L’Italia del “non se ne può più”

L’Italia del “non se ne può più”
L’Italia che esce da queste elezioni è un Paese livido di rabbia, in cui la contestazione delle élite funziona da anestetico contro i veri mali della società. L'intervento di Augusto Bisegna

A voler cercare un refrain che riassume gli umori di questa campagna elettorale bruttissima, forse la più brutta della storia della Repubblica, il più gettonato è sicuramente : “Non se ne può più!”. È una frase passepartout, va bene per gli arrabbiati di destra e sinistra e fotografa a meraviglia il mood del cittadino indignato che vota 5 Stelle.

Perché tutto sommato non significa niente. Ma è la sua insignificanza, il suo qualunquismo sguaiato e pantofolaro il vero punto di forza: ognuno può scaricarvi dentro la frustrazione e la rabbia che cova contro il mondo, un mondo ostile popolato di nemici che si sono impossessati di quanto gli “appartiene di diritto”. Un mondo alla rovescia, un mondo che non esiste ma di cui in tanti sentono inconsciamente un bisogno disperato. Anche se non sono dei disperati.

Ci sono quelli che fanno una vita più che dignitosa, hanno una casa, magari due, una bella macchina, però non il suv, che desidererebbero tanto. Hanno un lavoro, spesso ottenuto grazie ai favori dei partiti della prima Repubblica, quelli che in genere maledicono da mattina a sera, partiti che specie nella mia regione d’origine hanno dispensato posti di lavoro qua e là (ministeri, poste, ferrovie, scuola ecc.). Grazie ad una società accomodante verso tutti, pure verso quelli che non se lo meritano, anzi soprattutto verso di loro, si sono fatti una posizione. Hanno anche fatto studiare i figli, sebbene più per il piacere afrodisiaco di esporre la laurea in salotto che per autentica consapevolezza dell’importanza di una formazione d’alto livello. E ora i figli sono precari. E loro sono arrabbiati, tanto arrabbiati. Con i politici, certo, non con se stessi, per aver spinto spesso e volentieri i pargoli verso corsi di studio forse decorativi, ma terribilmente inutili. Ci sono i giovani (18-34 anni) che studiano, precari o disoccupati hanno trovato nel M5s la loro rete acchiappasogni.

Ci sono poi quelli che lavorano in fabbrica. Un tempo formavano la base della sinistra. Ora, delusi, preferiscono il Movimento al Pd e ai suoi satelliti (di Leu meglio non parlare). Oppure la Lega, che al Nord da anni fa incetta del voto operaio. Ultimi, i figli del precariato estremo, annidati in una zona oscura che spesso sconfina nel lavoro nero, i disoccupati cronici, gli abitanti delle periferie più degradate.

L’intuizione di 5 Stelle e Lega, moderna e antichissima ad un tempo, in fondo è consistita nel fornire agli scontenti un rituale sacrificale centrato sul “capro espiatorio”, che come sa chiunque abbia letto René Girard è la valvola di sfogo della violenza collettiva.

Matteo Renzi ha finito per incarnare questa figura: in lui i populisti di tutte le tribù politiche hanno metaforicamente lapidato i loro incubi: l’Europa, l’euro, gli immigrati, i poteri forti, la grande finanza. Un sentimento di rabbia e di odio che ha avvelenato i pozzi in ogni angolo d’Italia, dal paesino della montagna abruzzese, dove la paura dell’immigrazione è una percezione veicolata e instillata solo dai media, fino alla Capitale, dove nonostante la debacle della gestione Raggi, il grillismo continua ad avere una solida base di consenso, come dimostra il buon risultato della Lombardi alle regionali.

La Rete e i social sono stati il vero terreno di battaglia di questa campagna elettorale: fake-news e microtargeting dei messaggi sono state solo alcune delle tecniche di ingegneria sociale e controllo della rete, (già messe in campo da altri soggetti vicini alla Casaleggio Srl, come la Cambrige Analytica e Aggregate IQ due società, una angloamericana, l’altra basata su un’isoletta del Canada, specializzate in estrazione dati e microtargeting elettorale già consulenti di Donald Trump, Nigel Farage e con legami poco chiari con la Russia e Putin.

Al riguardo è istruttiva la lettura del bel libro del giornalista de La Stampa Jacopo Jacoboni, che spiega con dovizia di particolari la capacità dei 5 Stelle di impiegare i dati a loro vantaggio, unico partito ad aver compreso l’importanza, in un’arena politica digitalizzata, di controllare i “mattoni” della conoscenza.

L’Italia che esce da queste elezioni è un Paese livido di rabbia, in cui la contestazione delle élite – in generale la contestazione di qualsiasi sapere e di qualsiasi competenza – funziona da anestetico contro i veri mali che si agitano nel profondo della società: la bancarotta della scuola, annichilita da una miscela di sessantottismo permanente e corporativismo burocratico, e la conseguente diffusione di un’ignoranza trasversale a tutti i ceti e a tutte le latitudini; l’immobilismo sociale, che frustra le aspirazioni dei giovani; un apparato mediatico e culturale il cui unico scopo sembra quello di assecondare le pulsioni più basse e un conformismo di massa asfissiante. È l’Italia che grida la sua voglia di cambiamento, ma sotto sotto tifa per lo status quo.

È l’Italia che vuole che tutto cambi perché nulla cambi, e non a caso il trionfo dei 5 Stelle tocca il suo apice al Sud e nella Sicilia di Tomasi di Lampedusa, secondo collaudato schema gattopardesco. È l’Italia che il giorno dopo le elezioni si sveglia e si tuffa a controllare su Google come e quanto si incassa col reddito di cittadinanza. Più banalmente, è l’Italia che si arrabbia perché le strade sono sporche ma si guarda bene dal pulire davanti alla porta di casa sua. È l’Italia del “non se può più”.

Ora c’è da fare i conti con un risultato che tutti sapevano (vista la legge elettorale) avrebbe consegnato il Paese all’ingovernabilità. Servirà uno sforzo di fantasia politica ai confini del dadaismo per immaginare maggioranze in grado di costituire un governo. Nel frattempo, tra le chiacchiere e le ambizioni dei vincitori, c’è da gestire, facendo meno danni possibili, la nazione con il 3° debito pubblico al mondo e la seconda potenza manifatturiera d’Europa. Il tutto mentre la rete di sicurezza monetaria stesa da Draghi si va esaurendo. Per tornare a “parlare al cervello delle persone” e non solo alla “pancia”, presidiando tutti gli spazi fisici e virtuali a partire dalla rete, inquinata dalle fake news, servirà la consapevolezza che non basta più fare; serva anche comunicare, e bene.

Servirà spiegare la complessità del mondo in cui viviamo, anticipando se possibile le scelte, creando gli anticorpi al qualunquismo, alla dittatura delle opinioni che ci ha portato ad avere nel 2018 un calo delle vaccinazioni da brividi. Serviranno più formazione delle persone, un elemento strategico per il futuro del Paese, e un nuovo messaggio di speranza per il futuro. Una sfida che spetta alla politica quanto ai corpi intermedi. Sindacati e associazioni devono tornare ad essere soggetti non solo di mediazione, ma anche di formazione informale nel mondo reale quanto nella Rete, palestre di democrazia, generatori di cittadinanza attiva e consapevole.

La Fim Cisl ha anticipato questo percorso con molte iniziative di formazione e con un lavoro di informazione attraverso i propri canali social e il lavoro instancabile del suo segretario generale Bentivogli, che in questa campagna elettorale, nonostante non fosse candidato, è stato uno dei pochi insieme al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda a lanciare delle proposte per un dibattito concreto sul competenze, impresa, lavoro. Non basta, certo, bisogna fare di più. Bisogna costruire un progetto di società che rifugga dalla paura e dall’umiliazione che la inchiodano alla dittatura dell’attimo. Magari cominciando a pulire il marciapiede davanti alla porta di casa.

ultima modifica: 2018-03-07T09:47:09+00:00 da Augusto Bisegna

 

 

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