Cari vecchi dazi, nervi d’acciaio tra Trump ed Europa

Cari vecchi dazi, nervi d’acciaio tra Trump ed Europa
Per difendersi dalle derive protezionistiche di Trump (o di altri) è molto meglio far massa critica attraverso l’azione dell’Ue, a cui non a caso da decenni è stata data una competenza esclusiva in tema di commercio internazionale. L'analisi di Antonio Villafranca, responsabile Programma Europa Ispi

Trump lo aveva promesso durante la campagna presidenziale: avrebbe introdotto misure protezionistiche per difendere il made in Usa. Durante il suo primo anno di presidenza, la bilancia commerciale statunitense è rimasta però in profondo rosso, con un deficit di circa 500 miliardi di dollari. Un trend che, evidentemente, l’America first di Trump non poteva più tollerare. Dopo la revisione del Nafta e il ritiro dal negoziato sul Tpp con l’Asia, Trump ha pensato di alzare i dazi sull’acciaio al 25% e sull’alluminio al 10%. Ricorre quindi a misure protezionistiche e lo fa nel modo più old style e meno sofisticato possibile.

Da diversi anni, infatti, se proprio uno Stato vuole introdurre elementi protezionistici tenta piuttosto la strada delle barriere non tariffarie come, ad esempio, gli standard tecnici. Meccanismi più subdoli che portano allo stesso risultato. Ma a Trump interessa anzitutto mantenere la promessa fatta al suo elettorato. Le misure più sofisticate non fanno per lui, che ha invece bisogno del clamore e della spudorata chiarezza dei cari, vecchi dazi. Nel tentativo di giustificarli, osa dove in settant’anni di General agreement on tariffs and trade (Gatt) e World trade organization (Wto), nessuno aveva mai osato: ricorre all’art. 21 del Gatt. Un articolo che lascia mano libera a chi impone dazi quando è in gioco una questione di sicurezza nazionale.

La giustificazione è in realtà piuttosto risibile perché l’acciaio importato negli Usa incide solo per il 3% nella produzione di armamenti e perché buona parte viene da alleati degli Usa. Giusto per fare un parallelo, un Paese come Israele, a cui non mancano di certo problemi di sicurezza nazionale, importa senza batter ciglio circa il 90% del suo acciaio dall’estero. La reazione dell’Ue non si è fatta attendere, con relative minacce di ritorsioni.

La guerra tariffaria potrebbe essere dietro l’angolo e il già debole Wto ne sarebbe la vittima predestinata. Una prospettiva che impone una seria riflessione a un’Europa che esce da un anno di elezioni in cui vecchi e nuovi movimenti nazionalpopulisti hanno riscontrato un grande successo. È quasi inutile ricordare ai loro elettori che per difendersi dalle derive protezionistiche di Trump (o di altri) è molto meglio far massa critica attraverso l’azione dell’Ue, a cui non a caso da decenni è stata data una competenza esclusiva in tema di commercio internazionale.

Prevale in questi elettori un comprensibile desiderio di protezione che molto si avvicina a quello degli elettori di Trump. Allora è bene che l’Ue corra ai ripari, senza rinnegare l’apertura dei mercati, ma valutandone bene gli effetti. Al riguardo, l’Europa dovrebbe anzitutto pensare a un futuro in cui il Wto potrebbe essere smantellato o, quanto meno, ulteriormente ridimensionato e stipulare nuovi accordi commerciali, dal Giappone all’America Latina (con cui le negoziazioni sono già in corso), se non addirittura fino alla Cina.

Ma allo stesso tempo, dovrebbe creare una autorità indipendente che non valuti questi accordi solo sulla base dell’interesse complessivo per l’Ue, come la Commissione europea è chiamata a fare. Questa autorità dovrebbe quantificare gli eventuali effetti negativi per i singoli Paesi membri, per i singoli settori industriali e per le singole regioni all’interno di ciascun Paese membro.

Sulla base di questa valutazione dovrebbero attivarsi dei trasferimenti di fondi europei in grado di ricompensare chi nel breve periodo ci perde, puntando per il medio-lungo periodo a politiche di riconversione industriale e di riqualificazione dei lavoratori. Politiche fondamentali per comprendere le ragioni di chi chiede maggiore protezione. Politiche che si dovrebbero inserire nell’ormai prossima discussione sul bilancio dell’Ue per il periodo 2021-2027 e nell’ambito delle riforme che dovrebbero far seguito alle promesse elettorali di Macron per la creazione di un bilancio dell’eurozona e di un relativo ministro delle Finanze. Occasioni imperdibili per non soccombere a una deriva protezionistica, questa volta made in Europe.

ultima modifica: 2018-04-08T09:10:22+00:00 da Antonio Villafranca

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