Un rudere chiamato G7 (ma Ue e Usa devono ritrovarsi)

Un rudere chiamato G7 (ma Ue e Usa devono ritrovarsi)
Cosa resta del vertice dei grandi, nei mesi in cui torna di grande attualità (per iniziativa americana) un tema che pareva scomparso dall’agenda mondiale, cioè la battaglia a suon di dazi commerciali? Il corsivo di Roberto Arditti

Il G7 nasce nel 1975 e si riunisce per la prima volta in Francia (mai restia a celebrare la sua grandeur) come potente strumento politico di raccordo tra le nazioni più importanti del mondo. Conosce alti e bassi, ma va riconosciuto che ha comunque svolto un ruolo non banale in questi decenni, se non altro sotto il profilo simbolico.

Con l’edizione in corso di svolgimento in Canada in questi giorni però il G7 sembra davvero arrivato al capolinea, risultando ormai in modo forse irreversibile poco più che uno stanco rito ad uso di telecamere e macchine fotografiche.

Nessuna decisione rilevante, agenda compressa, assenza di concretezza nella strategia politica: il super summit appare ormai in disarmo, persino umiliato dall’ospite più importante (Donald Trump) che decide di abbandonare i lavori prima della conclusione.

Perché accade tutto questo? E, soprattutto, dobbiamo dolercene oppure no? La risposta a queste domande c’è e proviamo qui a proporla.

Iniziamo dai motivi del declino, che sono evidenti innanzitutto guardando in faccia i partecipanti e la loro collocazione geo-politica.

L’Europa è presente con cinque soggetti, mai come questa volta schierati su posizioni incompatibili tra loro. C’è Theresa May alla guida di un governo inglese che ha voluto l’uscita dall’Unione Europea sancita da un referendum.

C’è il presidente francese Macron che spinge per un progetto di forte coesione Ue ma al tempo stesso opera sulla politica estera con esclusiva logica nazionale, come ben si vede nelle vicende libiche (dove la Francia si muove ostentatamente in direzione ostile all’Italia).

C’è Angela Merkel nella fase terminale della sua straordinaria carriera politica che agisce unicamente mossa dall’interesse tedesco, desiderosa di un’Europa a bassa intensità politica e una Bce a limitata autonomia operativa, caratteristiche che consentirebbero a Berlino di guidare le danze su scala continentale.

Poi ci sono i rappresentanti dell’Unione Europea, il lussemburghese Juncker ed il polacco Tusk. Il primo, campione mondiale di gaffes, è il pirotecnico rappresentante dell’élite finanziaria e burocratica di Bruxelles, il secondo guida il Consiglio d’Europa dopo la sonora sconfitta subita nelle elezioni del suo Paese, dove per la prima volta un partito (nemico di Tusk e molto critico con Ue) ha raggiunto la maggioranza assoluta del Parlamento.

Infine c’è l’Italia, con il debuttante Conte a guida di una maggioranza parlamentare più euroscettica che mai, il cui esordio sulla scena internazionale si celebra con una dichiarazione sulla Russia che lo mette in asse con Trump e in polemica con tutti gli altri.

Ai cinque europei si aggiunge il primo ministro giapponese Shinzo Abe, di certo il più nazionalista capo del governo nella storia recente del Sol Levante.

Infine c’è Trump, che abbandona il vertice per non discutere di ambiente e dazi con gli altri, fingendo di avere fretta di volare a Singapore dove (fra tre giorni) incontra il leader della Corea del Nord Kim Jong-un.

Insomma un vertice sfilacciato, dove tutti stanno al tavolo pensando ad altro. Ma non c’è solo una questione relativa ai partecipanti, c’è un oggettivo venir meno del senso di questo summit, almeno nella attuale logica. E qui arriviamo alla seconda domanda, anche per guardare al futuro.

Se dev’essere il luogo delle grandi decisioni il G7 deve allargarsi davvero, perché altrimenti finisce per essere poco rappresentativo di un mondo che sta spostando ad Est il suo baricentro. Arabia Saudita, Egitto, Iran, Indonesia, India, Filippine.

E poi naturalmente Russia e Cina. Ma sarebbe miope pensare che tutto ciò possa funzionare. Il mondo è sempre più “connesso”, quindi interdipendente su molti fronti (finanziari, culturali, migratori, tecnologici).

È però evidente la diminuita forza dei contesti internazionali, perché in tutto il mondo prevalgono logiche nazionali legate a leadership di lungo corso.

Vladimir Putin, Nerendra Modi, Xi Jinping, ma anche Joko Widodo e il principe saudita Mohammad bin Salman Al Sa’ud: tutti i grandi protagonisti dello scacchiere mondiale giocano in proprio.

Cosa resta dunque per il G7, nei mesi in cui torna di grande attualità (per iniziativa americana) un tema che pareva scomparso dall’agenda mondiale, cioè la battaglia a suon di dazi commerciali?

Allo stato dei fatti assai poco, purtroppo. A meno di trovare la forza di costruire un asse di ritrovata forza tra Europa (Russia compresa) e Americhe, in fondo aree culturalmente (e religiosamente) omogenee, con gli Stati Uniti in posizione di leader.

Servirebbe? Probabilmente sì. È ragionevole pensare che accadrà in tempi brevi? Quasi certamente no.

ultima modifica: 2018-06-09T11:00:54+00:00 da Roberto Arditti

 

 

 

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