La speranza di Francesco contro paura e rancore. Parla Antonio Spadaro

La speranza di Francesco contro paura e rancore. Parla Antonio Spadaro
Nel segno del Vangelo. Questo il senso del pontificato di Bergoglio secondo il direttore di Civiltà Cattolica che spiega anche il significato delle riforme della Chiesa e delle relazioni con la Cina

Il 13 marzo 2013 l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, venne eletto dai cardinali riuniti in Conclave nella Cappella Sistina vescovo di Roma, assumendo il nome di Francesco. Già dalle prime parole che il papa rivolse quella sera ai fedeli che gremivano piazza San Pietro, si capì, grazie a quel “cari fratelli e sorella, buona sera”, che il suo sarebbe stato un pontificato basato su una comunicazione diretta e amicale con il popolo di Dio. Tantissimi elementi di indiscutibile rilievo sono emersi già in quel discorso, come nelle ore successive e poi nel corso di questi cinque anni. Al direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, chiedo alcune spiegazioni e valutazioni, tra le tante possibili quelle a mio avviso prioritarie.

È da 5 anni che Francesco insiste su concetti forti e chiari come “Chiesa in uscita” e “Chiesa dei poveri”: è qui il cuore del messaggio di Francesco?

Il cuore del messaggio di Francesco è il Vangelo. E il Vangelo ha un punto interno caldissimo: l’annuncio di un amore misericordioso di Dio che muove all’amore al nemico — non solo al prossimo in generale! — e alla cura del povero e dello scartato. Questi due punti creano un campo di energie, possiamo dire così, che Francesco convoglia ed esprime. Il pontificato di Francesco è un pontificato che annuncia il nucleo del Vangelo non solamente al mondo, ma anche alla Chiesa. Per questo è un pontificato di riforma nonostante i sociologi cerchino di misurare la sua azione in termini di riforme curiali o successi mondani. Non c’entra nulla. Francesco di Assisi è il modello di una riforma spirituale profonda che si espone “in uscita” alle grandi sfide dell’oggi. No, non si concentrano nel secolarismo, come una volta, ma nel pluralismo, da vivere bene favorendo il dialogo e l’incontro, e nel fondamentalismo — nelle sue forme politiche e religiose, spesso legate — mosso dalla paura del caos e da una narrativa della paura e dell’odio che Francesco sta combattendo radicalmente. Francesco sta svolgendo una sistematica contro-narrazione rispetto alla narrativa della paura e del rancore.

Dunque lei dice che recupera e annuncia la semplicità e l’immediatezza dell’essenziale dei Vangelo e quindi il resto sarebbe sociologia religiosa. Cosa intende fare?

Quel che intende fare è avviare una riforma spirituale e sostenere un processo che è essenzialmente un processo di “uscita”. La Chiesa è certamente in “uscita”, sì. Il messaggio è passato. Lo dimostrano coloro che lo appoggiano, ma anche coloro che vogliono ostacolarlo: perché hanno capito che il movimento impresso da Francesco è irreversibile. E ha capovolto la prospettiva, guardando il centro dalle periferie, immettendo nel Collegio cardinalizio gli sguardi delle zone più sperdute del mondo: Repubblica Centrafricana, Mauritius, Malesia, Bangladesh, Papua Nuova Guinea, Albania, Capo Verde, Laos, Tonga… E il papa ha visitato nei suoi viaggi apostolici le chiese dello “zero virgola”, cioè dove i cristiani sono un’assoluta minoranza, piccoli come un seme ma capaci di dare grande frutto per il mondo e dentro la Chiesa. Pensiamo alle “radici cristiane” dell’Europa. Con Francesco la questione esce dalla disputa ideologica per essere ricondotta al gesto della lavanda dei piedi. Questo gesto, ha detto, è la “radice cristiana” innestata nel cuore dell’Europa, quella che ha generato i grandi santi: da Francesco a Benedetto, da Teresa a Ignazio.

La Chiesa lo segue?

Non si può rispondere con un sì o con un no in generale. Ma globalmente parlando mi sento di dire di sì. Soprattutto Francesco si sta facendo catalizzatore di energie positive, che siano dentro o fuori dalla Chiesa. Pensiamo alla mobilitazione per la pace in Siria o all’effetto della Laudato Si’. Aggrega il bene e spreme – come si fa col pus di una pustola – il male costringendolo a svelarsi. Questo è un forte cambio di clima spirituale nella Chiesa.

Un altro aspetto di grande rilievo è il concetto, sovente ribadito dal papa, della “tenerezza di Dio”. Ci può aiutare a capirne significato e portata?

Il rischio peggiore per la fede, secondo Bergoglio, è che la fede si trasformi in una ideologia religiosa, un «database» di dati e idee da preservare gelosamente. Ma le idee non toccano la carne. Francesco smonta gli gnosticismi contemporanei. Nelle ideologie non c’è Gesù perché nell’ideologia non c’è la carne, l’esperienza reale. Il verbo si è fatto carne. Gesù è tenerezza, amore, mitezza, e le ideologie, di ogni segno, sono sempre rigide ed escludenti. L’ideologia è rigida. Il volto è di carne, morbido come la carne. Il volto è rigido solo nella morte, il “rigor mortis”… La Chiesa non può avere il volto rigido di una morta. La misericordia è il nucleo caldo che impedisce che la fede si trasformi in una ideologia tra le tante e le permette di toccare la carne delle persone, le piaghe, la lebbra…. È questa tenerezza che lo porta alla compassione, alla difesa dei migranti, a definire scandalosamente i terroristi «povera gente criminale», ma anche a toccare e accarezzare tanta gente, specialmente i malati. In fondo l’unico modo che ha l’uomo per evitare di sentirsi sradicato è sperimentare la tenerezza, cioè sentirsi accolto e accarezzato. Ma questo conduce a una visione della realtà che ci circonda molto diversa e alternativa a quella consueta. Davvero il Vangelo è rivoluzionario.

Questo quinquennio è stato accompagnato da frequenti voci di un accordo religioso imminente con la Cina. Per la Chiesa cattolica, definita spesso occidentale, sarebbe uno sviluppo molto importante?

I dialoghi vanno avanti da tempo. E l’obiettivo non è certo quello politico, cioè quello di stabilire rapporti diplomatici. Quello che spinge e muove la Chiesa è l’impegno pastorale e la necessità di trovare una comunione all’interno della Chiesa. Non si tratta, adesso, di mantenere una perenne conflittualità tra principi e strutture contrapposti, ma di trovare soluzioni pastorali realistiche che consentano ai cattolici di vivere la loro fede e di proseguire insieme l’opera di evangelizzazione nello specifico contesto cinese. Nessuno ha soluzioni perfette per tutti i problemi. Tuttavia, come scrisse Benedetto XVI, “La soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime Autorità Civili”. Francesco, in realtà, sta seguendo lo stesso percorso di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, cercando di trovare un modo per dialogare in modo efficace con le autorità cinesi. Questo è ciò che Giovanni Paolo II ha scritto nel 2001 e Benedetto XVI citato nel 2007 nella sua lettera ai cattolici cinesi: l’auspicio “di vedere presto instaurate vie concrete di comunicazione e di collaborazione fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese”. Per decenni i vescovi sono stati eletti localmente in tutto il Paese nelle chiese che operano con l’approvazione del governo. In vari casi, questi non erano candidati all’episcopato approvati da Roma. In quanto vescovi ordinati senza mandato pontificio, erano formalmente parlando automaticamente scomunicati. Ma più tardi, col tempo, furono raggiunti gli accordi tra questi vescovi e Roma. Questo non ha mai costituito un problema insormontabile. Si sono sempre raggiunte soluzioni per riconoscere le ordinazioni e andare avanti per far crescere la vita della chiesa. Qual è la situazione oggi? I Vescovi nominati dal governo e così scomunicati ma poi approvati e legittimati da San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono 45. I vescovi che sono legittimi per la Chiesa e “ufficiali” per lo stato sono 70.Forse è arrivato il momento di fare un passo avanti. Usando le parole di San Giovanni Paolo II speriamo che presto si possano instaurare vie concrete di comunicazione e di collaborazione fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese. Le relazioni tra Vaticano e Cina stanno prendendo forma più chiara. Passo dopo passo. E papa Francesco e il cardinale Parolin condividono esattamente la stessa opinione sull’argomento e sul processo.Alcuni stanno chiedendo se è accettabile dare l’autorità per ordinare i vescovi al governo cinese. Questa domanda è completamente sbagliata. Questo non è il contenuto dell’accordo. La Chiesa non vuole affatto cedere l’autorità per ordinare i vescovi.La storia della Chiesa è pure la storia della ricerca di accordi con le autorità politiche sulla nomina dei vescovi. Un caso concreto che affronteremo presto su La Civiltà Cattolica: il concordato tra Napoleone e la Santa Sede. In circa una dozzina di paesi nel mondo, il governo civile ha ancora il diritto di consultazione o anche di presentazione. Per secoli i cattolici furono sospettati negli Stati Uniti per essere fedeli al Papa e non a Washington, e quindi furono chiamati «papisti», un termine dispregiativo. In Italia durante la prima guerra mondiale i cattolici furono sospettati di schierarsi con l’Austria, un fedele Paese cattolico. La Cina è diversa, ma non è così speciale in questo. E ci sono passi da fare. Ricordiamo pure che la Santa Sede ha raggiunto un consenso con il Vietnam – un Paese comunista – sulla nomina dei vescovi. Ci sono ancora problemi o avremo le soluzioni perfette per tutti i problemi? È certo che ci saranno ancora incomprensioni e sofferenze da affrontare. Ma credo si debba aver fiducia che, una volta che la questione delle nomine episcopali sia stata adeguatamente affrontata, si aprirà una fase nuova per la vita della Chiesa in quel Paese che sta esprimendo grandi bisogni di spiritualità. Non si tratta quindi di mantenere un conflitto perenne tra principi e strutture opposte, ma di trovare soluzioni pastorali realistiche che permettano ai cattolici di vivere la loro fede e di continuare il lavoro di evangelizzazione nello specifico contesto cinese. Ma a questa è legata un’altra grande sfida. Il cristianesimo – mantenendo la propria universalità e la propria capacità di creare comunione – va pensato anche in termini cinesi e alla luce della grande filosofia e saggezza cinese. Si prospetta una sfida culturale che forse ha pari solo nell’incontro tra il cristianesimo e la cultura e il pensiero greci. Ad esempio, andrebbero approfondite meglio le dottrine a carattere filosofico e mistico dell’antico taoismo composte tra il IV e III secolo a.C. Nel Tao Te Ching, si potrebbero ritrovare alcune prospettive adatte al pensiero cinese per leggere il Vangelo e, viceversa, per approfondire in maniera nuova il messaggio cristiano. E il pensiero va subito ai meravigliosi testi teologici nati dal primo incontro tra il cristianesimo e la cultura cinese tra il VII e il IX secolo, vera teologia cristiana dai tratti profondamente cinesi.”

Seguendo il Concilio, Papa Francesco ha dato un grande rilievo al dialogo ecumenico, cioè il dialogo con le altre Chiesa cristiane nella ricerca dell’unità dei cristiani, e il dialogo interreligioso. I risultati le appaiono incoraggianti?

L’ecumenismo è importante perché è una richiesta che viene dal mondo: è il mondo che ci chiede una testimonianza comune. Per Francesco si tratta di un cammino. In questo cammino ci sono state tappe importanti, il rapporto costante con Bartolomeo, l’incontro con il patriarca di Mosca, la visita in Svezia in occasione del cinquecentenario della riforma luterana. Di quell’incontro è importante ricordare che Francesco non parlò di storia, quindi del passato, ma del futuro, di quello cioè che possiamo fare insieme. Come Francesco ama dire, occorre “fare come se” fossimo uniti, e così guardare al futuro, non al passato.

Per quanto riguarda il dialogo interreligioso poi, lui parte da una solida esperienza personale fatta dei costanti rapporti che ha costruito negli anni della sua lunga esperienza argentina. Il dialogo non si fa a tavolino, ma nell’agire insieme. Viviamo in un’epoca di sfide alle religioni, fatta di chiusure, odio, paure: e lui avverte l’importanza del legame di figliolanza in particolare tra gli appartenenti alle tre religioni abramitiche. L’amicizia della quale si avverte il bisogno l’ho vista ad esempio all’incontro del Cairo: ricordo quando il papa e il grande imam al Tayyeb si abbracciarono: all’inizio si poteva pensare a un abbraccio di circostanza, da protocollo. Ero lì, a poca distanza, e dopo qualche secondo ho visto che l’abbraccio durava e che le mani affondavano nelle vesti, nel corpo dell’altro. Non era protocollo.

ultima modifica: 2018-03-13T10:10:00+00:00 da Riccardo Cristiano

 

 

 

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