Perché il Pd deve rimanere unito. La versione di Matteo Ricci

Perché il Pd deve rimanere unito. La versione di Matteo Ricci
"Dividere la casa che abbiamo sarebbe un errore madornale". Parola del sindaco di Pesaro e responsabile Enti locali del Pd che ieri ha presentato il suo libro "Primo cittadino. Perché l'Italia può ripartire da sindaci" (Baldini&Castoldi editore)

“Dobbiamo ricostruire e rinnovare il Partito Democratico, non dividere la casa che abbiamo. Sarebbe un errore madornale”. Il sindaco di Pesaro e responsabile dem per gli Enti locali, Matteo Ricci, non ne vuole sentire neppure parlare: a suo avviso, l’ipotesi di una prossima possibile scissione del Pd – con la nascita del tanto discusso partito di Matteo Renzi (qui il retroscena del Foglio) – sarebbe un errore clamoroso. “Ma io non credo a questo scenario”, ha commentato in questa conversazione con Formiche.net il vicepresidente dell’Anci. Che poi ha aggiunto: “La questione, semmai, è un’altra: dobbiamo pensare a un nuovo Partito democratico, più largo, che sia in grado di riconnettersi con il Paese”.

Ma partendo da dove? Sabato scorso il Pd ha dimostrato di nuovo plasticamente tutte le sue difficoltà.

L’assemblea è stata molto brutta, probabilmente la peggiore da quando è nato il Pd. Dobbiamo assolutamente cambiare registro e affrontare le nostre discussioni interne senza la logica delle correnti e della contrapposizione personale e tra gruppi.

Dunque che cosa fare?

Il Pd deve smetterla di guardarsi l’ombelico. E deve comprendere che le ragioni di questa sconfitta sono molto profonde: abbiamo perso per via dei nostri errori ma anche per il cambiamento storico in atto ovunque in Occidente. La sinistra non è arretrata solo in Italia, purtroppo.

Non sarà facile considerato il contesto politico italiano. Lei cosa propone?

Dobbiamo cominciare a costruire un’alternativa riformista e di popolo al governo penta-leghista che sta nascendo. Per sfidare i populisti occorre un pensiero radicalmente nuovo. In questo momento siamo minoranza nel Paese, dal punto di vista politico e culturale.

Ma dov’è che avete sbagliato in questi anni a suo avviso?

I governi di Renzi e Paolo Gentiloni sono stati tra i migliori della storia della Repubblica. Ma non siamo riusciti a farci seguire dai ceti popolari: non siamo stati in grado di interpretare il tema del riscatto sociale, che da sempre caratterizza la sinistra. E, quindi, la speranza di tutti i cittadini di poter migliorare le condizioni di vita proprie e delle loro famiglie. I populisti invece, dall’altra parte, sono stati bravissimi a far leva sull’invidia sociale: un sentimento ben diverso che a livello elettorale, però, funziona.

Per il futuro a breve e medio termine rimane comunque il tema nient’affatto irrilevante della leadership. Il Pd si è incartato?

E’ un questione ovviamente non secondaria ma in questa fase di ricostruzione dobbiamo ragionare in modo diverso. Non è più il tempo dei salvatori della patria: abbiamo bisogno di costruire un percorso serio e di organizzare un congresso vero che affronti prima di tutto i contenuti.

Ma Renzi l’ha sentito ultimamente? Come sta?

Sono convinto che sia d’accordo con questa impostazione e che, ovviamente, cercherà di dare il suo contributo. E’ una personalità fondamentale per il centrosinistra senza la quale non potrà avere successo questo processo di rinnovamento. Chi lo pensa, si sbaglia di grosso.

Si tratta di tornare a dire cose di sinistra, come affermò anni fa Nanni Moretti? Oppure cosa? 

L’obiettivo è una casa riformista che tenga insieme la sinistra storica e altre forme di riformismo, tipo quella di Emmanuel Macron in Francia. Queste culture non si escludono tra loro. Dobbiamo metterle insieme.

Quindi immagina ci possa essere spazio per un nuovo incontro con gli ex compagni di Liberi e Uguali?

Dobbiamo ricostruire un campo di centrosinistra riformista, senza steccati, chiusure e personalismi. Ma non basta rimettere insieme le vecchie persone. Così non si costruirebbe nulla di buono e di nuovo. Dobbiamo fare come nelle città: un’alleanza larga a sinistra e larga nel fronte moderato che faccia leva sul civismo e sul protagonismo dei cittadini.

A proposito di città, lei ha appena pubblicato per Baldini&Castoldi il libro dal titolo “Primo cittadino. Perché l’Italia può ripartire da sindaci”. Già, perché?

Perché il riformismo trova maggiore attuazione nelle città, dove è minore la differenza tra la realtà e la sua percezione: una buca è una buca. Più difficile che la demagogia riesca a vincerla e che le fake news possano prevalere. E poi, nei comuni, stiamo già sperimentando il modello che a mio avviso dobbiamo seguire pure a livello nazionale: alleanze larghe fortemente caratterizzate dalla partecipazione delle comunità di cittadini.

Senta, un’ultimissima sul governo giallo-verde che verrà (se verrà): che valutazione ne dà?

Sta nascendo anche in Italia il governo Donald Trump: la miscela culturale somiglia molto a quella che ha portato l’attuale inquilino della Casa Bianca a vincere le presidenziali americane del novembre 2016. E’ un populismo molto forte nel raccogliere il consenso contro. Adesso si apre una fase nuova perché significa per loro mettersi alla prova del fare: molto più complesso che limitarsi esclusivamente alla protesta.

ultima modifica: 2018-05-23T10:00:19+00:00 da Andrea Picardi

 

 

 

 

 

 

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