Vi spiego perché ho fiducia nel ministro Giovanni Tria

Vi spiego perché ho fiducia nel ministro Giovanni Tria
Il neo ministro dell'Economia ha la professionalità giusta per saper gestire processi e prodotti, la consapevolezza che solo nuove competenze, anche digitali, trovano formidabili alleate per innovare una Pa in un contesto che cambia

La settimana che si apre è molto impegnativa per il governo, sollecitato a mettere in opera il programma contrattuale che come opportunamente da sempre affermato dal ministro all’Economia Giovanni Tria sin dai tempi in cui ci si trovava ai mattinieri briefing dell’allora ministro Brunetta – è necessario intervenire dal lato della qualità e del costo dei prodotti e dei servizi offerti e in contemporanea agire su snellimento della Pubblica amministrazione, burocrazia, giustizia, credito, tasse, costo del lavoro, e sul nostro sistema produttivo, attraverso un grande piano di investimenti, pubblici e privati e non superando il 3% del vincolo comunitario perché poi si aumenta dannatamente l’interesse sul debito pubblico già fuori controllo. Prima l’offerta e poi la domanda: ecco la strategia che con garbo istituzionale ma altrettanta fermezza – Giovanni Tria ha sempre sostenuto e prevedibilmente sosterrà all’interno della compagine governativa, avendo dalla sua parte la competenza, la managerialità politica dei numeri.

Conosco Tria da parecchi anni e ne ho apprezzato sia nelle frequentazioni associazionistiche, sia come direttore della Scuola Superiore della Pubblica amministrazione, l’equilibrio pacato quando collaudammo – con non poche difficoltà che ci arrivavano dai funzionari delle scuola medesima – corsi sull’applicazione della riforma Brunetta in materia di circolari/direttive applicative sulle politiche di Pari Opportunità e i nuovi strumenti antidiscriminatori di misurazione delle performance delle/dei dipendenti della macchina amministrativa pubblica. Operazione difficile e faticosa da portare a termine vista la resistenza culturale anche e soprattutto da parte delle dirigenti donne della scuola medesima di modificare metodi e strumenti innovativi in una Pubblica amministrazione ingessata da decenni da vincoli obsoleti che chiedeva sia da parte dei dipendenti sia da parte della cittadinanza la liberazione dei lacci e la premialità del merito.

Il professor Tria investì in un programma articolato di corsi di cui ero responsabile scientifica e docente sulla conoscenza delle regole riformatrici della legge 15/2009 e non mi meraviglia che in questa sua coraggiosa determinazione, portata poi felicemente a termine insieme con un impegnativo piano di seminari sulle politiche di pari opportunità ai dirigenti ministeriali e addirittura agli ispettori del lavoro – abbia trovato ostacoli di conferma nella nomina a direttore della Scuola da parte dell’esecutivo di Renzi, fin ad impugnarne giustamente la revoca.

Tria ha la professionalità giusta per saper gestire processi e prodotti, la consapevolezza che solo nuove competenze anche digitali trovano formidabili alleate per innovare una Pa sia dei dipendenti sia dei cittadini in un contesto che cambia, affiancate dalle competenze istituzionali ovvero le regole che vanno osservate allegerendone lo sviluppo soprattutto nel controllo di gestione. Tria professore ordinario di economia politica capì allora che la formazione non può essere manutentiva ma innovativa: un nuovo Stato, per essere competitivo, dovrà comportare necessariamente una maggiore efficienza ed efficacia nell’intermediazione delle risorse fiscali e nell’erogazione dei servizi. Non si tratta di austerity, ma di rendere il nostro “pubblico” competitivo e adeguato rispetto alla nuova economia e alla nuova società, anche nel contesto dell’internazionalizzazione che corre.

Anche la Banca d’Italia 24 ore fa ci ha ricordato che il 40 per cento dei lavoratori sente che non ha le competenze adatte a svolgere il proprio lavoro, in molte parti del Paese alcune aziende non solo non riescono a trovare profili professionali che servono ma hanno ancora strutture finanziarie ancora troppo dipendenti dal credito bancario anche con Piani di investimento dei precedenti governi.

Questi importanti temi economici dovranno essere trattati dal governo con meno approssimazione e troppa superficialità, e persino con poca conoscenza che troviamo tra le 43 pagine del contratto gialloverde. Un esempio per tutti sul carattere molto prudente del ministro in merito alla questione del reddito di cittadinanza sul quale Tria ammette di non sapere quante risorse impegnerebbe, l’ampiezza del pubblico e dei beneficiari poiché è improbabile si tratti né di una indennità di disoccupazione né un discrimine di sostegno al reddito in una società in cui una parte della popolazione produce e l’altra consuma. Tria sarà impegnato a servire il Paese non sacrificando competenze e precisione sull’altare degli slogan per ottenere consenso perché servire il Paese, fare servizio pubblico, significa dimostrare che solo con buonsenso e competenza si riescono a raggiungere gli obiettivi equilibrati compatibili e credibili.

ultima modifica: 2018-06-10T10:20:29+00:00 da Alessandra Servidori

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: