Ecco cosa fanno (e bene) i nostri militari in Libano. Parla il generale Sganga

Ecco cosa fanno (e bene) i nostri militari in Libano. Parla il generale Sganga
Conversazione di Formiche.net con il generale di Brigata e comandante della Folgore, che ha lasciato da poche settimane il comando del settore Ovest della missione Unifil nel sud del Libano

Rodolfo Sganga, generale di Brigata e comandante della Folgore, ha lasciato poche settimane fa il comando del settore Ovest della missione Unifil nel sud del Libano. Al suo posto c’è ora la Brigata Alpina Julia, con il suo comandante Paolo Fabbri. Con il generale Sganga ripercorriamo i sei mesi di intensa e fruttuosa attività in quel difficile teatro.

Signor Generale, è tempo di bilanci per questa missione, a pochi giorni dalla conclusione del suo periodo di comando. In un teatro difficile, con una situazione logistica difficile, in un contesto, anche politico, complicato come è quello libanese.

Il bilancio, a mio parere, è decisamente positivo per diverse ragioni. In primis il fatto che negli ultimi sei mesi abbiamo operato in perfetta continuità con il contingente che ci ha preceduto, e questa è una caratteristica della missione italiana, dell’approccio che gli italiani hanno in tutti i teatri in cui sono chiamati ad operare. Abbiamo dunque lavorato in continuità, incrementando il numero delle attività operative, soprattutto quelle condotte in maniera congiunta con le forze armate libanesi. Questo è un aspetto estremamente positivo, dal momento che le forze armate libanesi sono quelle che dovranno prendere poi il pieno controllo della sicurezza in quest’area. E noi chiaramente le supportiamo per fare aumentare la loro capacità operativa, la loro maturità.

La collaborazione è dunque migliorata con il passare degli anni?

Assolutamente sì. Anche in questo semestre siamo riusciti ad aumentare le attività operative congiunte con le forze armate libanesi. Siamo passati da un totale di circa 225 attività operative quotidiane a 235, delle quali circa il quindici per cento condotte in forma congiunta.

Passiamo un momento a dedicare una riflessione al rapporto con la popolazione, anche perché c’è una tradizione italiana di sapersi muovere in armonia con i civili. Qual è il segreto?

Un segreto non c’è. Il militare italiano ha due componenti che lo contraddistinguono in maniera decisa. La prima è l’empatia, la nostra italianità, la nostra capacità di comprendere chi ci sta di fronte. La seconda è l’addestramento. Perché ad una missione come questa ci si prepara in maniera molto specifica e molto accurata. Non si può improvvisare nulla, qualsiasi errore nei confronti della popolazione locale potrebbe voler dire minare il consenso di un’intera comunità, di un intero villaggio. E questo non deve accadere.

Quanto conta secondo lei, in una missione dichiaratamente di pace, dimostrare di sapere usare la forza se necessario?

Qui, in questo specifico teatro operativo, la cosa più importante non è tanto saper utilizzare la forza ma è saper trattenere l’utilizzo della forza. Questa è una caratteristica particolarmente importante e, secondo me, valore aggiunto portato dai paracadutisti. Noi abbiamo operato negli ultimi anni in ben altro genere di operazioni. L’ultima volta che la brigata paracadutisti è stata schierata in questo teatro era il 2007. Qui è molto più importante saper trattenere l’utilizzo della forza piuttosto che impiegarla come farebbe un militare in qualsiasi altro contesto. Questo è frutto di addestramento, è frutto di capacità di prendere decisioni ai minimi livelli. Decisioni che devono essere prese con la cognizione delle conseguenze, non solo sul momento specifico, ma sul contesto generale.

Questo significa che col passare del tempo, in qualche modo gli attori del teatro hanno cominciato ad affidarsi al contingente?

Ma certamente. Dal 2006 ad oggi le relazioni con la popolazione locale, con le forze armate libanesi, con tutte le autorità locali sono cambiate, rafforzandosi. Con le forze armate libanesi si lavora in maniera congiunta, spalla a spalla, incontrando regolarmente il comandante della quinta brigata, il generale Maluf e gli altri attori principali delle forze armate libanesi. Insieme si pianificano le operazioni e poi le si mette in pratica. Con la popolazione locale si lavora nello stesso modo. Ho incontrato regolarmente i sindaci e tutte le autorità locali delle 108 municipalità sotto la mia responsabilità. Con loro c’è stato un dialogo apertissimo.

Senta, quella parte di confine che ci compete in territorio libanese è anche interessata da un forte radicamento di un’organizzazione in parte politica, in parte religiosa, in parte di assistenza alla popolazione e da alcuni punti di vista anche organizzazione militare che tutto il mondo conosce come Hezbollah. Avete dovuto fare i conti anche con loro, suppongo.

Guardi nell’area di competenza, su 108 municipalità, 5 sono sunnite, 5 sono cristiane e il resto sono sciite. È evidente che nel mondo sciita la componente di Amal e la componente di Hezbollah, intese come partiti politici che fanno parte del governo in quell’area, è predominante. E quindi le relazioni con sindaci che fanno parte, sono esponenti del partito politico di Hezbollah sono regolari. Così come sono regolari le relazioni con sindaci di altri partiti politici.

Sta dicendo che tutto sommato l’atteggiamento dei responsabili istituzionali locali non cambia a seconda della provenienza politica o religiosa?

Assolutamente no.

È vero però che avete costruito un modo “politico”, com’è giusto che sia in fondo, per consentire che le forze armate libanesi, quelle israeliane e Unifil riescano a sedersi, diciamo, allo stesso tavolo?

Questo è un aspetto interessantissimo della missione. C’è un organismo, un forum, chiamato appunto “Tripartito”, che esiste fin dal 2006, che consente a una delegazione come quella militare israeliana e un corrispettivo militare libanese e a esponenti di Unifil di sedersi all’interno di una stessa stanza. Accade una volta al mese circa e permette di porre sul tavolo tutti i temi inerenti alla sicurezza e alla situazione lungo la blu line, cioè il complesso e controverso confine tra Libano e Israele.

E questo tavolo funziona?

Questo tavolo funziona. Direi che è uno dei meccanismi che Unifil ha adottato in forma definitiva. Il livello di stabilità che è garantito dal 2006 ad oggi testimonia che nel suo complesso la missione Unifil sta facendo il suo dovere.

Senta, è curioso questo tavolo perché ha una dimensione tutta “politica”. O no?

Questo fatto ci riempie di orgoglio, nel senso che tra due paesi che sono formalmente in guerra, chi dialoga sono i militari. E quindi ne esce una dimensione “diplomatico-militare” che è unica di questo teatro operativo.

Non sempre, soprattutto negli ultimi due decenni, le missioni con i caschi blu e mezzi bianchi delle Nazioni Unite hanno brillato per grandi successi. A volte abbiamo conosciuto anche, proprio in teatri drammatici, veri e propri fallimenti. Questa esperienza sta dimostrando che le missioni Onu hanno ancora un senso?

Io posso parlare dell’esperienza che conosco. Però certamente in Libano il modello Unifil sta funzionando. È un modello estremamente complesso, va detto. Perché parliamo di un sistema che prevede oltre 40 paesi contributori, quindi un’organizzazione che ha una complessità intrinseca non indifferente. Però forse proprio grazie alla diversità dei contingenti che ne fanno parte riesce ad esprimere un risultato operativo che in quel teatro sta funzionando.

Quindi secondo lei il saldo tra la fatica di mettere insieme tante lingue, tante teste, tanti comandi, tante abitudini militari, è positivo?

Guardi diecimila persone dello stesso contingente approccerebbero ad un problema operativo da un’unica direzione. Il valore aggiunto della diversità dei vari contingenti che compongono Unifil è quella di approcciare lo stesso problema operativo da angolazioni completamente differenti. Quindi probabilmente consente anche di vedere il problema in tutte le sue sfaccettature con un approccio più completo.

Nella missione Unifil opera anche un importante contingente cinese. Qual è il loro atteggiamento?

Assolutamente collaborativo, fanno un lavoro eccezionale perché sono dedicati allo sminamento di aree estremamente pericolose.

Quando ci sono delle giornate difficili sul piano internazionale del teatro, penso per esempio alle manifestazioni a Gaza, in Libano succede qualcosa che fa capire che in giro c’è tensione?

Allo stato forse quelli che si preoccupano di più siamo proprio noi militari, che ci aspettiamo sempre che accada qualcosa. Nel sud del Libano oggi il livello di stabilità e sicurezza è piuttosto alto.

Le elezioni libanesi del 6 maggio cambieranno la situazione?

Non credo. L’interesse di tutti è mantenere la stabilità e la pace.

Per missioni come Unifil è meglio avere una data di fine oppure no?

Indicarla rischia di indebolirle. Quello che bisogna guardare sono gli effetti che vengono conseguiti sul terreno e gli effetti che vengono conseguiti sul terreno non hanno una scadenza. Bisogna lavorare in termini effetti e non di scadenza.

Qual è per i militari italiani il lascito più importante di queste missioni?

Senza dubbio l’esperienza. Unifil non è l’unica missione a cui le forze armate nazionali partecipano, abbiamo migliaia di soldati schierati in vari teatri operativi. Unifil è però una operazione di peacekeeping puro per la quale è richiesta una preparazione specifica, per cui è fondamentale la preparazione che si fa a premessa dello schieramento sul teatro operativo. È senza ombra di dubbio un valore aggiunto per i nostri soldati, cioè la capacità di adattarsi da un teatro ad alta intensità a un teatro a bassa intensità come questo. Teatro ad alta intensità dove si utilizza la forza, teatro a bassa intensità invece dove la forza bisogna limitarla.

ultima modifica: 2018-05-13T15:50:45+00:00 da Roberto Arditti

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: