Vi spiego, Costituzione alla mano, cosa succederà nelle prossime settimane

Vi spiego, Costituzione alla mano, cosa succederà nelle prossime settimane
In attesa dell'elezione del presidente della Camera, quali sono i passaggi fondamentali? Cosa potrà succedere? Le risposte di Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre

L’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento – e della Camera dei Deputati in particolare – sarà il primo banco di prova per verificare la possibilità che i partiti arrivino a un possibile accordo in grado di dare un esecutivo all’Italia. Poi la palla passerà anche formalmente al Capo dello Stato che avvierà la fase delle consultazioni nella quale le forze politiche saranno chiamate a scoprire le loro carte. Gli scenari possibili per il proseguo (o la fine anticipata) della legislatura sono diversi, come ha ricordato a Formiche.net il professore di Diritto costituzionale dell’Università di Roma Tre Alfonso Celotto per il quale, però, l’importante è che “l’Italia abbia un governo che governi: i problemi del Paese sono numerosi”.

L’ELEZIONE DEI PRESIDENTI DELLE CAMERE

Occhi puntati, dunque, innanzitutto sul 23 marzo quando è in programma la prima riunione di Camera e Senato per eleggerne i rispettivi presidenti. Un passaggio delicato e significativo, soprattutto a Montecitorio. “A Palazzo Madama – ha spiegato Celotto – è previsto che dal terzo scrutinio il presidente, e cioè la seconda carica dello Stato, venga eletto al ballottaggio. Quindi, piuttosto rapidamente, sapremo chi è il successore di Pietro Grasso“. Discorso diverso, invece, per la Camera dei Deputati dov’è sempre prevista la maggioranza assoluta dei voti per eleggere il presidente: “È possibile che ci voglia qualche giorno in più. Ma sarà un passaggio politico rilevante perché da lì inizieremo a capire le possibili alleanze e come va componendosi il quadro. Senza un primo accordo tra alcune delle forze politiche presenti in Parlamento non sarà possibile eleggere il presidente”. Una situazione profondamente diversa dal 2013 quando, in virtù del premio di maggioranza previsto dal Porcellum, il centrosinistra si trovò nella condizione di poter scegliere la guida dell’assemblea: in quell’occasione Pierluigi Bersani optò per Laura Boldrini, anche con l’obiettivo, poi non realizzato, di avvicinare in qualche modo il Movimento 5 Stelle nell’ottica di un possibile governo insieme.

LE PREROGATIVE DI MATTARELLA

Solo a quel punto – e dopo la seguente formazione dei gruppi parlamentari – entrerà in gioco Sergio Mattarella con il via alle consultazioni dei rappresentanti dei veri partiti. Ma quali sono i poteri su cui il presidente della Repubblica potrà fare affidamento in quella fase così delicata? A che limiti sarà sottoposto? La risposta – ha sottolineato Celotto – è semplice: “Nella fase delle consultazioni e della formazione del governo il Presidente della Repubblica, di fatto, non ha regole: la Costituzione afferma soltanto che gli spetta lavorare per la formazione di un governo. Senza aggiungere altro. Il che, ovviamente, lo lascia fortemente libero nella sua azione”. E da questo punto di vista i precedenti confermano che il ventaglio di possibilità cui il presidente della Repubblica può far ricorso è piuttosto ampio o variegato. “Basta ricordare l’esperienza di Giorgio Napolitano nel 2013″, ha continuato Celotto. Che poi ha ricordato: “Dopo il mandato esplorativo a Bersani – accertato lo stallo – prese tempo attraverso la Commissione dei Saggi in modo che si creassero le condizioni politiche per un accordo. Quello che portò poi alla maggioranza tra il Pd e l’allora Pdl con Enrico Letta presidente del Consiglio”. Queste tempistiche, quindi, potrebbero consentire di semplificare il processo di formazione di una maggioranza parlamentare, come d’altronde è successo molto spesso in passato. In sostanza, potrebbe avere la funzione di far arrivare a maturazione le scelte politiche dei vari partiti: “La procedura prevista, in fondo, serve appunto a questo: prendere un po’ di tempo affinché in Parlamento maturino le condizioni per un accordo”. Ma come si muoverà in questo contesto Mattarella? “Il Presidente della Repubblica parlerà, ascolterà, valuterà il quadro e alla fine prenderà la decisione a suo avviso migliore per il futuro del Paese. Ma al momento, secondo me sta soprattutto facendo decantare la situazione in attesa di una possibile soluzione parlamentare: potremmo quasi dire che sta stancando i partiti per farli poi crollare e convincerli a far prevalere la politica”.

I POSSIBILI SCENARI DEL POST CONSULTAZIONI

A quel punto cosa succederà? Gli scenari sono diversi a seconda ovviamente delle condizioni che nel frattempo verranno a determinarsi: “Il primo è che si vada a una qualche sorta di accordo politico. Tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, tra cinquestelle e centrodestra, oppure tra centrodestra e centrosinistra. Al momento sembrano difficili tutte queste ipotesi, ma è presto: come dicevamo, bisogna far decantare la situazione”. Il secondo scenario, invece, è rappresentato dal tanto evocato governo di unità nazionale o del presidente: “Ne farebbero parte tutte le principali forze politiche presenti in Parlamento. In questo caso il presidente del Consiglio potrebbe essere anche un non politico come ad esempio fu Mario Monti nel 2011″. Ci sarebbe poi anche la possibilità di un governo di minoranza, formato cioè da rappresentanti di un solo partito che non rappresenti la maggioranza parlamentari: “In un ipotesi del genere, ricevi il mandato, formi il governo, giuri e sei nel pieno delle funzioni a norma dell’articolo 92 della Costituzione. Ma a quel punto è poi necessario raccogliere la fiducia delle Camere, assai complicato in assenza di un accordo politico preventivo con uno o più gruppi parlamentari. Io non ci credo”. Ancora più complicata la strada di un governo della non sfiducia o delle astensioni programmate come avvenne nel terzo esecutivo di Giulio Andreotti nel 1976: “In pratica al momento di ricevere la fiducia uno o più gruppi parlamentari si astengono così da abbassare il quorum. Assolutamente improbabile”. L’ultimo scenario è infine il voto anticipato, a cui però Celotto ha affermato di non credere: “In un contesto come l’attuale sarebbe quasi un suicidio del sistema. Tornare alle elezioni con la stessa legge elettorale rischierebbe di produrre un quadro simile e di riproporre dunque lo stesso stallo. Con tutte le ripercussioni del caso per il Paese. Senza contare che i parlamentari appena eletti certamente non vorranno tornare al voto”.

LA LEGGE ELETTORALE E IL CASO SICILIANO

E se si modificasse la legge elettorale per poi tornare al voto? In teoria la possibilità esiste ma in pratica non è così semplice che ciò accada. Almeno non nell’immediato: “È quasi impensabile che la cambino subito per poi tornare al voto. Basta vedere quanto è stato difficile accordarsi sul Rosatellum per rendersene conto”. Una legge che, tra le sue tante storture, ha anche creato un caso ulteriore: quello siciliano. Nell’Isola, infatti, il cappotto del MoVimento 5 Stelle ha creato un problema sulla carta inimmaginabile: i voti ottenuti sono talmente tanti da aver esaurito i listini proporzionali e da rendere dunque necessario individuare in qualche modo le modalità attraverso cui assegnare ai pentastalleti un numero di seggi corrispondente ai consensi ricevuti. “Il caso è senza dubbio bizzarro ma, in fondo, la legge è chiara: i deputati in più devono essere scelti dalle liste proporzionali presentate dal medesimo partito in altre regioni italiane”. Non solo bizzarro ma anche incostituzionale? A tal proposito Celotto non ha manifestato alcun dubbio: “Per rispondere citerei la frase di un grande allenatore di calcio del passato come Vujadin Boskov che diceva ‘rigore è quando arbitro fischia’. Parafrasandolo, vuol dire che una qualsiasi norma di legge diventa incostituzionale solo nel momento in cui lo stabilisce la Consulta. Prima no ed è anche inutile starne troppo a discutere. Sono solo chiacchiere”.

ultima modifica: 2018-03-08T10:20:34+00:00 da Andrea Picardi

 

 

 

 

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