Cosa manca sul Mezzogiorno nel contratto Lega-M5S

Cosa manca sul Mezzogiorno nel contratto Lega-M5S
Federico Pirro si interroga su sei questioni avviate per rilanciare il Sud Italia dai governi Renzi e Gentiloni che ad oggi rimangono ancora aperte

Una delle ultime versioni del contratto di governo fra Lega e Movimento 5Stelle aveva ignorato – come hanno subito osservato molti analisti – il Mezzogiorno e le sue esigenze, tanto da costringere poi i dirigenti dei due partiti a dichiarare che sarebbe stato accluso un capitolo specifico al contratto stesso.

Ma l’aggiunta in realtà, letta con attenzione, dice molto poco affermando in sostanza che tutte le misure previste per i vari settori dell’economia nazionale sono riferite anche alle regioni meridionali, ove peraltro dovrebbe avere larga applicazione il reddito di cittadinanza e dove opererà la Banca per il Sud, in realtà già esistente ma irrobustire nel capitale da impiegare.
Ora invece sarebbe necessario, a nostro avviso, approfondire il tema di ciò che realmente la nascente coalizione vorrebbe realizzare nelle regioni meridionali, perché – al di là di quanto scritto nel contratto di governo – sono molteplici i provvedimenti assunti dagli esecutivi Renzi e Gentiloni sulla cui effettiva prosecuzione sarebbe utile esprimersi.

Nell’affermarlo, chi scrive non intende in alcun modo associarsi ai cultori di un meridionalismo d’antan – che sollecitano sempre nuove risorse per il sud, senza poi interrogarsi mai a fondo sulla reale efficacia degli investimenti proposti. No, chi scrive vuole fare riferimento a precisi provvedimenti governativi degli ultimi anni che in alcuni casi hanno concordato con le Istituzioni locali investimenti rigorosamente selettivi, scelti in quanto utili alla crescita non solo dell’Italia meridionale, ma dell’intera economia nazionale.

Prima domanda: i Patti sottoscritti dal governo Renzi con le Regioni meridionali e le Città metropolitane che prevedono pacchetti di opere realmente utili saranno attuati? Alcuni di quei Patti hanno avviato la realizzazione di una serie di opere che in quanto cantierizzate configurano ormai obblighi giuridicamente vincolanti. Ma per tutti gli altri interventi previsti che sono la grande maggioranza e che risultano ancora in fase di progettazione esecutiva – come ad esempio la ‘camionale di Bari’ – si darà corso alla loro realizzazione? O verranno definanziati o rinviati sine die per recuperare la quota dei cofinanziamenti assicurata a quegli interventi dallo Stato?

Seconda domanda: le opere previste nel Pon infrastrutture e reti 2014-2020 – che hanno visto le Regioni meridionali, insieme alle Autorità di sistema portuali e a Rfi e Anas, selezionarle nell’ambito di progetti per Aree logistiche integrate, come peraltro chiesto dalla stessa Ue e che abbracciano la Puglia e la Basilicata, unite in un’unica area logistica integrata, e poi la Campania, la Calabria, la Sicilia nord occidentale e la Sicilia sud orientale – saranno realizzate? Certo, larga parte di quelle opere si avvalgono in gran parte di fondi comunitari e pertanto dovrebbero restare non toccate da interventi del nuovo Governo. Ma una parte di quegli interventi potrebbero essere finanziati da fondi nazionali, ed è bene allora che si chiarisca se avranno copertura o meno.

Terza domanda: gli incentivi approvati dal governo Gentiloni per il Mezzogiorno con il provvedimento “Resto al Sud” saranno conservati?

Quarta domanda: le Zes – Zone economiche speciali, approvate con il succitato provvedimento e finalizzate a perimetrare in prossimità dei porti ‘core’ del Meridione aree nelle quali attrarre nuovi investimenti, offrendo incentivi come il credito di imposta e le semplificazioni autorizzative, verranno attuate? Le Regioni Campania e Calabria si son viste già approvare i loro progetti presentati al Governo in carica, mentre la Regione Puglia si accinge a farlo. Saranno realizzate?

Quinta domanda: tutte le opere in corso – dalla ferrovia Bari-Napoli al raddoppio della tratta Termoli-Lesina sulla tratta adriatica – saranno completate?

Sesta domanda: i fondi periodicamente stanziati dal Governo per finanziare i contratti di sviluppo – in gran parte riservati alle regioni meridionali – continueranno ad essere assicurati per favorirvi investimenti che hanno portato sinora alla realizzazione di impianti industriali (e non solo) di rilevanti dimensioni?

Le regioni dell’Italia meridionale e i loro apparati produttivi sono integrati ormai da molti anni con il sistema nazionale e pertanto proseguirvi investimenti selettivi in ben determinati comparti e in specifiche aree significa consolidare l’intera economia italiana. Tagliare invece proprio quegli investimenti nel sud significherebbe danneggiare non solo le regioni meridionali ma l’intero Paese, come sanno del resto molto bene i grandi stakeholder del nord Italia.

ultima modifica: 2018-05-19T10:00:23+00:00 da Federico Pirro