Il giornalismo, le fake news, l’intervista al Papa. Dialogo tra Mentana, Calabresi, Ferrara, Travaglio e Flores d’Arcais

Il giornalismo, le fake news, l’intervista al Papa. Dialogo tra Mentana, Calabresi, Ferrara, Travaglio e Flores d’Arcais
Chi c'era e cosa si è detto alla presentazione del numero monografico di Micromega sul giornalismo a Roma, al teatro Sala Umberto

La ricerca della verità come stella polare e unico obiettivo del giornalista, indice e simbolo della responsabilità morale contro l’asservimento al potere, e quindi in lotta perenne con chi attacca il bene pubblico, facendo perno sulla sua indipendenza e onestà, seppure spesso più declamata che altro, oppure dalla parte opposta un sano e pragmatico realismo, che colloca il mestiere del fare notizie nell’alveo della democrazia liberale, del gioco contrapposto di interessi, di opinioni, e nel fare valere la visione di parte che però in quanto tale contempla e presuppone tutte le infinite sfumature della realtà umana e sociale. “È la stampa, bellezza!”.

IL DIALOGO SUL GIORNALISMO TRA DIRETTORI

Soltanto il titolo del numero monografico di Micromega sul giornalismo la dice infatti lunga, e non è per niente semplice parlare oggi di questa tematica, magari indagandone passato, presente, futuro. Nemmeno se a confrontarsi sono alcuni tra i maggiori esponenti di questo mondo, come il direttore del tg di La7 Enrico Mentana, quello di Repubblica Mario Calabresi, del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, il fondatore del Foglio Giuliano Ferrara, o la politica Luciana Castellina, assieme al direttore della rivista Paolo Flores D’Arcais. Visto che il problema in realtà parte dalle radici della società in cui si abita ed è molto più complesso, perché investe le nuove tecnologie, le abitudini culturali dei lettori, e infine lo stato della democrazia stessa. Lo dimostra una signora inferocita che soltanto dopo le prime battute dei direttori, all’inizio dell’incontro che si è svolto nel pomeriggio di venerdì 6 aprile presso il teatro Sala Umberto a Roma, a due passi da piazza di Spagna, se ne va urlando “Avete rovinato l’Italia, il bene comune!”. Ma “se il giornalismo non sta bene, anche i lettori non scherzano…”, le replica divertito dal palco, all’istante, Enrico Mentana.

L’INFORMAZIONE E L’ESTABLISHMENT

Il punto dell’argomento infatti, quello serio, è sotto gli occhi di tutti: che siamo cioè nel momento in cui tutti i più grandi risultati elettorali sono stati espressi in netto contrasto con gli endorsement dei giornali, con gli esempi di Trump e la Brexit su tutti. E che “televisione e web hanno cambiato non il modo di fare giornalismo ma le aspettative di chi riceve l’informazione”, spiega il direttore del tg di La7. “Il problema è che c’è una diversa sintonia dell’opinione pubblica rispetto alla realtà e al modo di raccontarla”, e che “il giornalismo è andato in larga parte fuori sintonia di un opinione pubblica che non è più rassicurata”, prosegue. Seppure considerando che, in ogni caso, “il grande giornalismo italiano nasce in grande parte dai giornali di partito”. Perché “il punto è che se non hanno una dimensione commerciale i giornali muoiono. E non possiamo pensare di raccontare tutte le storie allo stesso modo”.  O, al limite, la questione è ben più ampia, e riguarda il cosiddetto establishment, di cui i giornali a loro modo fanno ben parte. Ma la cui idea, di per sé, “sta colando a picco”.

LA LIBERTÀ DEL GIORNALISMO IN ITALIA

Anche se tra difficoltà tecnologica, fattore commerciale e rapporti con i lettori, in qualità di cittadini, per Mentana non è tutto da buttare, anzi. “La libertà di informazione in Italia c’è”. O meglio: “Io ho vissuto tante stagioni del giornalismo e penso che oggi sia la fase in cui il giornalismo è più libero”. Allora la questione finale sta nel fatto che, almeno ad oggi, e probabilmente così in futuro, “l’unico giornalismo che funziona è quello che aggrega sui propri valori”. Idea ripresa subito da Calabresi: “la classifica della libertà di stampa viene sempre interpreta in maniera banale. Io penso che se c’è un giornalismo di opposizione che di denuncia ne ha fatta tanta, quello è il giornalismo italiano: siamo il Paese col più alto numero di giornalisti sotto scorta e tutela, e siamo poi il giornalismo più minacciato da querele temerarie, dove appena si parla di politici, imprenditori, o potenti vari, si fa causa. È un modo per silenziare un giornale, un’aberrazione considerata tale in tutto l’Occidente”.

I POLITICI E LA DISINTERMEDIAZIONE

Alla domanda sulla sopravvivenza del giornalismo, il tema è quello della disintermediazione, sempre più sognata, e ancora più realizzata, del cittadino con la politica. “L’idea che i politici possano parlare direttamente con i giornalisti è perniciosissima”, chiosa Calabresi, ricordando come nasca con Obama, che piuttosto che rispondere alle domande stringeva le mani e se ne andava, e passi per Renzi e le sue dirette facebook, con soltanto poche domande selezionate su centinaia totali. E che oggi arrivi a Trump e i suoi tweet, e che “con Grillo e Casaleggio la situazione è ancora peggiore”, che cioè “l’era della trasparenza non è tale”. Ma è poi d’obbligo per Calabresi rispondere alla domanda sull’intervista del Papa a Scalfari, con l’ormai ennesima smentita della Sala Stampa Vaticana, che stavolta è addirittura parsa quasi una precisazione. “Scalfari ha il privilegio di essere invitato”, spiega il direttore di Repubblica. “C’è chi dice che sia lui a chiamare, io ho assistito alla telefonata in cui viene inoltrato l’invito del Papa. Noi lo abbiamo presentato come un incontro e non una intervista, infatti i virgolettati sono pochi. E di fatto i loro sembrano incontri settecenteschi tra un gesuita e un illuminista”.

L’INTERVISTA DI SCALFARI A PAPA BERGOGLIO

Il punto, risponde Calabresi all’incalzare delle domande, è che Scalfari fa un suo discorso, e “lo presenta come tale”. Per il passaggio poi sull’inferno, “il Papa svariate volte ha detto di non credere a un inferno dantesco ma alla beatitudine delle anime. Quando questo viene tradotto, specialmente negli Usa da una serie di blog non simpatizzanti con Francesco, il lancio giornalistico fa sembrare che il Papa abbia detto un’eresia. Per me, da quello alle fake news ce ne corre. Visto che inizialmente è stata anche pubblicata sul sito del Vaticano”. E se per Mentana, ironico ma nemmeno troppo, “Scalfari ha riportato fedelmente le parole di Papa Bergoglio”, per Flores D’Arcais “se il Papa nega l’evidenza dell’inferno non sono piccole cose. Quello dantesco con le fiamme la teologia cattolica l’ha abbandonata da tempo. Ma l’inferno come sofferenza, se scompare questo, allora significa che da duemila anni abbiamo scherzato”. Che cioè “se il Papa l’ha detto, Scalfari avrebbe dovuto ribadirlo con forza. Oppure ha veramente forzato”. Ma in tutto ciò, l’unico fatto che resta è che “Il Papa per questa sinistra ormai è l’unica bandiera rossa”.

L’ILLUSIONE DI PUREZZA E LA DEMOCRAZIA LIBERALE

La parola passa così a Giuliano Ferrara: “Nei tribunali c’è scritto si giudica in nome del popolo, vogliamo farlo anche nei giornali? Follia. I giornalisti si dice che sono indipendenti, vi do una notizia: sono dipendenti. Lavorano per un editore”. Se poi si vuole dare loro un consiglio, spiega Ferrara, per essere interessanti devono avere carattere e non essere stupidi. Ma “tutto questo è collegato all’arrivo del mercato e alla scalata della borghesia”: “L’essenza della democrazia liberale è che esistono diversi centri che rivestono diversi interessi. Contano cioè gli editori e non i giornalisti. E quando sono editori puri, sono poteri a sé”. Al giornalista, per Ferrara, non resta perciò che “essere onesto con sé stesso, con il suo padrone e con il suo pubblico”. Visto che “il padrone non è il lettore”. “C’è sempre un rapporto con un circuito di interessi, che è necessario per un contesto democratico. Con la pubblicità poi i giornali hanno cominciato ad essere delineati come strumenti analitici super partes, per cui l’obiettività è l’ideologia per cui la tale saponetta è oggettivamente pura”. Ma “l’idea del giornalismo che combatte a mani nude è ideologia, cioè falsa coscienza. Neanche Charles Maurras giudicava in nome del popolo, ma del partito giacobino”.

GIORNALISTI: INDIPENDENTI O DIPENDENTI?

Per questo, conclude il fondatore del Foglio, “non posso giustificare l’anelito in nome dell’onestà del popolo, è grottesca. Il giornalista deve avere occhi aperti in senso generale verso la società, deve raccontare tutto, compresi meccanismi, contesti, e non è mai un moralista. Che considero peraltro i migliori, in quanto avevano una visione radicalmente pessimista della realtà e per questo la ritraevano con tutti i suoi colori”. Ma se si va ad analizzare le prese di posizione dei singoli giornali le cose in realtà cambiano, spiega in conclusione Marco Travaglio, secondo cui “l’episodio del rifiuto delle Olimpiadi, che con Monti era applaudito e con Raggi maledetto, dice molto dello stato della stampa italiana”. Che cioè “se una decisione è presa da un partito main stream è applaudita e se presa da un partito non main stream è attaccata. È vero che non bisogna fare della retorica, e io sono pronto a rispettare il parere di favorevoli o contrari, ma lo sono meno di chi lo fa in entrambi i sensi a seconda della convenienza”. Ed “è vero che i giornalisti sono dei dipendenti, ma non è detto che lo debbano essere di un leader politico o di chi ha una banca. Personalmente mi farei consigliare da un giornale azioni e titoli bancari di proprietà dell’editore di quel giornale”.

STAMPA, ELEZIONI E POLITICA IN ITALIA

Il fatto, conclude così Travaglio, è che “in Italia la stampa si trova in mano a persone che non c’entrano nulla con il giornalismo e questo fa sì che i giornalisti si sentano parte della politica, nel senso che si sentono dalla stessa parte di un tale soggetto politico”. “Un tempo c’era un gioco destra sinistra e vinceva sempre il banco, ultimamente con l’affacciarsi di forze veramente estranee all’establishment il sistema è impazzito. Eccetto i casi in cui il Paese è ben governato, caso tedesco, regolarmente l’elettore vota contro l’establishment. E quest’ultimo cerca tutte le scuse possibili, inventando parole come populismo, o parlando di fake news. Ma non è vero che la Brexit, Trump o il voto italiano siano stati dovuti dalle fake news. Invece di spiegare il perché la gente si affida a partiti nuovi o pseudo nuovi, invece di quelli delle ‘scuole alte’ che finora dicono di avere così tanto bene governato, si inventano le scuse più inimmaginabili”. Arrivati però a questo punto, resta il nuovo: “Da quello che verrà fatto sulla televisione pubblica si capirà quali saranno le intenzioni per il futuro, se cambiare veramente oppure continuare con lo stesso metodo”. Quello che si esprime con “l’intervistatore che scrive le domande prima”.

ultima modifica: 2018-04-07T09:10:56+00:00 da Francesco Gnagni