Sulle acque reflue la solita Italia che non investe e poi paga dazio (all’Europa). Parla Corrado Clini

Sulle acque reflue la solita Italia che non investe e poi paga dazio (all’Europa). Parla Corrado Clini
Per l'ex ministro dell'Ambiente, la multa deriva dai soldi europei spesi male o per impianti non in regola. Le analogie con i rifiuti

No, stavolta non è il solito monito sulla tenuta dei conti pubblici o sullo sforamento del deficit. Questa volta sono soldi, tanti soldi. L’Europa spaventata dallo psicodramma politico italiano si è ricordata dell’Italia e non certo per dare qualche bacchettata sulle dita. Ma per pretendere 385 milioni di euro, da pagarsi nei mesi avvenire.

Sì, perché la Corte di giustizia Ue ha appena imposto all’Italia una multa da 25 milioni di euro, più 30 milioni per ogni semestre di ritardo nella messa a norma di oltre 100 centri urbani o aree sprovvisti di reti fognarie o sistemi di trattamento delle acque reflue da versare in rate nei prossimi anni, per un totale 385 milioni. Di che si tratta?

Tutto parte da una sentenza del 19 luglio 2012 con cui la Corte di giustizia aveva stabilito che l’Italia non aveva preso le misure sufficienti per dotare di reti fognarie per la raccolta delle acque reflue urbane o di di sistemi di trattamento (tipo i depuratori), ben 109 agglomerati situati nel territorio italiano. Alla scadenza del termine fissato all’11 febbraio 2016, l’Italia non aveva ancora preso le misure necessarie per conformarsi alla sentenza.

Di conseguenza la commissione ha presentato dinnanzi alla Corte un secondo ricorso per inadempimento chiedendo l’inflizione di sanzioni pecuniarie. Nella sua sentenza di oggi la giustizia europea ha constatato che alla data limite dell’11 febbraio 2016, l’Italia non aveva preso tutte le misure per l’esecuzione della sentenza del 2012 al fine di rispettare gli obblighi che le incombono in forza della direttiva Ue.

Di più, la Corte sottolinea poi che la messa in conformità dei sistemi di raccolta e di trattamento secondario sarebbe dovuto avvenire al più tardi il 31 dicembre 2000. Insomma, siamo in ritardo di 18 anni e l’inadempimento dell’Italia è particolarmente grave per il fatto che l’assenza o l’insufficienza di sistemi di raccolta o di trattamento delle acque reflue urbane può “arrecare pregiudizio all’ambiente”.

Per questo, tenuto conto della situazione concreta e delle violazioni in precedenza commesse dall’Italia in materia di raccolta e di trattamento delle acque, la Corte ha chiesto all’Italia una somma forfettaria di 25 milioni sotto forma di multa, da pagare subito, al fine di prevenire il futuro ripetersi di analoghe infrazioni al diritto dell’Unione. Soldi cui vanno aggiunte le more per i mesi di inadempienza.

Insomma, ancora una volta il Paese si ritrova a dover onorare lo scotto di mancati investimenti sulla rete. Formiche.net ha chiesto in questo senso il parere di chi questo tipo di dinamiche le conosce bene, l’ex ministro dell’Ambiente nel governo Monti, Corrado Clini. “Partiamo da un dato di fatto e cioè che questo è l’esito di una procedura aperta da tempo, che a sua volta è figlia di un problema che viene da lontano. E cioè la mancanza, soprattutto al Sud, delle necessarie infrastrutture idriche volte alla gestione delle acque. Parlo di depuratori, di canalizzazioni. Da tempo avevamo segnalato all’Ue questa anomalia sulle acque, garantendo che alla fine le regioni, cui spetta la gestione delle acque, facessero il loro dovere. E invece non è stato così”.

Ma qual’è l’origine del disastro idrico? “Nei fondi gestiti male, spesso risorse europee che la stessa Bruxelles gira a noi per mettere a norma la rete. Gli investimenti che sono stati fatti, sono stati fatti male col risultato di avere impianti di depurazione fuori norma. Non è molto diverso da quanto accade coi rifiuti, anche lì le multe fioccano. E alla fine si ha un triplice costo: i soldi da dare a chi si accolla i nostri rifiuti all’estero, tipo gli olandesi con quelli di Napoli, i soldi nella bolletta con le tasse sui rifiuti e le multe. Non c’è da stupirsi se poi il nostro debito pubblico esplode”.

Tornando all’acqua, per Clini c’è un’unica strada, quella degli investimenti. “Mirati e con criterio, non è difficile. Il difficile è semmai riuscirci. Abbiamo uno strano primato qui in Italia, da una parte abbiamo il consumo pro-capite più alto d’Europa, dall’altro abbiamo un record di multe su questo tipo di gestione. Assurdo no?”.

ultima modifica: 2018-05-31T08:50:13+00:00 da Gianluca Zapponini

 

 

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