal punto di vista delle politiche economiche, ma anche sotto la dimensione politica del rispetto delle libertà religiose. È questa un’interessante prospettiva – penso ad esempio all’Europa dove il tema è fortemente ideologizzato e, pertanto, relativizzato sul piano delle legislazioni nazionali – perché credo che la crisi della politica e dei sistemi rappresentativi in molti casi derivino proprio dall’incapacità di dare risposte sistemiche alle grandi sfide del nostro tempo, dallo sviluppo sostenibile alle migrazioni, all’armonizzazione delle diversità irriducibili in una società globale e sempre più meticciata. Non è dunque un caso che il tema della libertà religiosa, che con la presidenza di Barack Obama aveva subito una battuta di arresto perché sottoposto all’agenda delle libertà individuali, ritrovi centralità con Donald Trump anche nella vita istituzionale del Paese.

Il presidente Trump ha rivolto il suo messaggio agli americani o all’intera comunità del National Prayer Breakfast?

Trump si è rivolto a tutti i presenti, come del resto hanno sempre fatto i suoi predecessori. L’Npb propone una conversione del linguaggio e delle priorità sul fondamento della giustizia sociale. Richiamando lo “spirito cristiano” che permea la vita dell’America, Trump ha affermato che la libertà religiosa sta al cuore dei diritti umani. Questo è un pensiero caro al Magistero della Chiesa Cattolica post conciliare ed è sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, il cui anniversario, settantesimo, ricorre proprio quest’anno.

La radicalizzazione è un fenomeno individuale o legato all’interpretazione complessiva di una determinata confessione religiosa?

Considero questa come la brutta faccia del tema della libertà religiosa. Per evitare che una moschea o un centro culturale diventino un luogo di reclutamento è necessario regolare il concetto stesso di libertà, pur difendendone il significato più profondo e puro. Ogni libertà va regolata perché non generi un inferno, scriveva già ne La Republica il filosofo Platone. Libertà e sicurezza sono temi connessi, interrelati. Purtroppo la storia ci insegna che in Italia, come in altre parti del mondo, alcuni uomini che si appellano alle religioni siano stati al servizio del fondamentalismo. Ma sono solo sedicenti criminali non veri credenti! Non credo sia giusto generalizzare: non è mai corretto parlare di religione, nel senso pieno e autentico del termine, quanto piuttosto riferirsi alle devianze, alle strumentalizzazioni che singoli comunità hanno potuto perpetrare. Le religioni sono al servizio di Dio e dunque al servizio del bene degli uomini. Se si stravolge questo messaggio non si professa una fede pura. Per evitare che ciò accada anche le religioni vanno regolate e salvaguardate nelle loro espressioni pubbliche dentro quadri giuridici oggettivi. Si tratta di un processo quest’ultimo non sempre adeguatamente inteso e perseguito. Nessuna libertà, inclusa quella religiosa, può sovvertire l’ordine sociale, la vita giusta della gente, essere contro la convivenza pacifica.

In termini laici è corretto dire che l’estremismo si traduce in nazionalismo e in rifiuto delle diversità?

L’estremismo che si registra in alcuni Paesi europei è figlio di tante cause, siano esse politiche, morali, sociali o anche economiche. La crisi profonda che vive il nostro continente non può essere ricondotta solo ad una legislazione troppo permissiva o alla incapacità di governare le periferie, alla crisi della famiglia come luogo educativo o ancora alla incapacità delle nostre  scuole di produrre una nuova educazione civica su base identitaria, cristiana e interculturale. Certamente l’Europa è stata scossa da processi di chiusura, di veti e di diffidenza e fino ad ora non è stata in grado di elaborare soluzioni unitarie. Ogni Stato si muove autonomamente e sui temi dell’immigrazione e dell’inclusione sociale non aderisce veramente ad un’unità sovranazionale nella gestione dei flussi. Eppure il Continente ha bisogno di immigrati per coprire un enorme vuoto di manodopera e di servizi altrimenti scoperti.

ultima modifica: 2018-02-12T10:40:00+00:00 da Carmine America

 

 

 

 

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