Dobbiamo tenere d’occhio la Siria, memori della lezione libica. Parla Parsi

Dobbiamo tenere d’occhio la Siria, memori della lezione libica. Parla Parsi
Per il professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nella partita siriana, l'Italia ha degli interessi che non per forza coincidono con quelli dei suoi alleati. Per questo occorre far sentire la nostra voce su questo dossier, il cui colpo di coda potrebbe essere più complicato del previsto

L’orologio della storia non torna indietro, la finestra di opportunità per spodestare il regime siriano è passata. Vittorio Emanuele Parsi, Professore all’Università Cattolica di Milano e in libreria con “Titanic, Il naufragio dell’ordine liberale”, raggiunto telefonicamente da Formiche.net, ha le idee chiare. L’Italia deve coltivare i suoi interessi strategici, nel pieno rispetto del  diritto internazionale, perché il quadro di alleanze che si è delineato minaccia ulteriore instabilità.

Sulla Siria Francia e Gran Bretagna, insieme agli Usa, hanno fatto sentire la loro voce, prospettando anche l’ipotesi di un intervento diretto. In Italia, il parlamento e i leader politici sembrano troppo preoccupati a gestire la seconda parte della campagna elettorale per esprimersi su una crisi che, se dovesse nuovamente acuirsi, avrebbe conseguenze devastanti per l’Europa e quindi per il nostro Paese?

L’Italia non è un membro permanente del Consiglio di sicurezza, quindi attaccarsi a quello che dicono gli altri, senza possederne lo status, sarebbe un po’ ridicolo. Anche la Germania non ha assunto immediatamente una posizione. Poi è chiaro che noi siamo contrari all’utilizzo a questo tipo di armi chimiche, come tutti quelli che hanno aderito a quei trattati, vedremo come adeguare la nostra posizione mano a mano che si chiarirà la posizione di tutti gli Stati di seconda fascia. È chiaro che abbiamo degli interessi soprattutto in Libano, questo è uno degli aspetti che ci porta a essere più prudenti rispetto ad altri attori. Non dimentichiamo poi che non abbiamo ancora un governo nel pieno delle sue funzioni, non sappiamo se e quando ne avremo uno e soprattutto se avrà un indirizzo di politica estera totalmente diverso da quello tenuto negli ultimi 50 anni.

Realisticamente, a questo punto che tipo di intervento è possibile in Siria? Trump ha già reagito a un attacco chimico analogo l’anno scorso bombardando la base siriana di Shayrat, ma poco è cambiato, un intervento ancora più deciso, magari mirato a distruggere buona parte delle capacità offensive del regime è un’ipotesi realistica?

No non è possibile perché ci sono troppi russi in circolazione, si rischia veramente di fare un patatrac. Il momento buono l’aveva avuto Obama nel 2013, che ha però fatto un pasticcio tra ciò che effettivamente poteva realizzare e le promesse che aveva formulato. È stato anche lasciato solo, dal papa all’House of Commons tutti si schierarono contro l’intervento militare. Oggi il regime è molto più forte, quindi sarebbe veramente complicato. Un’azione dimostrativa, come un attacco missilistico, si può sempre fare, qualcuno l’ha già fatto, sembra gli israeliani, che hanno colpito una base siriana uccidendo qualche iraniano. Io non andrei troppo in là, nel senso che si provocherebbero anche morti, iraniani o russi, la situazione si complicherebbe ulteriormente senza cambiare di molto. La condanna è giusta, una sventagliata di missili tanto per tenere il punto ha un senso, molto di più ha un costo spropositato. L’orologio della storia non torna indietro, il tempo per abbattere Assad è passato, entrata la Russia nel Levante e lo scenario è totalmente cambiato. Ogni azione avviene in un quadro strategico mutato, bisogna fare i conti con Mosca.

Oltre alla Russia, l’altro attore molto importane in Siria è l’Iran. Bolton, storico supporter del regime change a Teheran, si è insediato lunedì alla Casa Bianca. Bin Salman, altro arci-nemico di Teheran, è ancora a Parigi a suggellare un’intesa franco-saudita condita da ingenti vendite di armi francesi. L’Italia ha interessi finanziari e commerciali con l’Iran molto importanti. A Gennaio ha firmato con l’Iran un accodo per incentivare investimenti in Iran pari a 5 miliardi, il più alto tra i Paesi Ue. Un’ escalation in Siria potrebbe far terminare la distensione tra occidente e Iran, con conseguente rischio per il nuclear deal? L’Italia come deve muoversi?

Il patto è firmato da un gruppo di Paesi, l’accordo sul nucleare prevede che le sanzioni siano progressivamente levato man mano che si fanno delle verifiche. Non è che se a Bolton non piace il regime iraniano cambiano i termini dell’accordo. Gli americani possono fare quello che vogliono perché sono grossi, ma non possono farlo nel nome della legalità internazionale. Le sanzioni non erano state messe all’Iran perché era un regime illiberale, ma perché aveva fatto una cosa precisa secondo le leggi internazionali sull’energia nucleare.

La Francia ha però esortato la Ue a discutere sanzioni per il programma missilistico iraniano.

Si ma questo non c’entra nulla con i termini dell’accordo. L’Iran ha tutto il diritto di armarsi, come tutti gli altri Paesi della regione. Non si capisce perché Bin Salman è libero di comprare il meglio della tecnologia militare, per poi usarlo al peggio come sta facendo in Yemen, lo stesso Israele, e l’Iran deve stare a guardare. Questo non fa né del regime di Bin Salman, né del regime iraniano né di quello di Netanyahu dei regimi democratici, sono tutti regimi sempre più autoritari. Mi pare che la qualità del regime iraniano siano nella media della regione, assistiamo a un peggioramento complessivo dei regimi. L’Italia fa bene a fare accordi con l’Iran, perché la legge internazionale ce lo consente. I francesi sono sempre stati attivi su certe cose. Teniamo a mente la lezione della Libia. Macron, che era stato ampiamente idealizzato dai nostri giornali, si sta rivelando un Sarkozy più “caviar”, niente gauche e molto caviar. Facciamo bene a coltivare i nostri interessi, l’entusiasmo per Bin Salman non lo condivido, trovo pericolose le alleanze a tre molto instabili, una tra Russia-Turchia e Iran e l’altra tra Usa, Israele e Arabia Saudita, perché sia Trump, sia Netanyahu sia Bin Salman hanno consistenti problemi di sostegno interno. Le lodi a Bin Salman perché far guidare le donne sono francamente fuori luogo.

ultima modifica: 2018-04-10T10:50:55+00:00 da Stefano Cabras

 

 

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