Consiglio a chi vuole rifare l’Europa. Tornate alla lezione dei padri fondatori

Consiglio a chi vuole rifare l’Europa. Tornate alla lezione dei padri fondatori
Gli attuali governanti, figli di un’epoca post-bellica e pacifica, prima di avventurarsi in dichiarazioni e progetti che rischiano di far saltare equilibri e relazioni internazionali, approfondiscano e riscoprano la lezione di chi costruì l'Unione Europea

Le forze politiche che hanno dato vita, tra tante difficoltà, al nuovo governo in Italia si stanno assumendo una grave responsabilità, mettendo in forse il nostro legame con l’Ue e con le istituzioni dell’occidente. I protagonisti della politica estera italiana in questi settant’anni di democrazia rappresentativa non hanno mai avuto incertezze sulle alleanze internazionali e come orientare la bussola, pur operando a vasto raggio.

Gli affari esteri sono sempre stati considerati con occhio attento nell’azione dei governi, seguendo politiche filo occidentali durante tutto il XX secolo. Il Novecento, il secolo breve o dei totalitarismi, si inaugurò con l’illusione della vita bella, gioiosa, senza eccessive preoccupazioni: era la Belle Epoque. Il lungo periodo di pace goduto in seguito alla vittoria tedesca del 1870 a Sedan nella guerra coi francesi, che portò ad assegnare le regioni dell’Alsazia e Lorena ai teutonici; il diffondersi del Positivismo, le cui idee davano la sensazione di poter raggiungere la perfezione in campo culturale e scientifico inducevano a guardare ad un futuro di grandi successi, di concrete speranze, di inimmaginabile progresso.

Il Vecchio continente nonostante ciò entrò in una fase d’inquietudine: alla fiducia cieca subentrò lo smarrimento, la fine delle certezze, la consapevolezza che l’uomo del ventesimo secolo poteva partorire un male sempre più grande. L’affondamento del Titanic avvenuto tra il 14 e 15 aprile 1912 non fu solo un gravissimo incidente marittimo: in tanti videro in esso una triste metafora, l’immagine di un’epoca e di un’intera società che annegò tragicamente assieme ai suoi sogni e alle sue illusioni, entrando poco dopo in quell’incubo di lutti indicibili e sofferenze immani che fu la guerra. Oggi una questione tanto impegnativa come quella della nostra cara Europa non può essere affrontata prescindendo dalle devastazioni provocate dalla guerra 1914/18 e da quella successiva; dalla infinita gratitudine che dobbiamo ai nostri nonni, ai nostri padri per i decenni di pace che ci hanno regalato.

Alla luce delle devastazioni prodotte, a guerra ancora in corso si aprì una profonda riflessione grazie ad illuminati esponenti politici come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi che portò nel 1944 alla stesura del manifesto di Ventotene, isola dove erano confinati. Lo storico documento ispirò il lavoro di altri lungimiranti uomini politici che posero le basi per garantire la pace duratura alla nuova Europa: alcuni statisti cattolici si adoperarono per far decollare il progetto dell’Europa Unita.

Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, (in foto), Robert Schuman, finita la guerra e contrastando la tragica notte dei totalitarismi, animati dalla comune speranza del “mai più la guerra”, guardavano all’Europa libera e democratica, come meta da conquistare. C’era nei tre rappresentanti della Germania, dell’Italia e della Francia la volontà di costruire e rafforzare un comune sentimento di solidarietà nel Vecchio continente, affinché gli Stati evitassero offese e mortificazioni al rispetto dell’uomo e alla sua dignità di persona, e cercassero di costruire la speranza, con l’obiettivo di annullare differenze e squilibri tra gli Stati e tra regioni all’interno degli stessi Stati.

Il 9 maggio 1950 Schuman, ministro degli esteri francesi, dopo una sua famosa dichiarazione invitò gli esponenti di Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo a partecipare al comune disegno di creare una Comunità europea del carbone e dell’acciaio. La Ceca (Paesi fondatori: Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) fu la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto a quella che si chiama oggi “Unione europea”. Era il primo passo verso la nuova Europa, altri ne dovevano seguire.

C’era in tutti la convinzione come affermava De Gasperi che “L’Europa non potrà farsi in una sola volta…”. Lo statista italiano si impegnò con tutte le sue forze perché la proposta del francese Pleven di creare la Comunità Europea di Difesa(Ced), esercito europeo, con l’avallo della Nato andasse a buon fine. Un esercito costituito da militari dei Paesi della Comunità Europea era una scelta giusta per contrastare eventuali attacchi, valutata anche l’enorme forza militare dell’Unione Sovietica. Lo statista democristiano fino all’ultimo sperò, invano, che il progetto si realizzasse. La ratio dell’ambizioso disegno stava in quel sentimento di solidarietà fraterna che solo questi statisti potevano mettere in campo, dopo aver patito sulla propria pelle le gravi tragedie della guerra.

De Gasperi, alla nascita del Mec, Mercato Europeo Comune, evidenziò insistendo questo dato solidaristico che animava i protagonisti dell’immensa opera: “Certo per l’unità europea lo slargamento del mercato comune è un argomento che offre la sua importanza, ma la libera concorrenza che ne sarebbe la conseguenza presenta anch’essa degli aspetti negativi che possono essere ridotti soltanto dalla forza di un sentimento o di una idea capace di stimolare la coscienza e la volontà. Questo sentimento, quest’idea, appartengono al patrimonio culturale e spirituale della civiltà comune. Se con Toynbee (A.J. Toynbee storico inglese) io affermo che all’origine di questa civiltà europea si trova il cristianesimo, non intendo con ciò introdurre alcun criterio confessionale esclusivo nell’apprezzamento della nostra storia. Soltanto voglio parlare del retaggio europeo comune, di quella morale unitaria che salda la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da una esperienza millenaria”.

Gli attuali governanti, figli di un’epoca post-bellica e pacifica, prima di avventurarsi in dichiarazioni e progetti che rischiano di far saltare equilibri e relazioni internazionali costruiti in lunghi decenni, approfondiscano e riscoprano la lezione dei padri fondatori, dando nuovo respiro e slancio all’Unione Europea, recuperando quel sentimento di solidarietà smarrito, per cui l’Ue è diventata un ammasso indistinto di interessi, di particolarismi, di burocrazie.

ultima modifica: 2018-06-10T10:30:42+00:00 da Raffaele Reina

 

 

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