Populisti di tutto il mondo unitevi (contro il partito di Davos). La versione di Bannon

Populisti di tutto il mondo unitevi (contro il partito di Davos). La versione di Bannon
L'ex stratega di Donald Trump a Roma per spiegare la passione per la strana coppia Salvini e Di Maio considerati la sintesi di estrema destra (Lega) e estrema sinistra (M5S). Sarà l'Italia la patria globale dei populisti al governo?

È un fiume in piena, Steve Bannon. Acqua avvelenata contro i centri di potere italiani collusi con il sistema e colpevoli di aver affossato i progetti di un governo sovranista e populista che per lui sembrava il raggiungimento di parte dei suoi obiettivi extra-territoriali. Il globalismo dei nazionalisti, un ossimoro, una teorizzazione interessante uscita dallo stratega: i movimenti nazionalisti populisti stanno spingendo una sorta di internazionale. È il passaggio più catchy dell’intervento romano di quello che i media definiscono “a dangerous man”, appellativo su cui scherza, divertito. “Oggi è il giorno più importante della storia italiana dalla Seconda Guerra Mondiale, perché finalmente gli italiani si sono alzati in piedi” esordisce, spiazzando un po’ il pubblico.

LO SHOW

Bannon è uno showman, non dice niente di nuovo per chi lo conosce; l’impatto, le sensazioni che provoca quel fisico possente, l’immagine insomma, sono l’argomento oltre i pensieri: parla dal palco del Roma Eventi, centro congressi a un passo da piazza di Spagna (pieno establishment capitolino) e sembra che stia tenendo un TED. Con tempi teatrali: fa domande al pubblico, respira, pause in cui sembra che conti i secondi; poca pancia molto cervello. In piedi, microfono in mano, entra da un sipario rosso (scenario da avanspettacolo, ma niente pernacchie: in molti non lo condividono tra la platea, si sentono i commenti sottovoce strisciare tra gli osservatori, qualche sorriso e qualche occhiata, ma quasi tutti ascoltano quel che sta dicendo, piaccia o meno).

Qualcuno lo accusa di usare un linguaggio insulting, in inglese, d’impeto dal pubblico: lui risponde che l’insulto è il sopruso contro il popolo italiano fatto ieri sera dal “party of Davos”. È la parola chiave dell’intero intervento: il partito di Davos, il summit finanziario svizzero più famoso del mondo, culla di ogni male, dice Bannon: lì le “potenze straniere, i capitali stranieri, i media stranieri” pianificano le ingerenze sugli affari interni dei vari Stati, come l’Italia, dove due partiti (i populisti di destra e di sinistra, così li ha chiamati) hanno avuto il coraggio di mettersi insieme e fare un accordo di 56 pagine su cui basare il governo.

LE STOCCATE AL QUIRINALE

Lo stratega del trumpismo, teorizzatore e fucina delle visioni che hanno portato alla vittoria il presidente americano, ancora prima che scendesse sulla scena politica Donald Trump, in realtà non è nemmeno troppo duro. O almeno, potrebbe essere peggio: notiamo, per esempio, che non usa mai riferimenti a un colpo di Stato, un’immagine cui — avesse voluto spingere di più — avrebbe potuto ricorrere per descrivere la mossa di Mattarella.

Ma il giudizio resta severo, a tratti spietato: “It’s disgusting”, così Bannon boccia la mossa del Colle. Poco importa che la scelta di Mattarella sia una prerogativa costituzionale: Bannon ci spiega che è stato uno schiaffo dell’establishment al popolo: “Non possiamo parlare di deep state, questo è proprio sulla vostra faccia, non è neanche così profondo, ciò che fanno è tutto in superficie”. “Spread? Mi prendete in giro?” continua guadagnando le risatine della platea, “sono solo scuse del regime”. E ai “tecnocrati”, così li chiama lui, che gridano all’irresponsabilità di Lega e Cinque Stelle dopo che un braccio di ferro si è trasformato in un incontro di boxe, Bannon risponde infastidito: “Sarebbero loro, i partiti che hanno vinto le elezioni, gli irresponsabili? L’unica cosa irresponsabile è impedire agli italiani di governare da soli”.

GLI APPLAUSI AI POPULISTI ITALIANI

Gli brillano quasi gli occhi quando vola con il pensiero ai suoi amici italiani, gialli o verdi che siano. L’impressione è che Bannon abbia proprio una predilezione per lo Stivale, e stia facendo un pensierino a passarci più tempo, lontano dalle telecamere della stampa a stelle e strisce. “Tornerò in Italia alle prossime elezioni? Ovviamente” promette a una giornalista. C’è una legacy europea da curare. Dopotutto è stato lui a dare il la, ben prima che Trump divenisse presidente, alla nuova ondata di populismo (termine che lui adora) in Occidente. Sul palco è un profluvio di complimenti a Lega e Cinque Stelle, per come hanno gestito la fase post-elettorale, per aver tenuto la barra dritta, a costo di sfidare a fioretto la più alta carica dello Stato. “Sono molto impressionato da Salvini e Di Maio” dice il fondatore di Breitbart News. “Hanno fatto un passo indietro, hanno trovato un compromesso e proposto un nome terzo come premier, scelto un ministro delle Finanze capace, competente”. Giù il cappello anche per Silvio Berlusconi: “Ha avuto il coraggio di fare un passo a lato e permettere loro di formare un governo, dovremmo congratularci con lui”. C’è persino un pizzico di invidia per l’esperimento (quasi) riuscito di una coalizione gialloverde. “Populisti di sinistra e populisti di destra insieme”, è il sogno di Steve Bannon. Dopotutto, confessa ai presenti, ci avrebbe provato anche lui con Bernie Sanders, il senatore del Vermont che ha dato filo da torcere a Hillary Clinton e, chissà, potrebbe tornare a sfidare il Tycoon. “Magari un giorno ci riusciremo” sospira Bannon. Per adesso, occhi e speranze dello stratega più famoso d’America sono rivolti, ancora una volta, alle urne italiane. L’ondata populista è solo rimandata.

ultima modifica: 2018-05-29T09:20:18+00:00 da Francesco Bechis

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