Dal petrodollaro al petroyuan. Come la Cina può cambiare la finanza mondiale

Dal petrodollaro al petroyuan. Come la Cina può cambiare la finanza mondiale
È probabile che Pechino giocherà, in futuro, al gioco che Kissinger inventò dopo la Guerra del Kippur, quello del surplus di dollari del mondo arabo che viene reinvestito nel mercato Usa

Molti futures sul petrolio, denominati in yuan, sono stati lanciati sul mercato di Shangai alla fine di marzo 2018 ed hanno rapidamente realizzato scambi per 62.500 contratti; e quindi per un valore nozionale di 27 miliardi di yuan, ovvero 4 miliardi di Usd. Il processo finanziario del nuovo petroyuan era iniziato, comunque, già nel 2016. C’era quindi il pericolo, ovvio, di una bolla finanziaria interna a Pechino ma legata al prezzo del greggio, eppure il governo cinese aveva stabilito che l’oscillazione ammessa, per quei contratti, sarebbe stata solo del 5%, con il massimo del 10% di variazioni unicamente per il primo giorno di trading. Se, poi, vediamo il livello medio di transazioni sul petrolio in Cina, vediamo che le importazioni di idrocarburi potrebbero sostenere operazioni finanziarie per un totale di oltre 200 miliardi di yuan. I livelli dell’import cinese di petroli dovrebbero aumentare, secondo gli analisti del settore, di circa 2,1 milioni di barili/giorno a partire dal 2017 fino al 2023, il che implica che sarà proprio il mercato cinese a modificare il livello futuro dei prezzi al barile. Siano essi denominati in dollari o altro. Quindi, d’ora in poi, la Cina sfiderà esplicitamente il “petrodollaro” per costituire il suo petroyuan, con un primo investimento prevedibile, da parte del governo di Pechino, che avverrà sulla vendita del 5% della Saudi Aramco.

La prospettiva di una Ipo sul “gioiello della corona” saudita, che pure è stato al centro della Vision 2030 del principe Mohammed bin Salman, tutta incentrata sulla diversificazione economica del Regno, è però slittata almeno al 2019. La casa reale saudita non è affatto omogenea, sia politicamente che per i diversi interessi finanziari. Lo dimostra l’attacco, oscuro ma sventato con qualche difficoltà, al palazzo reale di Riyadh, sferrato da alcuni reparti armati il 21 aprile scorso. Si tratterebbe comunque, se la vendita del 5% di Saudi Aramco finalmente avvenisse, della più grande Ipo della storia. I volumi dell’affare sono immani: la società vale, secondo le analisi saudite più recenti, 2 trilioni di Usd e, quindi, il 5% conta almeno per 100 miliardi di dollari. Peraltro, Pechino sta facendo di tutto per far accettare all’Arabia Saudita i pagamenti in yuan, il primo passo per sostituire il vecchio petrodollaro. Se i sauditi non accettassero almeno una gran parte dei pagamenti cinesi in yuan, potrebbero veder diminuire, per ricatto, una quota essenziale del loro export petrolifero, senza contare che, anche per quanto riguarda la Saudi Aramco, sono i fondi sovrani e le società pubbliche cinesi ad avere, come si suol dire, “le tasche più profonde” di molti probabili compratori occidentali. E Trump sta facendo di tutto per far arrivare la Ipo di Saudi Aramco in mani americane. Ma non è affatto detto che ci riesca, Mohammed bin Salman non è, malgrado tutto, l’erede del vecchio bilateralismo saudita nei confronti degli Usa.

Ma il principe Mohammed bin Salman, nella sua visita in Cina del marzo scorso, ha già firmato contratti con le controparti di Pechino per 65 miliardi di Usd, e si tratta solo di operazioni sul petrolchimico e sull’energia. E la stessa grande impresa petrolifera saudita sta considerando l’opportunità di emettere bonds in valuta cinese, almeno per coprire una parte dell’interscambio tra i due Paesi. Peraltro, le importazioni americane di petrolio saudita diminuiscono stabilmente e da tempo, il che rende più difficile il ruolo di Washington nella futura diversificazione post-petrolifera dell’economia di Riyadh, il vero grande affare dei prossimi anni. In ogni caso, i finanzieri cinesi si stanno preparando a lanciare sul mercato, nei prossimi mesi, un future sul petrolio denominato in yuan e convertibile in oro. Un titolo, dicono le fonti di Pechino, che sarà aperto ai fondi di investimento stranieri e alle varie imprese petrolifere. Se, quindi, si evita progressivamente l’utilizzo del dollaro, diviene allora possibile, anche per Russia e Iran, per esempio, bypassare le sanzioni comminate da Usa, Ue e Onu e rientrare pienamente, proprio attraverso lo yuan, nel mercato petrolifero e finanziario globale. Peraltro, l’”operazione petroyuan” si sta espandendo rapidamente all’Africa.

È infatti recentissima la notizia della definizione di un currency swap tra Cina e Nigeria, della durata di tre anni, per un valore di oltre 2,5 miliardi di yuan. Come è noto, il currency swap è un particolare contratto derivato, con cui due parti si scambiano capitale e interessi a tasso fisso di un prestito denominato in una valuta x, contro capitale e interessi a tasso fisso denominati in una altra valuta y. 2,50 miliardi di yuan si scambiano, quindi, con 720 miliardi di Naira. È ovvio che, anche in questo caso, non vi è bisogno, per nessuno dei due contraenti, di acquistare valuta nordamericana per gli scambi, mentre la Nigeria è oggi il maggior partner commerciale della Cina in Africa e Pechino è ormai il maggiore investitore estero in Nigeria. Il tutto accade, a Abuja, con un export africano verso la Cina che è soprattutto in petrolio e materie prime, esattamente quello che serve per mantenere alto il tasso di sviluppo (e il tasso di cambio dello yuan) dell’”Impero di Mezzo”.

L’internazionalizzazione della valuta cinese è, comunque, stimolata soprattutto da alcuni fattori: l’espansione della cashless economy, che favorisce grandi operatori cinesi e globali come AliBaba (Alipay) o WeChatPay, la Belt and Road Initiative, che spinge gli investimenti di Pechino e li coniuga con altre aree monetarie, poi la globalizzazione, rapidissima, delle banche cinesi e la loro adozione del sistema Swift gpi, infine lo sviluppo dell’Interbank Paying System tra la Cina e i Paesi con i quali commercia di più. Ma ci sono alcuni elementi da studiare ancora con attenzione. Intanto, è ancora Hong Kong il centro più grande di clearing per le operazioni denominate in yuan-renmimbi, con un 76% di tutte le transazioni che passano oggi dall’isola, il “porto profumato” ancora in amministrazione speciale, da parte della Cina. Poi, il renmimbi è, ancora oggi, solo l’1,61% di tutti i pagamenti internazionali, mentre sono oggi 22 le banche cinesi collegate con lo Swift. Tante, ma non abbastanza. E ancora: ben il 97,8% del trading dello yuan è sempre rispetto al dollaro Usa, mentre pochissimo vale, in termini di quantità di liquidità trattate, lo scambio tra lo yuan e le altre valute diverse dalla divisa Usa.

Ancora oggi, l’80,47% dei pagamenti il cui ultimo beneficiario risiede in Cina è trattato in dollari. Per quanto poi riguarda le riserve internazionali in renmimbi, tutto ha inizio quando, nel settembre 2016, il Fondo Monetario Internazionale ha annunciato che i Dsp, i Diritti Speciali di Prelievo, avrebbero incluso, per la prima volta, il renmimbi. A giugno 2017, la Banca Centrale Europea ha convertito il valore di 500 milioni di euro in dollari (557 milioni di Usd) e poi in renmimbi, che è lo 0,7% del totale del portafoglio in valute della Bce; mentre la banca centrale tedesca, nel gennaio 2018, ha deciso di includere il renmimbi tra le sue riserve. E, oggi, solo il 16% del commercio internazionale della Cina è trattato in valuta cinese. Il vero problema, per il dollaro, è ancora l’euro. Le operazioni in valuta Usa, infatti, sono passate dal 43,89% delle transazioni globali, nel 2015, al 39,85% nel 2017, mentre la valuta europea è passata dal 29,39 al 35,66% nello stesso periodo. Ma le monete sono, come diceva Vilfredo Pareto, “politica solidificata”. Infatti, la Cina vuole che si possa usare il renmimbi-yuan anche nel porto pakistano di Gwadar e nella sua Zona Economica Libera, che è la prima postazione marittima della Belt and Road. E, poi, i pagamenti in yuan tra Cina e Usa, ancora il maggiore partner commerciale di Pechino, sono solo il 5%; mentre il Giappone, il secondo Paese per volume di transazioni con la Cina, opera già per il 25% con lo yuan-renmimbi.

Solo la Corea del Sud, altro referente commerciale primario di Pechino, usa la valuta cinese per un rilevantissimo 86% delle transazioni bilaterali. Certo, il mercato petrolifero rimane essenziale per la creazione del petroyuan o, comunque, della globalizzazione della moneta cinese. La Cina ha superato gli Usa, ma solo dal 2017, come primo importatore di idrocarburi al mondo. Già dal 2009, peraltro, le autorità di Pechino criticano l’utilizzo della sola valuta statunitense come base per gli scambi internazionali. La direzione politica cinese vorrebbe, infatti, la definizione di un benchmark monetario tra le principali divise e, su questo, costruire poi la progressiva dedollarizzazione degli scambi. Naturalmente, l’espansione dell’uso della moneta cinese nelle transazioni globali, che ha avuto il suo picco nel 2015, corrispondeva al momento in cui lo yuan era sottovalutato e si apprezzava gradualmente e lentamente rispetto al dollaro Usa. Dopo le due svalutazioni dello yuan-renmimbi nell’estate di quell’anno, la convenienza nel sostituire il dollaro con la valuta cinese è, evidentemente, diminuita. Peraltro, essendo il possesso di yuan ancora passibile di restrizioni e controlli, la globalizzazione della divisa cinese non può non passare dalla piena liberalizzazione dei mercati valutari e finanziari di Pechino. Un progetto spesso citato da Xi Jinping e messo in atto dalla Banca Centrale, soprattutto con la massima trasparenza sulle transazioni e la fine delle “quote” di capitali, oltre alla rapida accettazione di un sistema finanziario price-based.

Peraltro, tutte le monete con cui la Cina tratta, nei mercati petroliferi, sono ancora collegate al dollaro Usa, altra difficoltà per sostituire la valuta statunitense da parte delle autorità cinesi. Sul piano interno, lo yuan ha però un grosso problema: si tratta di investire il risparmio cinese, che è oggi pari al 43% del PIL. Se verifichiamo un tasso di investimenti simile, l’economia cinese non è più sostenibile. Allora, o si liberalizzano tutti gli investimenti all’estero; ma questo avrebbe significato, per Pechino, la perdita del controllo sul risparmio interno, oppure si fa diventare lo yuan una nuova valuta internazionale, usandola per i prestiti a lungo termine nella Belt and Road e per creare un mercato dei future petroliferi, sempre denominato in yuan. Quindi, i petroyuan non sono, come i petrodollari, una utilizzazione, interna agli Usa, dei capitali arabi derivanti dal mercato energetico; ma una grande riserva interna di capitali per provvedere alle necessità di una economia che si espande e per sostenere il fabbisogno interno alla Cina di capitali freschi. Per le banche svizzere, però, il flusso di contratti denominati in renmimbi cambierà radicalmente il mercato finanziario dell’energia, ma a lungo termine, obbligando molti investitori globali a porre molte risorse nel solo mercato finanziario cinese. Ma, lo ripetiamo, la valuta cinese non è ancora liberalizzata completamente. Né, immaginiamo, lo sarà rapidamente in futuro.
Pechino vuole, in sostenza, comandare il suo sviluppo, non vuole affatto favorire ancora l’unipolo nordamericano. Quindi, o una piccola globalizzazione monetaria, come quella attuale, o la grande e progressiva sostituzione del dollaro da parte del renmimbi, ma ciò presuppone la liberalizzazione di tutto il mercato finanziario denominato in valuta cinese. Inoltre, ma questo andrebbe benissimo per il governo di Pechino, si dovrebbe garantire pieno accesso agli investitori stranieri e in valuta interna al mercato dei capitali cinese.

È già accaduto nel 2017 ma, oggi, diventa vitale per le scelte geopolitiche e finanziarie della Cina di Xi Jinping. Quindi, è probabile che Pechino giocherà, in futuro, al gioco che Kissinger inventò dopo la Guerra del Kippur, quello del surplus di dollari del mondo arabo che viene reinvestito nel mercato Usa. Come è ovvio, ciò ha mantenuto il tasso di interesse americano irragionevolmente basso con un surplus delle partite commerciali di Washington anch’esso, irragionevolmente, elevato. Una manipolazione monetaria compiuta utilizzando il proprio leverage strategico e militare.
Con il petrodollaro, gli Usa hanno quindi inventato il moto perpetuo monetario. Quindi, se gran parte del mercato petrolifero di Pechino sarà denominato in yuan-renmimbi, o si creerà una forte domanda internazionale per beni e servizi cinesi oppure vi saranno immani capitali da investire nei mercati finanziari cinesi. Il che cambierà, ovviamente, il ruolo e il significato dell’impegno cinese nel mondo. Con effetti rilevanti per il mercato del dollaro, che potrebbe venire regionalizzato, facendo risaltare quelle asimmetrie che, oggi, il petrodollaro copre: il super-surplus commerciale di Washington e il simultaneo tasso di interesse molto basso. E l’euro? La moneta unica europea non ha un reale mercato, e dovrà o trasformarsi radicalmente oppure divenire una unità di conto tra nuove divise infra-europee.

ultima modifica: 2018-05-22T09:10:24+00:00 da Giancarlo Elia Valori

 

 

 

 

 

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