Il boomerang della piazza di Macerata e il metodo Minniti. Parla Tobia Zevi (Pd)

Il boomerang della piazza di Macerata e il metodo Minniti. Parla Tobia Zevi (Pd)
In una conversazione con Formiche.net, il candidato del Partito Democratico spiega la scelta di non scommettere sulla paura dei cittadini e racconta la campagna elettorale nel suo collegio

Ribadire i valori fondamentali della nostra democrazia, ma non strumentalizzarli per fini elettorali. Mentre la sparatoria di Macerata riempie ancora le prime pagine dei giornali, il candidato del Partito Democratico per la circoscrizione Roma 9, Tobia Zevi, spiega a Formiche.net le ragioni della scelta di non scendere in piazza a Macerata, in attesa della manifestazione a Roma del 24 febbraio. A tenere banco nel dibattito pubblico, poi, la questione immigrazione e l’approccio del ministro dell’Interno Marco Minniti. “Il merito principale di Minniti – spiega Zevi – al di là delle singole misure è il fatto che per la prima volta ha proposto una visione organica e complessiva del problema”.

Tobia Zevi, romano, classe 1983, è il candidato della coalizione di centrosinistra nel collegio uninominale Roma 9 e compete con Emilio Carelli (M5S) e Domenico Menorello (EPI). Diversamente dai suoi avversari – tiene a sottolineare – lui è del territorio e ne conosce problemi e potenzialità.

Il tema caldo di questi giorni è Macerata: sembra ci sia una ulteriore divisione a sinistra…

Di fronte a una tragedia duplice come quella che si è verificata a Macerata, una ragazza ammazzata e fatta a pezzi e poi un atto orribile con matrice anche razzista, ci possono legittimamente essere valutazioni differenti su cosa sia giusto fare. Se da un lato c’è un prevalere dell’indignazione, comprensibile e legittimo, dall’altra, come Pd, riteniamo che in questo momento di campagna elettorale ci sia l’esigenza di un accento maggiore sulla coesione, sull’idea cioè che si debbano definire alcuni valori condivisi e fondanti della nostra comunità nazionale e democratica.

Ci spieghi meglio

I valori fondanti della nostra democrazia sono quelli stabiliti dalla Costituzione che vieta – e il Pd in questo si è impegnato – l’apologia di fascismo, il diritto al lavoro, all’accoglienza, all’Italia che ripudia la guerra. Questi valori vanno ribaditi con forza perché sono i cardini della nostra esistenza come comunità. Allo stesso tempo non è necessario sempre, come in questo caso, usarli come strumenti anche di polemica. Più di divisione si tratta di posizioni differenti e tutto sommato quando si fa politica mi sembra legittimo.

Il 24 febbraio è stata convocata dall’Anpi una manifestazione, “MaiPiuFascismi”, a cui ha aderito anche il ministro Martina. Scenderà in piazza l’antifascismo, quindi.

Sì, certo.

A seguire il dibattito su Macerata, si è parlato molto delle politiche sull’immigrazione portate avanti dal ministro Minniti. Cosa ne pensa?

Penso due cose sulla questione migratoria, la prima è che stiamo parlando di una sfida epocale che interesserà i prossimi decenni, non solo per l’Italia ma per tutto l’occidente. Il merito principale di Marco Minniti, al di là delle singole misure che possono essere discusse e anche contestate, è il fatto che per la prima volta ha proposto una visione organica e complessiva del problema.

Ossia?

Minniti ha detto: dobbiamo investire in Africa perché ci sono i Paesi di partenza e di transito, poi dobbiamo combattere i trafficanti e chi lucra sulla morte e sulla sofferenza delle persone, dobbiamo salvare le vite di chi purtroppo prende il mare in cerca di una vita migliore, dobbiamo lavorare sull’integrazione e sull’accoglienza e al tempo stesso dobbiamo punire chi delinque. Sono banalità se uno ci pensa, eppure raramente nel dibattito pubblico si era ascoltata una visione così chiara e organica – seppure anche discutibile per alcuni – della questione migratoria.

E la seconda?

Il secondo punto è che in questi anni di grave crisi economica i cittadini avvertono maggiormente la preoccupazione degli effetti che derivano dal flusso migratorio che si riversa nelle città. Quello della paura è un sentimento che i politici devono comprendere, accogliere e affrontare. Naturalmente per affrontarlo ci sono metodi diversi, io ritengo che quello di Salvini sia un modo sbagliato di interpretarla.

A cosa si riferisce?

Credo che investire nella paura come categoria politica possa forse portare qualche voto in più. Il prezzo però è quello di un imbarbarimento della nostra società senza peraltro risolvere i problemi dell’immigrazione. Il compito di una politica sana è quello di provare a occupare lo spazio che esiste tra la preoccupazione e la paura per rassicurare i cittadini ed offrire risposte concrete.

Si è parlato molto della possibilità di Gentiloni premier…

Collaboro con Gentiloni da quando era alla Farnesina e credo abbia raccolto il testimone di Renzi proseguendone l’azione di buongoverno. Detto questo, quella della premiership non mi pare la priorità degli italiani. Il Pd ha dato una risposta che secondo me può apparire evasiva ma è la più sincera possibile. Il nostro è il partito, all’interno alla coalizione di centrosinistra, che ha il gruppo dirigente più credibile per governare il Paese.

Quindi?

Quindi il premier può essere Renzi o può essere Gentiloni o altri ancora. Ripeto: non mi sembra questo il cuore della questione.

E quale sarebbe?

Parlando di Europa, gli italiani dovrebbero diffidare di chi propone ricette semplici, come se l’Europa si riformasse in cinque anni, in cinque giorni, o come se fosse possibile uscire e entrare dall’Unione Europea in poche settimane quando quello che sta succedendo alla Gran Bretagna ci dimostra che non è così. Viviamo in un mondo globalizzato, non esiste la possibilità di fare a meno di una direzione continentale per competere con la Cina, con gli Stati Uniti. Nel confronto con i grandi blocchi economici non possiamo presentarci divisi come Europa, dobbiamo investire di più sull’integrazione. Non è facile, lo sappiamo. Non esiste una visione politica unitaria perché non c’è stata un’attenzione sufficiente alle fasce di popolazione che si sono più impoverite. Questo però necessità un maggiore impegno e non giustifica la scorciatoia del disimpegno che conduce in un vicolo cieco.

Passiamo alla sua campagna. Come si sta muovendo nel suo collegio?

Sono candidato all’uninominale di Roma Fiumicino, il collegio numero  9. È un territorio molto vasto e il più grande collegio di Roma che comprende al suo interno situazioni diversissime e circa 350mila abitanti. C’e l’aeroporto di Roma, c’è un luogo particolare come Ostia, bellissimo, eppure spesso all’onore delle cronache per problemi gravissimi di infiltrazione criminale. Vi è poi l’entroterra dove si concentra la gran parte dei residenti e ci sono realtà  come Malagrotta e Ponte Galeria che presentano criticità del tutto particolari, come la ex discarica e il centro di accoglienza e smistamento degli immigrati. È un territorio splendido che però vede una concentrazione di disagi che si riversano non solo nelle cronache nazionali ma anche nella vita quotidiana dei cittadini. I nodi da sciogliere riguardano trasporti, dissesto idrogeologico, una scarsa valorizzazione delle risorse naturali turistiche e culturali.

Non si può dire sia un collegio semplice.. 

Lo sforzo della mia campagna è quello di girare il più possibile per conoscere e raccontare anche la normalità di questi posti, che la politica ha in gran parte danneggiato. Sto conoscendo tante persone, i loro problemi ma anche le loro aspirazioni.

Anche i suoi competitor affermano di essere impegnati nel porta a porta…

È la conseguenza positiva della sfida nei collegi. Devo dire, però, che centrodestra e i cinquestelle, forse forti dei sondaggi che sembrvano darli in testa – oggi un po’ meno -, hanno candidato due persone certamente ottime ma che nulla hanno a che vedere con questo territorio. Uno viene da Padova e l’altro da Crema. Non si sono mai interesati prima di questo collegio.

Cosa promette ai suoi elettori, allora?

Di essere il loro rappresentante in Parlamento, con serietà, rigore e coerenza.

Il giorno dopo le elezioni, se non emergerà una maggioranza parlamentare, cosa farà il Pd?

Intanto vediamo i risultati, perché sono convinto che i sondaggi con questa nuova legge elettorale non siano del tutto attendibili. Detto questo, qualora nessuno schieramento dovesse raggiungere la maggioranza, i fari si sposteranno dal Parlamento al Quirinale. Il Presidente della Repubblica è una garanzia per il Paese, quale che sarà il risultato del voto. Noi, intanto, giochiamo per vincere.

ultima modifica: 2018-02-10T16:20:43+00:00 da Simona Sotgiu

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: