Industria e Mezzogiorno. Consigli a Lega e Cinque Stelle per non improvvisare

Industria e Mezzogiorno. Consigli a Lega e Cinque Stelle per non improvvisare
Prima riflessione di Federico Pirro sulle possibili politiche meridionalistiche delle forze vincitrici alle elezioni del 4 marzo. Si parte dalle risorse industriali

Sarà interessante verificare prossimamente come centrodestra e Movimento 5 Stelle vorranno misurarsi con le questioni evidenziatesi nel Mezzogiorno con il voto del 4 marzo. La grande affermazione dei pentastellati, ma anche il significativo successo della Lega – Salvini ha ricordato ieri l’altro di essere un senatore della Calabria – suscitano attese diffuse, legittime curiosità e forti attenzioni su quelle che potrebbero essere le ricette adottabili da parte delle forze vincitrici dell’ultima consultazione elettorale per il rilancio del sud, anche se una riflessione molto approfondita e ben documentata su quanto realizzatovi sarebbe opportuna anche per il Pd che governa ancora tutte le regioni meridionali meno la Sicilia.

Ma perché le misure che vengano proposte risultino veramente efficaci è necessario, a nostro avviso, che si conosca a fondo l’Italia meridionale, le sue molteplici e per tanti aspetti ancora sconosciute articolazioni produttive, i suoi molti punti di forza in agricoltura, nell’industria, nel turismo, nelle infrastrutture e nei servizi e le reali, effettive esigenze occupazionali divise per qualifiche richieste nei singoli territori, in alcuni dei quali, nonostante livelli molto elevati di inoccupazione, continuano tuttavia a scarseggiare specifici profili professionali richiesti in molte aziende di varia dimensione. Un esempio per tutti? In questi giorni sulla stampa del Salento ferve il dibattito fra addetti ai lavori perché mancano profili specializzati per l’industria locale del tessile-abbigliamento-calzaturiero che pure negli anni della grande recessione aveva perduto 795 unità locali e 13.171 addetti.

In questo primo intervento partiremo dalle risorse industriali già disponibili sul territorio che vanno difese e potenziate non solo in logiche di mercato ma di piena sostenibilità ambientale. In articoli successivi guarderemo ad altri comparti e alle loro necessità.

L’Italia meridionale, è bene dirlo subito, non ha bisogno di assistenza tout court – che peraltro nessuna delle forze politiche vincitrici dichiara (dopo il 4 marzo) di voler garantire. No, il Meridione deve partire dai suoi punti di forza (che sono tanti) per valorizzarli ulteriormente, restando però saldamente agganciato al sistema produttivo del nord, cui il sud fornisce beni strategici per la sua crescita, dall’acciaio di Taranto al greggio di Basilicata e Sicilia, dai prodotti petroliferi raffinati provenienti dalle mega raffinerie siciliane e dalla Saras in Sardegna ai prodotti chimici di Brindisi e Priolo (Sr), dall’energia da fonti fossili e rinnovabili di larghe zone pianeggianti e collinari alle costruzioni navalmeccaniche di Castellammare di Stabia, Messina e Palermo, dall’agroalimentare di pregio di tante aree locali agli autoveicoli di Pomigliano d’Arco, S.Nicola di Melfi (Pz) e Atessa (Ch), dai velivoli e dalle tecnologie aerospaziali della Campania e della Puglia, alle tecnologie informatiche della Etna Valley nel catanese, dalla farmaceutica d’avanguardia dell’Aquila, del barese e del napoletano alle costruzioni ferroviarie di Napoli, Monopoli (Ba) e Reggio Calabria, dai prodotti cartotecnici dei big player Seda e Fater (i pannolini Lines) all’alluminio primario dell’Alcoa che il governo Gentiloni sta facendo ripartire, solo per citare alcuni dei tanti beni prodotti dall’industria localizzata nel Mezzogiorno. Insomma, il sud non è affatto un deserto industriale e chi eventualmente si ostinasse ad affermarlo dimostrerebbe di non conoscerlo e pertanto, finalmente tacendo, dovrebbe almeno documentarsi prima di parlarne.

Sarebbe necessario inoltre sfruttare in maggior misura le sue grandi risorse naturali, cominciando proprio da quelle di petrolio e gas – di cui sono stimate ingenti riserve nel sottosuolo o al largo di numerosi territori – ma un irriducibile radicalismo ambientalista lo impedisce in molte aree nell’Adriatico abruzzese e della Puglia, sulla terraferma in Basilicata, nello Ionio e in Sicilia. Si potrebbero creare così nuovi posti di lavoro ad alta qualificazione professionale per le attività di estrazione e raffinazione e nelle imprese di impiantistica collegate.

Nei prossimi articoli affronteremo altre problematiche, augurandoci che i parlamentari neoeletti di tutti gli schieramenti prestino attenzione a questo come a tanti altri interventi perché sul Mezzogiorno e il suo sviluppo non si può in alcun modo improvvisare.

ultima modifica: 2018-03-22T10:46:47+00:00 da Federico Pirro

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