Trump contro Mueller: “showdown” nel Russiagate?

Trump contro Mueller: “showdown” nel Russiagate?
Sono circolate le domande che lo special counsel incaricato del Russiagate intenderebbe fare al Presidente americano, e Trump si è fatto subito sentire attraverso Twitter

“Questo non è un gioco. Stai intralciando il lavoro del Presidente degli Stati Uniti”, scrive così su Twitter il Presidente Donald Trump, usando le parole con cui il suo ex capo del team legale, John Dowd, intimò allo special counsel incaricato del Russiagate, Robert Mueller, di tenere la barra dritta sull’indagine.

È la risposta alla diffusione, spifferata al New York Times, giornale liberal non amato da Trump, di una bozza (preliminare, quasi certamente parziale) delle domande che Mueller intende porre al Presidente – che il Presidente, in un altro tweet in cui cita l’ex procuratore federale Joe Digenova, definisce “un’intrusione” nelle attività presidenziali. Digenova, insieme alla moglie, fa parte anche lui del team legale di Trump (il giorno in cui è stato annunciata l’assunzione dei due s’è dimesso Dowd).

Affari grossi da trattare ce ne sono, dice Trump, la Corea del Nord, la Cina, il Medio Oriente, non stiamo a perdere tempo con cosette come una mia testimonianza, soprattutto perché “non c’è collusione”, ripetizione omerica di un claim con il presidente tiene il punto sulla sua posizione e sull’elettorato, seconda soltanto a “witch hunt”, la caccia alle streghe con cui cerca di spostare l’operato di Muller sul piano politico mandando un chiaro messaggio ai suoi fan (lavorano contro di noi).

Nella testa del titolare del Russiagate, frulla da tempo l’idea di invitare Trump a deporre su quel che riguarda l’inchiesta: i rapporti con la Russia, i contatti con i russi che hanno bazzicato il suo team elettorale, e soprattutto il licenziamento di James Comey (ex direttore dell’Fbi la cui cacciata potrebbe essere collegata a un tentativo di intralciare le indagini in corso).

Secondo il Washington Post, Mueller potrebbe addirittura emettere un mandato di comparizione nei confronti di Trump, per poi arrivare a uno “showdown” (citazione da Christian Rocca, ndr) e chiedere una deposizione davanti a un grand jury, se lui si rifiutasse di testimoniare. Un “dramma” costituzionale per dirla come la Cnn.

Da contraltare all’informazione pubblicata dal WaPo e alla nuova linea dura del Presidente, c’è una volontà più o meno esplicita di Trump di deporre spontaneamente: volontà da mesi tarpata – o meglio: bloccata – dal gruppo legale che segue il caso su incarico del presidente, perché si teme che possa essere una trappola.

Il Presidente vorrebbe chiuderla in fretta, andare da Mueller e risolvere la questione con un deal da businessman, ma i suoi avvocati temono che la deposizione possa portare Trump a sparlare, dire qualcosa di troppo (o di troppo poco: mentire?), che poi magari possa finire per rivelarsi un boomerang. La contrapposizione alla volontà istintiva del presidente è costata il posto proprio a Dowd, che un paio di mesi fa non ha retto il confronto e la china che la linea difensiva stava prendendo.

Da ieri anche Ty Cobb, l’uomo che per lungo tempo è stato incaricato di tenere le relazioni dirette col team di Muller per conto dei legali di Trump, è fuori dal gruppo del presidente perché si sentiva a disagio con la strategia infuocata che Trump sta spingendo in questo momento (dicono i media più critici col presidente). Al suo posto è entrato Emmet Flood, avvocato esperto che difese Bill Clinton durante l’impeachment.

(Ora qui val la pena fare una considerazione: dalla lista di domande uscite sul Nyt, si capisce che Mueller sta cercando di approfondire il punto sul se Trump abbia provato a ostacolare la giustizia con il licenziamento di Comey. L’intralcio alla giustizia nel caso Watergate costò l’impeachment a Richard Nixon, e dunque è possibile che gli uomini di Trump abbiano cercato un avvocato come Flood in grado di lavorare bene in un contesto rarissimo come il provvedimento politico toccato a Nixon e Clinton in previsione futura? Speculazioni).

Intervenendo su “Situation Room” della Cnn, l’ex diretto della Cia e del Pentagono di rito obamiano, Leon Panetta, ha detto che ormai, vedendo come stanno andando le cose, sembra inevitabile il passaggio dell’inchiesta in cui Mueller chiede al Presidente di presentarsi davanti a lui. Però, spiega la rete in un servizio che ricostruisce “la sequenza di eventi a rotta di collo negli ultimi due giorni”, non è detto che questo significhi che lo special counsel pensi che Trump sia colpevole di qualcosa.

Attenzione, ancora: Trump, dopo aver più volte chiesto di voler parlare con Mueller, sta attualmente cambiando strategia, forse effettivamente ha scelto di seguire i consigli dei suoi collaboratori (i quali credono quasi all’unanimità che una sua deposizione possa finir male). Per giustificare questo cambiamento davanti al suo elettorato sta usando la scusa degli impegni di stato, ma già nel 1997 la Corte Suprema stabilì che un’argomentazione simile sostenuta da Clinton – che diceva di essere troppo occupato per rendere testimonianza nella causa civile di Paula Jones – non aveva alcun valore.

 

 

ultima modifica: 2018-05-03T13:00:25+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

 

 

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