Sette anni dopo la cacciata di Gheddafi, il dibattito sulla Libia (e il ruolo dell’Italia)

Sette anni dopo la cacciata di Gheddafi, il dibattito sulla Libia (e il ruolo dell’Italia)
Il 17 febbraio del 2011 veniva deposto il regime libico e, mentre centinaia di persone scendono in piazza dei Martiri a Tripoli, Roberto Aliboni (Iai) legge e recensisce per Formiche.net il libro "Incognita Libia" scritto da Michela Mercuri

Sulla crisi nella Libia rivoluzionaria e post-gheddafiana che si prolunga ormai dal 2011 le think tanks hanno pubblicato molti papers, note e altre analisi brevi. Sono anche state pubblicate in forma di libro appassionate analisi giornalistiche come quelle di Paolo Sensini. Analisi accademiche invece poche. Nel 2017 è uscito il volume di Michela MercuriIncognita Libia. Cronache di un paese sospeso (Franco Angeli, 2017, pp.159, € 19) che espone con agilità e rigore gli elementi principali della crisi e cerca alla conclusione del volume di rispondere alle domande più urgenti sul suo futuro e sul ruolo dell’Italia. Un lavoro utile e ben fatto, quindi tanto più benvenuto.

Il volume si china su tre aree maggiori di riflessione: l’evoluzione della Libia post-rivoluzionaria e lo stallo che ha prodotto ancora ai giorni nostri; la politica italiana verso la Libia dopo la rivoluzione; l’impatto del jihadismo allogeno (Stato Islamico e al-Qaida) su un terreno jihadista locale di un certo spessore.

L’analisi dell’evoluzione dopo Gheddafi è preceduta da una rivisitazione del retaggio storico-sociale della rivoluzione dall’impero ottomano alla Jamahiria di Gheddafi. L’evoluzione a cui stiamo assistendo si radica in entrambi questi periodi. Il volume sottolinea il retaggio distruttivo e divisivo dell’era gheddafiana: la discriminazione clientelare fra le tribù; il deserto ideologico, politico e civile; la preponderanza delle milizie sulle forze armate. La rivoluzione ha vinto nell’assenza di punti di aggregazione e riaggregazione nazionale, nella estrema frammentazione del paese e nella radicalizzazione di parti sostanziali dell’area religiosa. Il volume mette, d’altra parte, in rilievo che questo stile di governo è una versione più brutale e volgare del passato della Libia nell’impero ottomano, nel periodo coloniale e soprattutto nel periodo del regno di Idris, che secondo le intenzioni internazionali doveva essere lo strumento di una fondazione nazionale e che invece si trasformò presto in un regime accentrato e autoritario. Le aggregazioni statali e nazionali, già così povere durante il regno di Idris, con la Jamahiria di Gheddafi sono scomparse.

Dice Sergio Romano nella prefazione al volume che “la Libia non è mai stata una nazione”. Questa realtà, malgrado la buona volontà delle Nazioni Unite e del suo tentativo tuttora in corso di creare un regime politico nazionale e democratico, si è riflesso pienamente sulle istituzioni libiche create dopo la fine di Gheddafi con le elezioni del 2012.

L’autrice delinea con molta precisione l’evoluzione del governo rivoluzionario prima che con le elezioni del 2014 il paese si spaccasse e intervenisse un conflitto civile che con la mediazione dell’Onu è poi diventato a bassa intensità ma non è mai cessato del tutto. La Libia è stata collocata dall’opinione pubblica internazionale nel solco della “primavera araba”, ma in effetti non si è trattato di un movimento democratico e liberale, come in Egitto e Tunisia, e la transizione è stata falsata da un sistema elettorale conservatore, dall’estremismo e dal settarismo dei rivoluzionari e delle maggiori correnti islamiste (che hanno cercato vendetta con un’assurda legge di epurazione invece di mettere in piedi una efficace giustizia transitoria capace di pacificare gli animi dopo il quarantennio gheddafiano). Soprattutto, le istituzioni hanno praticato un consociativismo esasperato, dividendosi i ministeri e lasciando che ogni ministero finanziasse le sue milizie armate (sul bilancio dello stato). Jason Pack ha parlato di “appeasement” fra le fazioni, ma credo che la parola giusta sia consociativismo.

Il risultato è stato un Paese alla deriva, con una classe dirigente di notabili e generali refrattari a qualsiasi compromesso. L’autrice illustra le manovre e i poteri attorno alla mediazione iniziata dall’Onu nel 2014 e la divisione in due campi, peraltro poco compatti, che non riescono a prendersi. Soprattutto, esamina la costellazione di interessi regionali e internazionali che ha fatto dei due campi e di alcune loro componenti dei “proxies” al servizio di interessi estranei alla Libia e poco conciliabili tra loro. Oggi, la mediazione dell’Onu è ripresa sulla base di una convergenza internazionale a includere Heftar e gli altri oppositori nella soluzione proposta a Skhirat dall’Onu alla fine del 2016. Potrebbe essere un fattore capace di condurre a un compromesso, ma si tratta pur sempre di una soluzione che deve tener conto degli interessi esterni e quindi di non facile realizzazione.

Passando ai rapporti fra Italia e Libia l’autrice, ricordata la loro importanza pur attraverso governi italiani di diverso colore, critica la decisione di intervenire nel 2011 al seguito di Francia e Regno Unito. L’intervento del 2011 conta su una vasta letteratura di critici dell’intervento, che fu poi messo sotto l’ombrello Nato. Molti sostengono che il passo sbagliato non fu l’intervento ma la ritirata dopo l’intervento, lasciando la Libia in un disastro da cui invece avrebbe potuto uscire se fosse stata aiutata. A questo molti obbiettano che una politica di “nation-building” in Libia sarebbe stata comunque tanto difficile da diventare un altro disastro. L’autrice mette in evidenza le incongruenze a livello di governo e istituzioni che favorirono un intervento non coerente con gli interessi italiani, sullo sfondo dell’eterno dilemma della politica estera italiana se esserci o non esserci, che nel dubbio sempre si risolve nell’esserci: la politica che l’ambasciatore Quaroni definì del “sedere”. L’autrice nota però, e sembra condividere, la scelta fatta successivamente dall’Italia di sostenere la mediazione dell’Onu e il governo di Accordo Nazionale generato dalla mediazione, astenendosi da strumentalizzarli ai suoi interessi, come invece è stato fatto da altri paesi europei.

Questa politica è stata fatta forse con troppa solerzia e non ha compensato l’Italia che è rimasta isolata. L’altro punto che l’autrice critica è quello della politica migratoria inaugurata dal governo Gentiloni e dal ministro Minniti all’inizio del 2017. Una questione rovente nel dibattito nazionale e assai spinosa in quello internazionale. Indubbiamente con il protocollo Gentiloni-Serraj del febbraio 2017 l’Italia ha iniziato anch’essa a perseguire i suoi interessi usando più che sostenendo il Governo di Accordo Nazionale dell’Onu. Difficile dire però se questa politica, che ha diminuito il flusso di migranti, aiuterà la stabilizzazione del paese, che resta il fine principale dell’Italia.

Il libro si chiude mettendo in evidenza alcuni dilemmi: il futuro del jihadismo terrorista in Libia, il futuro dell’economia petrolifera libica, il ruolo della Russia. Si chiede se l’Italia sia dalla parte sbagliata perseguendo un’ortodossa politica di disinteressato appoggio all’Onu e alla stabilizzazione dell’Onu attraverso l’Onu. Gentiloni e Minniti hanno risposto con la politica migratoria restrittiva. L’autrice sostiene una maggiore vicinanza italiana alla Russia, ricollegandosi alle molte affinità che ci sono e ci sono sempre state fra l’Italia e la Russia e al forte campo filo-russo che esiste in Italia. Chi scrive è un conservatore e non crede che questa idea possa aiutare l’Italia a risolvere il problema dei suoi rapporti con la Libia, mentre pensa che con la nuova politica migratoria l’Italia si è inserita in un dibattito europeo che potrebbe uccidere due piccioni con un colpo solo: la Libia e l’Europa. Tuttavia, il dibattito è aperto.

(Roberto Aliboni, presidente del consiglio scientifico dell’Institute of Global Studies e Consigliere Scientifico dello Iai)

ultima modifica: 2018-02-17T09:10:46+00:00 da Redazione

 

 

 

 

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